Il declino dell’impero americano non si misura dalle sconfitte che un tempo erano vittorie. Il declino dell’impero americano si manifesta nelle convinzioni che una sconfitta possa arrivare laddove un tempo non era prevista. Il declino dell’impero americano è nel molo di Gaza costato 23 milioni di dollari e ora in fase di smantellamento. Gli USA si sono arresi all’idea che quell’idea sia stata un disastro. Le mareggiate lo hanno sfasciato di continuo, lo hanno reso utilizzabile per 20 giorni appena. Nelle foto dei suoi ripetuti brandelli c’è l’immagine di un paese che sta collassando, come ha detto Francis Ford Coppola a Cannes presentando il suo nuovo film Megalopolis.
Il declino dell’impero americano si manifesta nel pensiero che la Megalopolis messa in piedi nel basket per riprendersi l’oro olimpico possa essere insufficiente al cospetto del resto del mondo che cresce. LeBron, Curry, Davis, Haliburton, la naturalizzazione di Embiid, la panchina più forte di sempre potrebbero non bastare.
È un pensiero che arriva dal Washington Post, il giornale che mezzo secolo fa fece cadere un presidente. Il suo editorialista Jerry Brewer ha scritto che questo Dream Team non mette gli USA al riparo da un’altra cattiva figura dinanzi al mondo, un’altra figuraccia come quella agli ultimi due Mondiali, dove le stelle più stelle di tutte non si presentarono.
“Se vi sentite eccitati e blasfemi – dice – potete continuare a credere che questa squadra sia migliore del Dream Team”, cioè della formazione del ‘92: Magic Johnson, Larry Bird, Michael Jordan. Karl Malone, Scottie Pippen, eccetera eccetera tutti assieme. “Il pregiudizio – dice Brewer – è una droga infernale. Prima che i giocatori d’oggi possano competere con la storia, devono creare i propri ricordi. Sebbene il conteggio dei loro successi in NBA possa suggerire che si tratti di una squadra da sogno, la missione per vincere la medaglia d’oro olimpica continua a essere difficile. E se il nostro meglio non fosse abbastanza?”
Sostiene il Washington Post che alle Olimpiadi di Parigi “non dovremo guardare i risultati solo come un referendum sul Team USA. L’obiettivo più grande – si legge – dovrebbe essere quello di ottenere chiarezza sull’intero stato di questo gioco globale”.
Un po’ di storia. Questa sarà la nona Olimpiade dell’era NBA. Nelle otto precedenti, gli americani hanno ottenuto 58 vittorie in 62 partite, con sette medaglie d’oro e una di bronzo. Tre di quelle quattro sconfitte sono arrivate durante i Giochi di Atene del 2004, “quando un roster inadatto – dice il Washington Post – composto di stelle emergenti e veterani inefficienti si è piazzato terzo”.
L’altra sconfitta è arrivata tre anni fa durante le Olimpiadi di Tokyo, poi gli americani si sono ripresi e hanno vinto l’oro. Prima dell’età Dream Team, gli USA universitari avevano un record di 85 vittorie in 97 partite, entrambe le sconfitte erano arrivate contro l’Unione Sovietica, nel 1972 e nel 1988, la prima delle quali nel modo più controverso che la storia del basket ricordi.
Oggi, dice il Washington Post, si discute del fatto che il MVP delle finali NBA Jaylen Brown sia rimasto a casa come il segno della grandezza di questa squadra. “È una discussione divertente – si legge – ma in due partite di esibizione abbiamo tutti visto il difficile percorso che ci aspetta. Nei loro primi 10 giorni insieme, le potenziali difficoltà per questa squadra sono state tutte messe in mostra. Contro l’Australia ha subito 68 punti dall’area, mettendo in evidenza le difficoltà difensive. Anche l’aggiunta tardiva della guardia dei Boston Celtics Derrick White al posto di Kawhi Leonard, al team continua a mancare almeno un difensore perimetrale di alto livello. L’ipotesi di un dominio non è più da considerare, nemmeno con un roster di prima categoria. Se cercate qualcuno a cui dare la colpa, guardate Francia, Canada, Germania, Serbia, Australia. Il prossimo potrebbe rivelarsi il più grande torneo di basket a 12 squadre che le Olimpiadi abbiano mai visto. Per dire di aver fatto un buon torneo, gli USA non devono riportare in vita il Dream Team. Sarebbe già abbastanza sopravvivere alla Francia”.