LE CARTOLINE DELLA CERIMONIA
Com’eri, Parigi, cent’anni fa, te lo ricordi. Aspettavi le tue Olimpiadi mentre il ministro delle finanze Clementel diceva al Senato che l’esercizio di bilancio non si era chiuso con un miliardo e 203 milioni di deficit come annunciato dal relatore della Camera, eh no, in base a più esatti calcoli con l’aggiunta di una lista di introiti che non era stata conteggiata per errore, quel deficit si era invece trasformato in una eccedenza di un miliardo e 300 milioni. Sorpresa e giubilo, giubilo e sorpresa nell’assemblea.
Il ministro disse delle difficoltà incontrate nella ricostruzione delle terre devastate dalla guerra, la grande guerra, la prima, quattro miliardi e 600 milioni messi a disposizione delle regioni liberate. La situazione dei mercati finanziari non era favorevole all’emissione di prestiti. I socialisti si erano spaccati sul voto ai crediti per la Ruhr, in preda all’imbarazzo tra i doveri di partito di fronte agli elettori e quelli di responsabili della maggioranza di governo di fronte al popolo. La Germania si preparava a una conferenza londinese mostrando in chiaro le sue sfacciate resistenze verso una proposta di disarmo. Il progetto di un tunnel sotto la Manica era circondato da un certo scetticismo, il comitato britannico per la difesa imperiale si era detto contrario.
Édouard Herriot era diventato presidente del Consiglio da un mese e Le Matin sobbalzava dinanzi a quelli che chiamava “impressionanti cambiamenti al Quai d’Orsay” nel passaggio dal gabinetto Poincaré al suo. Sotto Poincaré, l’uscio dell’anticamera era rigorosamente chiuso, severa la vigilanza. Sotto Herriot, vigeva un grande e libero viavai. “Gli uscieri del Quai d’Orsay – scriveva Le Matin – cascano dalle nuvole. I precedenti ministri davano ordini di questo genere: «Dall’ora tale alla tale non mi si disturbi». «Non dite mai che ci sono». Ebbene, Herriot non ha dato che un ordine: curate le mie pipe”.
Grande era l’impressione perché “non s’era mai vista una cosa simile nell’austero ufficio dove il capo della diplomazia francese riceve gli ambasciatori, fra mobíli Luigi XIII e tappezzerie del Settecento. In quel tradizionale e così poco democratico ambiente, Edoardo Herriot – scriveva il Corriere della sera nel luglio del 24, italianizzando il nome – fuma pacificamente la pipa, come se si trovasse in una birreria prediletta”. Anche il Tour che Ottavio Bottecchia era andato a vincere veniva tradotto in Giro ciclistico di Francia, te lo ricorderai, Parigi, le città non dimenticano niente.
L’ATTESA DI CENT’ANNI FA
Quelle Olimpiadi avevano fatto nascere nell’animo dei commercianti parigini “le più liete speranze di incassi eccezionali e tutti su per giù al momento opportuno si sono affrettati a compiere un notevole rialzo di prezzi, cominciando con l’infliggere una buona tosatura ai clienti ordinari”. Questo raccontava ai lettori italiani il Corriere della sera, aggiungendo che “non si può certo dire che Parigi sia spopolata e che gli alberghi siano vuoti ma le diecine di migliaia di buoni e onesti borghesi che, rispondendo agli inviti del Comitato, avevano allestito le più belle camere dei loro appartamenti per trarne lauti proventi in dollari sterline o pesos, sono rimasti finora con le pive nel sacco. Vi era la fiducia che i giuochi avessero ad attrarre la folla delle esposizioni mondiali e si faceva anzi assegnamento sulla maggiore facilità delle comunicazioni, sulla più sviluppata mania dei viaggi, perché la ressa di quest’anno avesse a raggiungere proporzioni non mai vedute. Senza attendere la risposta delle statistiche, vi è l’impressione che non si siano superate le proporzioni consuete di questa stagione dedicata, alla vigilia delle vacanze estive, alla più intensa attività mondana”.
Non era mica solo una faccenda di camere ammobiliate, molti dei proprietari – aggiungeva il Corriere della sera – “forse speravano di propinare la mano della figlia nubile a qualche atleta transatlantico, dai commercianti e dagli stessi impresari di teatro”. Uno di essi, pensando che i forestieri di lingua inglese sarebbero accorsi a frotte, aveva noleggiato un teatro per un corso di recite di una compagnia britannica: era fallito. Del resto, annotava P.C. sul Corriere della sera che doveva trattarsi di “un cattivo psicologo perchè i forestieri che capitano sulle rive della Senna non provano alcun desiderio di sentire una commedia nella loro lingua, non avendo alcun bisogno di conoscere il francese per divertirsi agli spettacoli profani ammanniti sulle scene più lussuose. Tra Shakespeare nel testo originale e i quadri plastici la scelta non è dubbia”.
Un altro impresario che si era sobbarcato delle spese per assumere la direzione temporanea di un teatro estivo nei giardini dei Campi Elisi, aveva chiuso a sua volta bottega, “ed è anche questa una prova delle illusioni suscitate dalla stagione olimpica – si leggeva sul Corriere della sera a due giorni dal via delle gare di luglio – da cui si attendeva il miracolo di un’improvvisa soluzione della crisi economica. Sarà più propizio l’avvenimento che si prepara per l’anno prossimo? La spianata degli Invalidi, dominata dalla cupola non più dorata sotto cui dorme Napoleone I, è già trasformata in un vasto campo di lavori, coperto da una fungaia di baracche di legno che deturpano il mirabile paesaggio urbano e che fra poco saranno un ostacolo insormontabile per la circolazione. Vi sarà aperta nella prossima primavera Ia Mostra di arti decorative a cui si vuol dare il carattere di un’esposizione universale meno farraginosa e più organica. I pessimisti pensano già che per un buon semestre la metropoli sarà colpita da una specie di trombosi che renderà ancor più catastrofici gli ingorghi dei veicoli”. Te lo ricordi, Parigi, come si lamentavano i pedoni che calpestavano le tue strade, si lamentavano come oggi fanno i contemporanei, perché in questo l’umanità non muta mai, siamo bravissimi a trovar sempre qualcosa che ci metta di cattivo umore.
L’ATTESA DI STAMATTINA
Non è ‘l’ora X. L’Équipe la chiama l’ora J. Da Jeux. I Giochi, Una specie di punto G. Lionel Dangoumau sull’edizione da 60 pagine del quotidiano sportivo francese si domanda: “Perché i Giochi?” e a poche ore dall’inaugurazione, la risposta gli sembra chiara, “dopo settimane che hanno quasi rovinato tutto. Lo scioglimento dell’Assemblea nazionale deciso il 9 giugno dal presidente della Repubblica Emmanuel Macron ha fatto tremare gli organizzatori. Avrebbe potuto dar fuoco al paese. Risvegliare le sue divisioni, più inconciliabili che mai, un mese e mezzo prima dell’evento del secolo, non è stata l’idea del secolo. Sarebbe illusorio pensare che la grande festa dello sport che inizia stasera possa cancellare tutto in due settimane, colmare le divisioni politiche e sociali. Ma i primi Giochi Olimpici estivi organizzati in Francia dopo cent’anni sono un’occasione preziosa per ritrovarci, un po’, in un’atmosfera sollevata da tutti questi miasmi. Grazie al semplice piacere dello spettacolo sportivo, innanzitutto, e a questo fervore che da mercoledì ha occupato le tribune del calcio e del rugby a 7. La cerimonia di apertura che Parigi 2024 ci promette, si preannuncia memorabile, a condizione, ovviamente, che nessun incidente di rilievo la interrompa. Possiamo anche sognare che resti impressa negli occhi, mostrando agli altri che la Francia non è solo un paese di passioni tristi, e mostrando ai francesi che possono essere orgogliosi di se stessi, quando ricordano i grandi principi che li uniscono”.
I grandi principi che Emmanuel Macron ha voluto mettere al centro della scena e che Aldo Cazzullo sul Corriere della sera sintetizza così: “La testardaggine di Macron di voler portare la cerimonia in città, anziché chiuderla in uno stadio come si è sempre fatto, ha provocato un blocco pressoché totale. Perché la Senna è il vero centro di Parigi, il suo asse storico, dall’Est popolare all’Ovest aristocratico, dalla Bastiglia, dove il re rinchiudeva i ribelli, alla Concordia, dove i ribelli gli tagliarono la testa. Qui, sul fiume, oggi saranno rivolti gli occhi del mondo. Centodieci capi di Stato e di governo, 104 mila spettatori paganti sui ponti e sugli argini, oltre 200 mila ammessi gratis sul Lungosenna, almeno un miliardo davanti alla tv. E un esercito di 65 mila tra donne e uomini della sicurezza”.
LA SICUREZZA
Jean-Denis Coquard su L’Équipe racconta come nelle ultime ore Parigi non sia stata altro che barriere, limitazioni al traffico, poliziotti di tutti i paesi e camerieri scontrosi sulle rive della Senna [“ma ehi, questa è una tradizione!”, aggiunge ironicamente, o forse amaro]. Li chiama “tristi testimoni di un’epoca che difficilmente abbraccia i sogni e invoca sicurezza, soprattutto in una capitale dove il sogno olimpico è (ri)nato sulle ceneri degli attentati del 2015”.
Giuliano Foschini e Anais Ginori su Repubblica raccontano di “cecchini sui tetti, cannoni Jammer contro droni esplosivi, sonar nell’acqua e sommozzatori nel fiume. Sono state perlustrate catacombe e rete fognaria. Per la prima volta lo spazio aereo sopra e intorno Parigi sarà chiuso per quasi sette ore, dalle 18h30 di oggi fino a mezzanotte. Nessun aereo decollerà o atterrerà da Orly, Roissy, Beauvais. Nel cielo solo gli elicotteri che già da giorni sorvolano la città. I parigini sono esausti dai controlli nel perimetro antiterrorismo lungo il fiume. Quasi tutti i ponti del centro sono ormai impraticabili. Da stamattina le autorità chiedono di non usare più l’automobile e il Périphérique, la tangenziale intorno alla capitale, dovrebbe essere chiusa. Nonostante le misure di prevenzione siano ai massimi livelli, c’è ormai la consapevolezza che non esiste un rischio zero”.
La Stampa aggiunge con Danilo Ceccarelli dei “45mila poliziotti e gendarmi, 2mila agenti della sicurezza privata, 18mila militari, 200 teste di cuoio, un centinaio di sommozzatori, unità cinofile e sistemi antidroni. Un vero e proprio esercito, al quale si aggiungono rinforzi stranieri come quelli della Spagna o del Qatar per garantire il corretto svolgimento della più importante dimostrazione di grandeur nella storia recente della Francia, fortemente voluta dal presidente Emmanuel Macron”.
Alla Francia toccò organizzare gli Europei di calcio in un clima simile, pochi mesi dopo l’attentato contro Charlie Hebdo e la strage del Bataclan — “e il momento attuale, con guerre in corso e tensioni inestinguibili, con Israele che denuncia complotti iraniani per colpire i suoi atleti nel sinistro ricordo di Monaco ‘72, la Francia fa sapere che non le risulta ma prende nota” dice Prima Ora la newsletter del Corriere della sera. Guido Olimpio sulle pagine del quotidiano rivela l’emergere di un «terrorismo adolescenziale», fatto da 13-19enni — che “si accompagnano a possibili trame russe”.
LA POLITICA
Ancora Coquard su L’Équipe dice allora di come i Giochi, “l’oggetto più apolitico di sempre”, non siano sfuggiti neppure stavolta a quello che chiama un tumulto. “Israele c’è ma è scortato il più vicino possibile, un po’ più del solito. La Russia, sanzionata per aver invaso parte dell’Ucraina, non c’è (quasi), cosa che fa sentire questi Giochi al centro di manovre destabilizzanti, fisiche o digitali, mettendo l’Olimpiade un po’ più in allerta. La sua assenza pesa anche sportivamente”.
Le Monde allora racconta che “le colombe della pace voleranno in cielo, si innalzerà la bandiera olimpica, si canteranno gli inni, il presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, pronuncerà le attese parole di rito, e si apriranno ufficialmente i Giochi Olimpici del 2024, davanti a miliardi di spettatori”.
Nessuno certo dimentica tutto il resto, Gaza, Kiev, la crisi dell’impero americano, la disillusione delle democrazie, i nuovi assetti, i nuovi equilibri, i paesi del sud del mondo che denunciano il doppio standard, “nessuno dei conflitti del momento rischia di essere sospeso durante gli eventi olimpici” o come dice Carlos Arribas su El Pais: “Nessuna Olimpiade ha mai fermato una guerra, mentre la guerra ha fermato due volte le Olimpiadi”. Anzi, Domenico Quirico su La Stampa vede gli stessi Giochi olimpici come una guerra, “una vera guerra. Altro che spazio miracolistico della pace, altro che il quadriennale inghingherarsi con l’Amore sudato, allegro e diffuso, le figurine d’Epinal: il nero che vince a piedi nudi, la afgana che corre quasi in chador…! E vincere non è l’abc della guerra?
Suvvia. Solo il Papa poverino, ci crede ancora. Con le Olimpiadi si fa politica, qualche volta anche qualcosa di peggio, una maschera più allusiva, più elaborata e falsa, anche più seducente. Si esclude e si ammette a seconda di dosaggi e alleanze: Russia no, Bielorussia no, Corea del Nord sì, Israele sì… Si chiedono per le gare individuali abiure da Inquisizione, si fissano limiti numerici, niente sfilate, nessun simbolo nazionale…”.
LA FAMOSA TREGUA
La presenza in tribuna di Volodymyr Zelensky, di Mohammed Ben Salman, di Bassirou Diomaye Faye, di Javier Milei, di tanti altri capi di Stato porta degli elementi a questa tesi. Joe Biden è preso da altri pensieri ma sarà presente la First Lady Jill. Xi Jinping sarà rappresentato da un vicepresidente. Kamala Harris manderà il compagno Doug Emhoff alla cerimonia di chiusura. Vladimir Putin stavolta non potrà addormentarsi al passaggio dell’Ucraina come fece a Pechino: non è stato invitato. Avremo occhi per le proteste in favore della Palestina e per la sicurezza delle delegazione di Israele, sostenuta dalla presenza del presidente Isaac Herzog.
Tutto nel pieno di quella finestra che il CIO e l’assemblea generale delle Nazioni Unite considerano di tregua olimpica, sette giorni prima e sette giorni dopo i Giochi, una finestra nella quale le nazioni sono invitate a risolvere le controversie internazionali con l’arte della diplomazia e non con il rumore delle armi.
Le Monde si fa raccontare dallo storico Fabien Archambault, autore di Les Légendes du siècle che “l’insistenza sul concetto di tregua olimpica è piuttosto recente. Risale agli anni ’80, quando il CIO rinunciò al dilettantismo e iniziò una seconda fase di commercializzazione dei Giochi molto più intensa. Il CIO è un’organizzazione privata a scopo di lucro, era necessario trovare un’anima in più. Da quel momento in poi si insistette sulla pace, sull’amicizia tra i popoli, sulla fraternità”.
Lo storico Patrick Clastres aggiunge che “l’idea della tregua è una strategia di comunicazione del CIO, ma oggi il comitato si ritrova intrappolato nella sua stessa trappola. Da un lato si presenta come un’autorità morale e neutrale, dall’’altra – poiché la sua offerta è basata sullo scontro tra nazioni – viene investito da tutte le forme di ideologia. Questo divario tra il discorso sulla pace e la realtà del mondo è sia il dramma sia il carburante delle Olimpiadi”.
IL PAESE E LO SHOW
Così, mentre hanno avvistato Céline Dion che provava un duetto con Lady Gaga, ci stiamo chiedendo quale volto di sé la Francia vorrà mostrare al mondo, dopo averne offerto uno molto chiaro e poco sfumato con le cronache dalla banlieue dell’estate scorsa e con la campagna elettorale di questa primavera.
Gigi Riva su Domani ha scritto che sul palcoscenico della cerimonia vedremo “la crema di quanto la Francia ha prodotto nel corso del secoli. Ma è nel retropalco che bisogna scavare per svelare l’illusione ottica. La retorica dei valori olimpici dipingerà una Francia che è esistita ma non c’è più”.
Thomas Jolly, l’attore di 42 anni al quale hanno dato la direzione artistica dello show dopo aver letto una sua intervista su L’Équipe, presenta con dolce incoscienza la serata definendola politica e audace. Sarà un inno alla mescolanza sulle acque della Senna.
Patrick Boucheron, lo storico francese ingaggiato fra gli autori dello show, spiega stamattina a Repubblica che stasera vedremo «dei cliché, ma anche qualche trasgressione. Anche se non posso entrare nei dettagli, lungo il percorso ci saranno dodici scene, ognuna suscita emozioni diverse, ci sono anche l’ansia, il disagio. La candidatura di Parigi è nata dopo gli attentati del 2015. Era anche un modo di riparare la nostra società. E qualcosa rimane. Abbiamo cercato innanzitutto di prendere in giro i nostri difetti. Nello spettacolo di Londra 2012 mi era piaciuta una forma di autoironia. E così ci siamo chiesti: agli occhi del mondo, cos’è un francese ? Per molti è qualcuno di ridicolo e arrogante. Ecco abbiamo cercato di non esserlo o comunque approcciare con umorismo questi difetti».
Il suo contributo lo spiega così: «Non ho mai voluto fare una narrazione cronologica e comunque già la scenografia parla da sé. A un certo punto vedrete la Bastiglia, la Conciergerie, il Louvre, Notre-Dame. Parigi è fatta di tutte le epoche e ci appoggiamo su questo per mostrare che cos’è una città-mondo. La Francia non è nelle condizioni di dare lezioni a nessuno ma allo stesso tempo può creare immagini che riconciliano e provocano appartenenza. Non dico orgoglio, patriottismo, identità».
Era il 27 ottobre del 2021, mancavano 100 giorni ai Giochi di Pechino, e su L’Équipe Jolly immaginava come si sarebbe potuta mettere in piedi la cerimonia. Nel comitato organizzatore, Reboul non si perse una riga e prese il telefono per chiamarlo. Si sono visti, hanno bevuto tre birre, Jolly ha dovuto passare gli esami con la sindaca Anne Hidalgo, i membri del CIO, il comitato interministeriale, fino a ricevere un sms da Macron il 29 agosto 2022: “Benvenuto a bordo e complimenti, questa avventura sarà pazzesca”.
La Senna è il cuore di tutto. È il fiume che diventa stadio, come dice lo scrittore Marco Ciriello su Domani, la vertigine della Senna, illustrando l’intero immaginario film e romanzi che sfilano su questo serpente lungo 6 chilometri. Paolo Brusorio su La Stampa dice che “organizzare una cerimonia olimpica inaugurale laddove ci passano chiatte e bateaux mouches, merci e turisti. Idea visionaria che la Francia, e il suo presidente, non ha mai smesso di inseguire”.
L’ATTESA PER LE GARE
Le gare sono già cominciate, domani si assegnano le prime medaglie, ogni giornale fa le sue previsioni, mette in copertina i propri volti, cita l’istituto Gracenote Nielsen, una sorta di barometro del clima olimpico, che assegna ori, argenti e bronzi prima del via. A L’Équipe pensano che quelli di Nielsen siano stati di manica stretta prevedendo 60 podi, loro se ne attribuiscono 70. Per l’Italia sono in calendario 46 medaglie e 11 ori, in 20 sport diversi, ma Aligi Pontani su Domani mette per iscritto un consiglio su come non seguire questi Giochi.
“Saranno questi tempi un po’ sguaiati e un po’ sbracati, saranno i ministeri che tengono Italia e italianità nel nome, sarà il mercato che si è adeguato, anche il supermercato dove ormai non c’è scatola o lattina o bottiglia senza la bandierina e il made in Italy in bella vista, sarà il nuovo linguaggio dei racconti sportivi dove chi perde una finale di uno slam induce a un titolo allarmato, che succede?, sarà un po’ tutto questo. Però, ecco, se c’è un modo in cui non bisognerà vederli questi Giochi che già fanno stare col cuore in gola solo perché finalmente ricominciano, è quello di stare lì con il pallottoliere davanti, ad aspettare la conta, il record, l’algoritmo. Non bisognerà vederli con gli occhi foderati di tricolore e con le orecchie inzeppate di enfasi, perché poi lo sport presenta il conto, e a volte si diverte a punire i presuntuosi, e anche il nazionalismo da tribuna”.Tre anni dopo chi si ricorda di Federica Cesarini, Valentina Rodini, Luigi Busà, Francesco Lamon. “Se sono nomi che non vi dicono niente – ha scritto Pontani – ecco, sono tutti campioni olimpici, gente per cui tre anni fa palpitammo e magari ci commuovemmo, prima di dimenticarli. Perché poi le Olimpiadi sono questo, l’attimo fuggente e folgorante che riempie la vita di un ragazzo. Loro non non dimenticheranno mai”.
LA MANO CHE ACCENDERÀ IL BRACIERE
Snoop Dogg è il rapper americano che porterà la torcia olimpica nel rettilineo finale prima della cerimonia di apertura. È nato e cresciuto a Los Angeles, la città dei Giochi del 2028. The Athletic si lancia nella lotteria dell’indovina chi e lascia in piedi dieci birilli: Marie-José Pérec, Zinédine Zidane, Kylian Mbappé, Omar Sy [i non atleti hanno già acceso il calderone qualche volta], Thierry Henry, Victor Wembanyama, Thomas Pesquet, Martin Fourcade, Tony Parker, la provocazione Joel Embiid.
Alessandra Giardini su Domani ricorda che la prima volta nel 1928 toccò a un dipendente della compagnia del gas di Amsterdam, poi la decisione è diventata sempre più simbolica, a volte politica”. I francesi hanno avuto Alain Calmat a Grenoble 1968 e Michel Platini ad Albertville 1992.
L’EREDITA’
Lionel Dangoumau, ancora su L’Équipe, si domanda già cosa resterà, si chiede se la Francia sarà miracolosamente riunita dopo i Giochi. “La risposta è no. Ma la gioia e la leggerezza non possono nuocere. Inoltre lo sport è almeno un universo nel quale bisogna riconoscere la propria sconfitta. Una volta terminata la cerimonia di chiusura e una volta spenta la fiamma, la vittoria più importante sarebbe per tutti ricordare che ci siamo presi una bella pausa, offerta dagli atleti di tutto il mondo”. Anche Carlos Arribas su El Pais parla di festa da vivere a Parigi, nonostante tutto.
Nella più classica situazione conosciuta come “mi si nota di più se faccio il cinico o se mi commuovo”, la firma più conservatrice del conservatore Telegraph, ha scelto la seconda via. Oliver Brown ha aggiunto del sugo apocalittico e stamattina scrive che “una facciata di armonia non può nascondere la verità: l’ideale olimpico è morto”. Come Amedeo Nazzari quando al Pd volevano farlo segretario [QUI Corrado Guzzanti nei panni di Walter Veltroni]. Il concetto appare negli archivi dei giornali la prima volta nel 1972. Così, Thomas Bach è “il massimo burocrate tedesco” che “ripete a pappagallo i suoi bromuri su pace, amore e comprensione”. Pera carità, avrà un suo pubblico entusiasta. In genere sono quelli che non sanno distinguere una cronometro a squadre da un tremila siepi, così a Brown piace mettere l’enfasi sul fatto che a questi Giochi di Parigi non ancora iniziati abbiamo “gli olandesi che schierano uno stupratore di bambini, gli inglesi che perdono la loro cavallerizza di punta per aver frustato senza pietà un cavallo, i cinesi impantanati in un presunto scandalo di doping nel nuoto, la squadra femminile di calcio canadese che spia le neozelandesi e i francesi che fischiano ogni argentino come rappresaglia per il coro razzista di Enzo Fernandez. Non è proprio il cocktail immaginato da Pierre de Coubertin”.
In realtà, gli ricorda Giulia Zonca da La Stampa, meno male che non sono più i Giochi immaginati da De Coubertin. “È il padre dei Giochi, non di questi. La sua creatura si è parecchio allontanata dalle idee di cui era tanto convinto e l’edizione che si inaugura oggi segna il punto più distante dal nome del fondatore. Nel 2024 si raggiunge la parità, almeno nei numeri, nei posti a disposizione degli atleti: la metà è per le donne. Cento anni fa, l’ultima volta in cui i Giochi hanno visto Parigi, De Coubertin era stato costretto ad ammetterle: a parte, in discipline da esibizione e contro la sua volontà. Erano il 4,4 per cento del totale, derise, fuori programma. Lui ha fatto da catalizzatore dentro una lobby che spingeva per recuperare il vecchio concetto di gare dell’antica a Grecia per esaltare la modernità. Ci sono voluti 100 anni per arrivarci davvero”.
Va detto che Oliver Brown non è solo. I giornali sono pieni di persone che non amano più il divertimento, sono inclini a guardare sempre e solo scandali e sporcaccioni, la dark side of the moon. Gli inviati di guerra vedono la guerra ovunque. Chi segue il terrorismo, lo scorge dappertutto. Forse ha ragione Cristina Cubero, la vicedirettrice del Mundo Deportivo, quando in questa bella intervista dice che solo chi segue lo sport riesce a vedere il mondo per intero. Vuoi mettere un record del mondo di tiro con l’arco fatto da una ragazza della Corea?