Sono una donna, non sono una martire. Come sta il giornalismo sportivo secondo Cristina Cubero


Cristina Cubero, catalana di Barcellona, è la giornalista con la carica più alta in un quotidiano sportivo in tutta Europa. È la vicedirettrice del Mundo Deportivo. Conduce un talk show a El Chiringuito, ha seguito otto Mondiali e quest’estate raggiungerà quota sette Olimpiadi. In questi giorni sta seguendo il suo settimo Europeo, la cosa sorprendente è che nel suo percorso ci siano pure altrettanti Super Bowl.

Sorprendente per modo di dire. Il football americano è stato il chiavistello per entrare in questo mondo, in questo mundo, al Mundo Deportivo. Del mestiere, di com’era e di com’è, della condizione femminile e della sua, Cubero ha parlato in una intervista con Inaki Diaz-Guerra di El Mundo [ehm], giornale madrileno [attenzione] e del gruppo editoriale concorrente [di nuovo attenzione], quello che edita Marca.

È un’intervista super bella, coraggiosa, …. [spazio a piacere per aggiungere un terzo aggettivo]. Diaz-Guerra ne sta sommando diverse, un ciclo per raccontare come se la passa il giornalismo sportivo. Ne offriamo alcuni stralci tradotti, ma per intero e in originale si trova QUI

«Sono entrata al Mundo Deportivo nel 1987 per puro caso. Non volevo fare la giornalista, non è che sentissi chissà quale vocazione, sono finita lì come stagista per tre anni e gli stagisti fanno sempre gli sport che nessuno vuole fare. Era il periodo in cui a Barcellona stavano fondando i Dragons, così sono diventata esperta di football americano. Mi mandarono a intervistare John Montana e da lì al Super Bowl».

 ➣  Il tuo curriculum è quello di una persona che dovrebbe essere considerata un riferimento nella professione, ma non ho la sensazione che con te succeda.

«Perché sono di Barcellona».

 ➣  Non è perché sei una donna?

«Adesso si parla di più delle donne, perché c’è molto da dire, ma in questo caso penso che sia più per non aver fatto il mio percorso a Madrid, che è dove alla fine si muove tutto. Da donna, non penso che il giornalismo sportivo sia stato questo mondo sessista di cui si parla sempre. Succedono delle cose, ovviamente, ma 22 anni fa ero già conduttrice di un talk show alla radio, e non era un posto che occupavo in quanto donna. La realtà è che i momenti peggiori sono arrivati negli ultimi tre anni. Non faccio più la giornalista da tre anni, sono diventata una quota. È fantastico. Venticinque anni fa lavoravo in televisione, facevo un talk show di calcio, ho seguito Mondiali ed Europei dove eravamo io e 500 uomini, ma non sono mai stata protagonista perché ero donna. Nessuno mi vedeva come una donna. Nessuno. Ero solo un’altra giornalista. La mia condizione di donna ha fatto notizia solo una volta nella mia vita».

 ➣  Quando?

«Nel 1997, quando fui la prima donna a entrare in un campo di calcio in Arabia Saudita. Sono andata con la squadra brasiliana alla Confederations Cup e volevano comprarmi»

L’ARABIA

 ➣  Corrompendoti o letteralmente comprarti?

«Come quella vecchia battuta sui cammelli. L’11 settembre non c’era ancora stato e non sapevamo quasi nulla del fondamentalismo o di ciò che stava realmente accadendo nei paesi arabi. Quando sono arrivata, non volevano darmi nemmeno una camera d’albergo perché non viaggiavo con mio marito o mio padre. Per risolvere tutto è dovuto scendere Mario Zagallo. Ho vissuto cose incredibili a Riyadh. Tutte le donne indossavano il burqa e io avevo sempre dietro di me due guardie del corpo e un paio di membri della Mutawa, la polizia religiosa. Di lì a pochi giorni, la mia scorta mi ha detto che un principe voleva comprarmi. Gli ho detto: Non sono in vendita. E lui ha risposto: Tutti gli occidentali hanno un prezzo» 

 ➣  E tu cosa hai fatto?

«Mi sono incuriosita e gli ho chiesto quale fosse il mio. Volevo conoscere il mio valore di mercato [ride]» 

 ➣  E quale era?

«Avevo 28 anni e lui mi disse: – Sei vecchia, sei occidentale e sei usata, quindi, vali meno di un cane. Non ero vergine, gli dissi che la cosa era abbastanza abituale, che ne tenesse conto nel fare la valutazione. E lui disse: – Allora il tuo prezzo è di 800.000 dollari in oro. Gli ho risposto: – Beh, non lo faccia sapere al mio fidanzato, per ogni evenienza [ride]. Ero già molto incuriosita dall’argomento e a quel punto volevo incontrare il principe arabo. Sono una donna fantasiosa e pensavo che sarebbe arrivato cavalcando un cavallo bianco, con il turbante e gli occhi verdi, ma è apparso un signore di 90 anni, basso e paffuto. Ventisette anni dopo, questi paesi sono cambiati molto. Mi hanno accusato di aver insabbiato il regime saudita quando sono tornata per la Supercoppa spagnola. Il fatto è che quelli che mi hanno accusato, non ci sono mai stati lì. Io sì e posso dare un giudizio su com’è rispetto a com’era. Non dico che vada tutto bene, dico che si è evoluto perché è la verità. Ebbene, quel viaggio è stato l’unico in tutta la mia carriera in cui ho sentito che ero diversa in quanto donna» 

 ➣  Questo non significa che non hai sofferto il machismo.

«No, ma non ho mai avuto problemi nella professione per il fatto di essere donna. Non ho mai avuto problemi con un giocatore, un allenatore o un dirigente. Non ho mai dovuto proteggermi perché sono una donna. Non mi è mai successo niente. È vero che io, di regola, non ceno con i calciatori, tranne quelli che sono già miei amici. Perché la notte, come diceva Dinio, può confondere le persone. Quindi quando viaggiavo, visto che ero sempre sola, mi facevo portare il servizio in camera. C’è sempre qualcuno che ti invita a cena, un calciatore o qualcuno della spedizione, ma io dicevo sempre che avevo sonno e andavo in albergo. È una forma di autotutela, in questo modo eviti che un giocatore beva due bicchieri di vino e ti dica che begli occhi che hai» 

 ➣  Sentirti come se dovessi proteggerti, non è già questo un problema?

«Ma nessuno mi ha mai disturbata, un altro problema sono i giornalisti stessi. Quando cominciai ad avere tante notizie, da far invidia in alcuni ambienti professionali, in un programma radiofonico un collega di un altro giornale sbottò: “Hanno visto Cristina Cubero uscire dalla casa di Francesco Coco”. Mi fece male, ne ho parlato a casa con mio padre e lui mi ha detto: “Ci vuole un avvocato”. Ed è quello che abbiamo fatto. Ero stata a casa di Coco con il dottor Pruna, perché non parlava spagnolo, mi aveva chiamato per dirmi che aveva la faccia piena di punti rossi, io avvisai i medici del Barça e andai ad aiutarli a capirsi. Aveva il morbillo. Il giornalista, se mi ha visto, ha visto uscire anche il medico, perché entravamo e uscivamo insieme, quindi con quel commento voleva far credere che avessi una relazione con un ragazzino».

 ➣  Sarebbe stato nel tuo diritto, in ogni caso.

«Certo, avrei potuto fare quello che volevo della mia vita, ma non l’ho fatto. Sai chi me lo ha detto? Edgar Davids. Siamo diventati molto amici quando era al Barça e un giorno mi ha chiesto: “Ehi, com’è possibile che tu non abbia avuto una relazione con un calciatore?”. Gli dico: “Bastardo, sei qui da due giorni, cosa ne sai di me?”. Lui rispose: “Perché se fosse successo, lo saprebbe tutto lo spogliatoio”. Comunque… non mi interessa cosa fa la gente e se hai voglia di andare a letto con un calciatore, olé, ma non possono attribuirmi falsità. Se avessi avuto una relazione ogni sera con un calciatore diverso, lo direi, ma non l’ho mai fatto. Non lo so, ti dico che non mi sono mai sentita così a disagio come donna nel giornalismo quanto adesso. Siamo tornati indietro».

LE QUOTE ROSA

 ➣  Indietro?

«Sì davvero. Mi stanno succedendo cose che non mi sono capitate in 35 anni di carriera. Io per esempio non parteciperò mai a un dibattito in cui siamo solo donne, mi rifiuto. Sono vicepresidente dell’Associazione della stampa sportiva in Spagna e mi hanno chiamata a far parte della giuria dei National Sports Awards. Ho chiesto se era perché ero vicedirettrice del Mundo Deportivo e mi hanno detto di no, era perché ero vicepresidente. Ho spiegato loro che allora la persona che ci rappresenta è Julián Redondo, il presidente, e loro mi hanno detto: “Sai cos’è, vogliamo che ci siano più donne che uomini”. Allora ho rifiutato. Non andrò in una giuria perché sono una donna, ci vado perché sono una giornalista. Oggi, per politica o estetica, chiamano molte donne per raggiungere una quota. Non mi chiamano perché sono portatrice di un messaggio diverso dal discorso prevalente. Sento dire: “Non puoi far carriera se sei madre”. Mio figlio ha 19 anni, l’estate che è nato sono andato agli Europei e il ragazzo non è nato con due teste e quattro code. Quando la mamma andava a un grande torneo, lui restava con papà e non succedeva niente. Siamo noi che dobbiamo cominciare a capire che la nostra vita deve essere così e che io non sono stata una cattiva madre perché sono andata un mese ai Mondiali, mannaggia».

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 ➣  Ovviamente no, ma questo non significa che per una donna non sia più complicato.

«Molte giornaliste quando diventano madri decidono di fare la producer o qualcosa che richieda meno spostamenti. Mi sembra giusto, ma lo fai perché vuoi, non ti obbligano. Guarda, siamo tornate indietro perché nel 1987, quando ho iniziato, posso citare più di 20 giornaliste che lavoravano nei media di Barcellona [lo fa]. Eravamo in tante e nessuna ci classificava come donne. Non sono mai stata trattata diversamente per il fatto di essere donna, in nessuna parte del mondo. Ero Cristina, del Mundo Deportivo, punto. Adesso davvero mi trattano da donna, ora mi chiamano perché vogliono delle tette, ora ci sono donne che fanno lavori senza avere il curriculum per farlo. Un giorno me ne sono quasi andata dalla presentazione di un libro di una giornalista che ha esordito dicendo: “Dobbiamo denunciare i sessisti nel mondo del calcio, quelli come Javier Clemente che non mi ha mai rilasciato un’intervista perché sono donna”. Clemente ha rilasciato mille interviste a me, a Mónica Marchante e ad altre donne, se non parla con te forse è perché ritiene che tu non sia una brava professionista. Sotto questo ombrello dell’essere donna, tutte si insinuano nel giornalismo. Buono e cattivo. Io non voglio questo né per le donne né per la società. Voglio quel che ho vissuto: essere trattata come un giornalista, indipendentemente dal fatto che io sia una donna o un uomo» 

 ➣  Non credi che, forse, tu sei stata l’eccezione e non la regola?

«Non è quello che ho visto. So bene che le società hanno una tradizione sessista e dobbiamo intraprendere dei passi politici per correggerla, affinché donne e uomini possano riconciliarsi senza impazzire, affinché nello stesso lavoro le donne guadagnino quanto gli uomini… La classe politica deve fare il lavoro, ma quel che non può fare è commettere ingiustizie. E si stanno impegnando. Sto vivendo i momenti peggiori come giornalista donna e noto che non mi amano più,  perché non dico quello che vogliono sentirsi dire, non mi bevo il discorso. Vogliono sentire: “Oh, mi hanno molestato, mi hanno trattato terribilmente e volevano portarmi a letto”. Eh no, a me non hanno mai toccato il culo in discoteca, non mi è successo. Certo che succede, lo so, ogni vittima ha il mio sostegno, ma non tutto è così. Sono molto felice quando vedo le scuole piene di ragazze che giocano a calcio. Così si crea una società paritaria, fornendo risorse affinché le donne possano praticare sport. Stiamo vivendo il momento migliore per lo sport femminile spagnolo e allo stesso tempo il momento peggiore della nostra vita per essere una giornalista sportiva».

VOLEVO FARE LA PILOTA

 ➣  Torniamo alla tua carriera e al tuo prestigio: sei frustrata?

«No, perché il luogo in cui ho molto prestigio è fuori dalla Spagna. Sono venuti a cercarmi e ho collaborato con France Football, con La Gazzetta dello Sport, sono in giuria dei premi Laureus e di quasi tutti i premi sportivi internazionali, mi conoscono negli Stati Uniti e in Brasile, dove mi considerano uno di loro… ho del prestigio e in tanti paesi, non per qualcosa di speciale, ma per aver lavorato tanto e per sapere come si trattano i calciatori. Se Ronaldinho firma per il Barça e la prima intervista mondiale è tua, la gente ti apprezza. È normale».

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 ➣  Come ci sei riuscita? Qual è il trucco?

«Ho vissuto tutta la carriera di Messi, Ronaldo Nazario è uno dei miei migliori amici… Tutto viene facile quando tratti anche la più grande stella come una persona normale e reale, perché loro sono quello e quasi nessuno lo fa. È sempre stato ciò che ho voluto trasferire al lettore come giornalista. Mi sono preoccupato di cercare di conoscere la verità e di trasmetterla. E l’unico al mondo a conoscere la verità su di sé è il calciatore. Per esempio, io non parlo con i manager. Mai, non mi interessano perché sono loro che filtrano le cose, io voglio guardare negli occhi il protagonista e chiedergli cosa c’è che non va. Non invidio le loro vite. Il mio figlio e quello di Ronaldinho sono nati il ​​25 febbraio del 2005, a 40 minuti di distanza l’uno dall’altro. Quando Ronaldinho venne a casa mia e vide la mia famiglia, mio ​​padre che giocava con i bambini per terra, mia madre che cucinava, i miei fratelli che aiutavano, mi disse: “Questo è quello che desidero”. Voleva una vita normale, non sentirsi dire che giocava peggio se andava a suonare i bonghi a Castelldefels. Suonava perché aveva bisogno della musica per essere felice» 

 ➣  All’inizio hai detto che non volevi fare la giornalista. Cosa volevi essere?

«Pilota di aeroplano, ma a quel tempo ci si poteva addestrare solo a Madrid o nell’esercito, e le donne non potevano ancora fare il militare. Ho studiato per questo tutta la vita, ero molto brava in matematica e fisica, non me ne fregava niente delle lettere, rosa rosae non mi riguardava. Quando fu l’ora di scegliere, non mi ci vedevo ad andare a Madrid da sola, quindi ho deciso di rimandare il mio percorso da pilota e di iniziare a studiare a Barcellona. Ho fatto domanda di iscrizione a Matematica, Farmacia, Economia e per completare Pubblicità e Giornalismo. Ma ho sbagliato, l’ordine era inverso, così la mia quinta opzione è stata considerata la prima. È così che sono finita alla scuola di giornalismo. Ho anche pensato di cambiare»

 ➣  Perché non l’hai fatto?

«Perché quello che mi affascinava era lo sport, nella mia famiglia sono tutti così, guardavamo tutto: il calcio, il ciclismo, qualunque cosa trasmettessero. Ho pensato: “Bene, cercherò di divertirmi facendo qualche lavoretto”. A casa leggiamo La Vanguardia e Mundo Deportivo, così ho scritto una lettera a entrambi i giornali per cercare di ottenere uno stage. Entrambi mi hanno preso, ma lo sport era la mia passione ed entrai al Mundo Deportivo. Il primo giorno in redazione ero stupita. Tutti fumavano, sigari, bicchieri di whisky sui tavoli, ridevano. Quando sono tornato a casa, ho detto a mio padre: “Papà, mi hai cresciuto malissimo, c’è qualcosa che mi è mancato nella vita” [ride]» 

 ➣  E nessuno ti ha più tirato fuori di lì.

«Impossibile. Quando si trattava di scrivere soffrivo, perché non avevo mai messo insieme le lettere, ma amavo le persone, le storie dietro gli atleti, tutto quello che hanno dovuto superare per arrivare lì… Allora, cosa ho fatto? Ho sviluppato un modo di scrivere molto mio, strettamente legato ai sentimenti e alle emozioni. Oggi ancora non potrei lavorare in un’agenzia perché non so scrivere senza dare un’opinione. Quando scrivo, riporto ciò che sento. Anche questo mi ha reso diversa dallo stile più accademico di allora, mi ha messo in mostra con Tomás Guasch che mi diede finalmente un contratto e mi ha portato al calcio. Ha reso ogni giorno della mia vita diverso ed emozionante. Trattava la donna delle pulizie come una stella del Barça e io dopo mi sono sempre regolata così. Il giornalismo, le fonti, sono persone. Sono una giornalista di cronaca, non scriverò mai quella bella rubrica che tutti elogiano. Come direbbe Roberto Gómez, vengo dalla strada. Non sarò mai come lui. Né io né nessun altro, né in questa vita né nella prossima perché Roberto si reincarnerà in un reporter e sarà ancora una volta il migliore del mondo [ride]. Sono seria, eh. Ci sono una serie di giornalisti professionisti con cui ho vissuto nel giornalismo sportivo di strada che non hanno eguali: Manolo Lama, Tomás Guasch, Pepe Gutiérrez, Roberto Gómez, Pipi Estrada… Ero sempre con loro con la nazionale e ho imparato che il giornalismo è nel portiere dello stadio e nel cameriere alla mensa. Ti spiegano perché nelle società di calcio le cose accadono, tanto o più delle stelle».

SAPER PARLARE ALLE PERSONE

 ➣  Quale personaggio ti ha colpito di più?

«Johan Cruyff e Carles Rexach, non riesco a separarli. Un altro che mi ha segnato molto è Ronaldo, il Fenomeno, perché non ho mai visto un giocatore migliore con i miei occhi».

 ➣  Messi si arrabbierà.

«Quel che fa arrabbiare Leo è quando gli dico che la sua testa è un computer e che per tutta la vita è riuscito a riprodurre quello che ha visto fare agli altri, ma un po’ meglio e sempre. Quando era piccolo, alle riunioni in famiglia per intrattenere i bambini proiettavano i video con i gol di Maradona. Cosa ha fatto Messi? Li ha imparati e li ha ripetuti tutti. Ronaldinho ha segnato un calcio di punizione basso sotto la barriera, lui ne ha fatti tre. Assurdo. La prima volta che ho viaggiato con il Barça è stato durante un tour in Cina, ero incinta di quattro mesi e con il mio istinto materno scatenato, ho visto quel ragazzino che non parlava con nessuno e l’ho adottato. Ho passato tutto il viaggio con lui e un giorno Rijkaard mi si è avvicinato e mi ha chiesto: “Cris, di cosa stai parlando con Messi?”. Gli ho detto che mi parlava delle grigliate, di Río Turbio, della sua famiglia, di come si sono dovuti separare perché non si sono adattati a Barcellona… “Mi ha raccontato tutta la sua vita ed è molto simpatico” gli dissi. Mi rispose: “Beh, con noi non parla mai”. Allora sono andata a cercare Ronaldinho: “Amico, devi prenderti cura di quel ragazzo”. E lui mi dice: “Quel bambino sarà migliore di me”.

 ➣  Te ne sei accorta in quel primo tour?

«Sì, pensavo di essere fuori di testa. In quel viaggio Messi mi ha detto: “Cris, se un giorno giocherò in Nazionale, verresti con me?”. Gli ho detto di sì, perché pensavo che non sarebbe mai riuscito a diventare abbastanza alto. Un anno dopo ero in vacanza nella mia città, Rubiales del Agua a Burgos, stavo bevendo del vino e ho ricevuto un messaggio di Leo: “Mi hanno convocato per l’Argentina, per un’amichevole in Ungheria il 17 agosto. Verrai, vero?”. E ci sono andata, in piena vacanza. Lo hanno espulso appena entrato, per una gomitata, e ho sentito uno dietro di me che urlava imprecazioni in portoghese all’arbitro per aver buttato fuori quel ragazzo. Era Mourinho, ancora allenava il Porto. In albergo Messi si è messo a piangere, pensava che non lo avrebbero più chiamato.

 ➣  Riguardo a questa leggenda che vuole il Barça come unico, come diverso dal resto dei grandi club, cos’è che non vediamo noi giornalisti madrileni?

«La società civile catalana. Qui non c’è la società civile di Madrid. A Madrid è tutto come al tennis nella Caja Mágica, la gente va a passeggiare, beve un vermouth e si ritrova. Il Barça era ed è uno strumento politico che vogliono controllare. Questa è la differenza con Madrid, non importa si dica che si trattava della squadra del governo, o del regime. Non lo è, come non lo è l’Atleti. Sono strumenti di potere, di influenza e di denaro, ma non politici. Il Barça sì, il Barça ha sempre voluto essere un soggetto politico e il prezzo è molto più caro. Núñez non lo ha permesso, ma le pressioni sono state brutali ed è finito in prigione. Sandro Rosell ha trascorso due anni in prigione a causa di una grande farsa messa in piedi perché era presidente del Barça. Bartomeu ha dormito in prigione senza fare nulla, a parte dare soldi a certi giocatori…» 

 ➣  E portare il club alla rovina attuale.

«Ma quello che ha fatto non era illegale e, se non fosse arrivata la pandemia, il Barça avrebbe potuto continuare a mantenere quel tenore di vita, era un uomo ricco che spendeva perché si guadagnava. Quelli che ne hanno approfittato, sono stati i calciatori, Cristiano guadagnava tre volte meno di Messi. Laporta sa che dopo il licenziamento di Xavi, si creerà rapidamente una candidatura politicizzata per provare a mettere le mani sul club, perché al Barça non contano i trofei e i centomila tesserati, ma l’influenza che ha nel mondo. Il presidente del Barça è più potente del presidente della Generalitat» 

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IL BACIO DI RUBIALES

 ➣  Hai vissuto un’altra grande polemica quando hai minimizzato il bacio di Luis Rubiales a Jenni Hermoso.

«E lo penso ancora. Guarda, Rubiales è una persona senza buone maniere, e fa parte di quella generazione calcistica dei vecchi tempi, in cui tutti sono macho, ma quel che io ho giudicato è stato il bacio. Ho detto, e lo sostengo ancora, che se ne parliamo come di un abuso sessuale, facciamo molto male alle donne e banalizziamo l’abuso sessuale. Chiamiamo le cose col loro nome: non lo è. E l’altra cosa che ho detto è che volevo ascoltare Jenni prima di massacrare Rubiales, cosa che alla fine è stata impossibile, a causa della politicizzazione del caso. La questione Rubiales dimostra il deplorevole livello politico raggiunto nel nostro paese, e mi riferisco sia al governo che all’opposizione. È un peccato, ci hanno reso dei peggiori cittadini. Meno liberi che mai. Ora non puoi esprimere la tua opinione su nulla perché vieni subito etichettata. Per quello che ho detto, diranno che sono di estrema destra, ma se dico che sono a favore dell’aborto allora sono di estrema sinistra. Lasciatemi pensare quel che voglio senza mettermi etichette, perché abbiamo la peggiore classe politica della storia» 

 ➣  Tu pensi e ripensi. 

«Questo ho fatto. Volevo parlare con Jennifer, ascoltarla, non leggere una sua dichiarazione. Ho visto quel bacio come una complicità. Sicuramente, dal punto di vista etico, estetico, non doveva esserci, ma non può mai essere un abuso sessuale ed è stato usato politicamente. Ora, se viene dimostrato che Rubiales ha venduto la Supercoppa all’Arabia Saudita, lui va in galera, ma cosa ci fa il Governo con le mani nel mondo del calcio?» 

 ➣  Il governo c’è perché ogni presidente della federazione finisce implicato in casi di corruzione, sembra che il calcio non sia in grado di autogovernarsi.

«Ma per questo abbiamo la giustizia, non la politica. Se i dirigenti vanno in galera, lasciamo che sia un giudice a decidere. I politici non ci devono entrare».

 ➣  Cosa ti resta da realizzare che ti entusiasma?

«Accidenti, non mandarmi in pensione [ride]. Sono ancora molto entusiasta di fare la giornalista, la mia vita quotidiana mi motiva moltissimo, la mia agenda è piena di cose. Santi Nolla è fantastico e spero che continui a dirigere il Mundo Deportivo ancora a lungo, ma nessuna donna è stata ancora direttrice di un giornale sportivo… C’è tempo, questo lavoro ha ancora molta strada davanti. L’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire un giornalista, perché le persone cercheranno sempre una conversazione come questa, si guarderanno negli occhi, si toccheranno. I giornalisti lo faranno sempre. Soprattutto quelli sportivi. Siamo i migliori. Metti un collega della politica a fare lo sport e non sa da dove cominciare, ma metti un collega dello sport in qualsiasi altra sezione e galleggia sempre. Sempre.

[Tutta l’intervista, lunghissimissima, si trova QUI – El Mundo è uno dei quotidiani con le migliori storie sportive d’Europa e Slalom consiglia di sottoscrivere un abbonamento Premium]

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