Un anello di 5 chilometri e 245 metri, con un rettilineo di 1.141 metri – 43 in più che a Losail – dove Dovizioso con la Desmosedici è andato una volta a 356,7 km orari. Zarco aspetta che qui un giorno arrivi qualcuno a superare il suo lampo, 362,4 km/h in Qatar. È la pista dove una moto s’è più avvicinata alle prestazioni di un’auto: Marc Márquez ha girato in 1’45″519, trenta secondi superiore al primato di Lewis Hamilton nelle qualifiche 2020 di Formula 1 (1’15″144).
Una pista tecnica con quindici curve e le uscite in contropendenza. Uno dei circuiti mediamente impegnativi per i freni, ha scritto una volta Simone Valtieri su Motobox, dove primeggiano “un motore potente e naturalmente un impianto frenante di prim’ordine per non perdere in frenata quanto si potrebbe aver guadagnato sul dritto”.
Le frenate, appunto. Sono nove in tutto. Per un totale di 29 secondi, un valore – scriveva Motobox – che corrisponde al 28 per cento della durata complessiva della gara.
“Di tutti i GP disputati in questo inizio di stagione è la percentuale più bassa. Le tre curve più impegnative: curva 1, curva 15 e curva 12. La staccata più dura è quella alla San Donato (curva 1): preceduta da uno scollinamento, vede le MotoGP arrivare ad oltre 330 km/h (decisamente di più le Ducati) ed entrare in curva a 93 km/h. Per riuscirci i piloti si attaccano ai freni per 5,9 secondi durante i quali percorrono 317 metri. La decelerazione è brutale, 1,5 g, il liquido freni raggiunge i 9,9 bar e la temperatura dei dischi i 770°C”.
C’ERA UNA VOLTA VALENTINO
Questa è la pista dove Valentino più che altrove ha raccolto e sparso la sua gloria. Dove lo hanno soprannominato il sindaco. Dove i tifosi con le magliette e le bandiere hanno creato il Muro Giallo. Dove ha vinto nove volte, sette consecutive tra 2002 e 2008, due volte davanti a Max Biaggi e una di queste fu accompagnata dal famoso giro con la bambola che lo sfotteva. Sette pole, l’ultima nel 2018, un motore rotto, un infortunio nelle libere, tre cadute, una frattura di tibia e perone, tutto qui.
Simon Patterson per The Race si domandò nel 2021 che cosa sarebbe rimasto al Mugello di tanta passione, quando un giorno Valentino avrebbe smesso. Come riconvertirà il suo tifo il Muro Giallo?. Certo, scriveva, Morbidelli e Bagnaia sono bravi, ma non posseggono l’inclinazione allo show che appartiene a Rossi. “Chi farà vendere i biglietti, chi porterà la folla all’estasi del Mugello in futuro?”.
La MotoGP sta aspettando ancora una risposta
PAROLE
Bagnaia si racconta
➣ Cosa può essere meglio di un successo in gara?
«L’armonia di un giro di pista senza errori, magari nelle qualifiche. La velocità, il controllo, la sensazione di andare forte e fare la differenza. L’adrenalina di quando ti rendi conto di non avere sbagliato nulla. La vera felicità sta nella perfezione del gesto. Io, la Ducati: nient’altro».
➣ Valentino Rossi, suo mentore, dice che gli piacerebbe essere ricordato per aver fatto innamorare di questo sport tanta gente. E lei?
«Vorrei mi ricordassero per la passione e la dedizione che ho sempre messo. Sono molto diverso da com’era Valentino. Lui socievole, estroverso. Io, riservato. E non cambierò per piacere di più al pubblico. Spero che la gente lo capisca e mi apprezzi per quello che sono, per la mia sincerità. Non mi vedranno mai recitare».
[intervista di massimo calandri, Repubblica – tutta qui]
Marquez spiega un paio di cosine
➣ Com’è la felicità?
«Me la godo! Sono tornato a fare podi e bei risultati. C’è stato un periodo in cui credevo che non avrei mai più vissuto momenti così, che non avrei più lottato contro i migliori. Ero lontano e soffrivo, ho provato tanto dolore».
➣ La seconda vita di Marc, provi a raccontarla.
«Ogni podio, ogni bella corsa va celebrata. Ho sperimentato sulla mia pelle che le cattive notizie arrivano senza preavviso».
➣ Davvero pensava che non sarebbe più tornato in alto?
«Quando hai lesioni gravi come le mie, quattro operazioni al braccio destro, quando passi da un intervento chirurgico a un altro, tutto questo ti provoca un esaurimento mentale. Puoi restare positivo ma vengono dubbi e calano voglia e fiducia, e la fiducia è tutto per andare in moto. Però non ho mai dubitato delle mie capacità, altrimenti non avrei mai accettato la sfida della Ducati con la Gresini, non sarei salito sulla miglior moto in griglia».
➣ È cambiato anche come uomo. Come si supera la paura?
«Non paura, sennò avrei smesso. Piuttosto rispetto e non soltanto in sella: gli infortuni mi impedivano di condurre una vita normale. Mi chiedevo: “Questo dolore resterà per sempre?”. Fino al 2020 avevo sperimentato il meglio dello sport: felicità e titoli. Fino al 2023 il peggio: traumi, dubbi, sofferenza. Situazioni che ti portano a riflettere, a maturare, a scegliere in modo più consapevole».
➣ In Pedro Acosta rivede il giovane Marc?
«Sì. Ha istinto e l’incoscienza del debuttante, come avevo io. Non teme nulla e nessuno.
Commetterà errori, è normale. Ha qualità per scrivere un’era della MotoGp».
[intervista di daniele sparisci, Corriere della sera – tutta qui]