TOUR DE FRANCE
Ora che le trame secondarie sono finite, ora che le digressioni sono terminate con la fuga a tre e lo sprint di Victor Campenaerts su Mattéo Vercher e Michal Kwiatkowski, possiamo rimetterci con la capa e col pensiero sulla trilogia decisiva del Tour de France, quella che Alexandre Roos su L’Équipe definisce “il momento in cui Tadej Pogacar deve occuparsi della sua incoronazione e Jonas Vingegaard tentare di rovesciarlo”.
Adesso è chiaro, chiarissimo, che watt, monossido di carbonio e tutti gli accessori presenti nel ciclismo dei mutanti passano in secondo piano, perché in primo c’è spazio solo per “le emozioni crude, in superficie, in fondo alle gole, quelle che aspettano di traboccare” scrive l’immaginifico Roos. “Tutti sono nervosi, sull’orlo di un precipizio fisico ed emotivo”, alla vigilia di “una lotta fisica, di stili e di orgoglio”, in mezzo a “un’atmosfera elettrica perché questi due si scontrano da quattro anni al Tour e il loro duello è una lotta fisica”. L’Équipe stamattina dedica alla corsa 11 pagine. Undici.
Roos ovviamente sa che con 3 minuti di vantaggio Pogacar non ha alcun bisogno di muoversi, ma sa pure che la staticità è un concetto che lo sloveno non contempla, “perché lui lampeggia come una luce stroboscopica. Soprattutto – scrive – ha dei conti da regolare, anche due, o addirittura tre, con il rivale. Non ha dimenticato la sconfitta sul Col Granon di due anni fa, né la cronometro di Combloux e il Col de la Loze dell’anno scorso. Quindi, se dovesse capitare l’occasione di pugnalare al cuore il danese, la maglia gialla non se la lascerà scappare”.
Pogacar si è costruito in questi giorni un asse con quell’altro moto perpetuo di Remco Evenepoel, “suo compagno di merende tra i matti, il suo folle alleato, al quale ha suggerito di attaccare”, sottolinea L’Équipe. Hanno uno stesso avversario, e per Vingegaard non è una buona notizia.
L’altra grande rivalità che il ciclismo tiene in cartellone tutto l’anno, sulle strade di Francia non s’è vista. “Un Tour noioso” scrive L’Équipe parlando di van der Poel e van Aert, i protagonisti delle campagne primaverili nel Nord, e invece calmi, tranquilli, semi spenti al cospetto dei girasoli e delle albicocche di Francia.
LA TAPPA DI OGGI

Il Tour torna sulla strada asfaltata più alta d’Europa, a 2.802 metri di altitudine, 145 km di tappa e 4.478 metri di dislivello, con tre passaggi sopra i 2.000 metri. La prima salita inizierà dopo una ventina di km di corsa, il Col de Vars, pendenza regolare e lunga, 18,8 km al 5,7%, ma appena terminata la discesa, i corridori dovranno affrontare la Cime de la Bonette, 22,9 km al 6,9%, con il famoso passo più alto di tutti, utilizzato dal Tour solo quattro volte [nel 1962, 1964, 1993 e 2008]. Giudice della 19esima tappa sarà la salita verso Isola 2000, con 16,1 km al 7,1%: la stazione invernale aperta al pubblico nel 1971 ha ospitato il Tour nel 1993, quando vinse lo svizzero Tony Rominger.
La rivista Rouleur usa toni apocalittici per raccontare cosa ci aspetta.
“Il Col de Vars è una salita molto dura ma impallidisce in confronto a ciò che viene dopo. La Cime de la Bonette è un vero mostro di montagna, svetta nel cielo, è il tipo di salita che potrebbe spezzare anche i corridori che finora sono sembrati indistruttibili, e il suo effetto sulla corsa della maglia gialla potrebbe essere sismico. L’unico fattore attenuante che potrebbe neutralizzarne l’impatto è la lunga discesa successiva, la strada di valle che porta all’inizio della salita seguente, Isola 2000. Considerando tutte le salite che l’hanno già preceduta, possiamo aspettarci dei distacchi davvero grandi”.
Cosimo Cito su Repubblica contesta che alla Bonette ci sia la strada più alta d’Europa. “Non è proprio così – scrive – il Pico de Veleta, in Spagna, e l’Ötztaler Gletscherstrasse arrivano più alto. Ma hanno un difetto: hanno un solo versante. La Bonette ne ha due: uno da Saint-Étienne- de-Tinée, l’altro, quello che i corridori affronteranno in salita oggi, da Jausiers”.
Comunque sia, dice che “il Tour oggi va sulla luna, o quasi. Sulla Bonette, a 2802 metri di altitudine, l’atmosfera è talmente rarefatta che un semplice respiro costa fatica, ogni riflesso è rallentato, ogni movimento è invece più accelerato dallo scarso attrito esercitato dall’aria. Più che altro, la Bonette è un mito, un luogo mistico che il Tour tocca per la quinta volta nella sua storia. Ci passò per primo, nel 1962, Federico Martin Bahamontes e vide la cima nera a scaglie e l’impressionante ghiaione che gli fa da corona”.
L’ultima scalata è di 16 anni fa. Nel 2008 il primo in vetta fu il sudafricano John-Lee Augustyn. Repubblica gli ha parlato: «Provo ad andare all’attacco con tanti. Bella giornata, bella salita, tanto vento. Mai stato lassù. Passo per primo sul gran premio della montagna, che meraviglia. Inizio la discesa, non molto tecnica, ma senza parapetti. Non conoscevo nulla, ma vedo la strada davanti e mi butto a tutta. Un paio di curve e forse per un colpo di vento, o forse perché lì l’aria è talmente sottile che ogni frenata richiede istanti di più, mi ritrovo nel vuoto. Penso: è finita, ora volo. Sento qualcosa sotto, terra, rocce. Rotolo, struscio con le ginocchia nella polvere, è un inferno ma sono vivo». Andò a recuperarlo uno spettatore, si rimise in bici e arrivò 33esimo al traguardo.
E tra poco? Leonardo Piccione, curatore della newsletter che Bidon magazine invia ogni sera dal Tour, ha scritto su X che “sarebbe bello fosse il giorno in cui il Tour si riapre. Sarà, più verosimilmente, il giorno della vendetta finale di Pog, che non si accontenterà finché non spingerà Vinge a una crisi simile/peggiore di quelle che lui ha subito in passato, con la ciliegina sulla torta di Remco 2º“.