RUOTE
Romain Bardet si era stancato di salire su una bici e andar su e giù, su e giù per la Francia, su e giù per l’Europa, su è giù tra la storia e le aspettative di un paese che non vince il Tour da 40 anni. Un anno e mezzo dopo quel romantico di Thibaut Pinot, un altro pilastro della generazione 2010, qualche giorno fa ha detto a L’Équipe che questo sarebbe stato il suo ultimo Tour, che fatica smettere, certe volte che fatica andare avanti, ma lui ha deciso. Ha guardato il calendario e ha scelto il Delfinato del 2025 come sua ultima corsa. La sua preferita. Neppure un magnifico secondo posto alla Liegi-Bastogne-Liegi, in aprile, alle spalle di Tadej Pogacar gli ha fatto cambiare sguardo e prospettiva.
«È una decisione attentamente ponderata. A un certo punto della carriera, devi sapere come voltare pagina. Il Tour mi ha dato molto. Non voglio partecipare al Tour solo per dirmi che ne faccio un altro. So quali sacrifici richiede, ho avuto la fortuna di brillare, 2° nel 2016, 3° nel 2017, penso che sia il momento giusto. Ho raggiunto il massimo, ora spero di fare un ultimo bel Tour. Non so cosa possa aspettarmi di più”.
Questo. Questo poteva aspettarsi. La maglia gialla. La sua prima maglia gialla al primo giorno del suo ultimo Tour, per togliersi di dosso l’aria del Poulidor contemporaneo. «È tempo di lasciare spazio ai giovani» ha detto l’altra settimana, ma un giovane lo ha guidato, lo ha pilotato negli ultimi 50 km verso Rimini, il posto migliore dove vivere qualcosa da non dimenticare, amarcord dirà Bardet quando sarà, me lo ricordo. Frank van der Broeck, così dolorosamente vicino nel nome e nel ricordo a Frankie Vandenbroucke, era in fuga dal mattino, in avanscoperta. Ha atteso il capitano e hanno condotto una cronocoppie, come una volta al Trofeo Baracchi, eccolo qua, di nuovo, un gesto antico dentro il ciclismo nuovo.
Nessuno li ha lasciati andare, nessuno gli ha fatto dono di qualcosa. Intorno a questa maglia gialla assegnata tra i colli dove Pantani s’allenava, s’era affollata la fame di tanti, i signori della classifica e i predatori di classiche. Pogacar è andato a sprintare per gli abbuoni, van Aert e van der Poel hanno corso per arrivare primi. Romain Bardet era uno dei corridori moderni preferiti da Gianni Mura per una certa insofferenza verso gli auricolari. La sua maglia poulidoresca gialla fa dire stamattina ad Alexandre Roos su L’Équipe che potremmo finanche fermarci qua, “alla sera di una tappa in cui il Tour de France ci ha subito morso con il suo bacio caldo, una vertigine come la prima volta, un brivido che galoppa sulla pelle sudata di una giornata in cui i nostri cuoricini si restringono”.
A parte il colore, Roos dice che si tratta di “una vittoria enorme, senza dubbio la più bella tra le sue quattro al Tour de France, una vittoria che tutti desideravano per lui, una felicità unanime che è il segno dei grandissimi e il segno della stima che lo circonda. Per il suo record e per la sua carriera, certo, ma ancor di più perché a 33 anni tiene viva una fiamma che a volte crediamo spenta, quella del ciclismo spogliato di alcuni dei suoi artifici, ridotto alla sua espressione più semplice, gambe, istinto e cuore. Questo trionfo conferma il corridore che Bardet è stato e anche l’uomo che è diventato. L’uomo e il corridore che hanno saputo migliorare, cambiare squadra, andare all’estero, rinunciare a sogni che ha compreso inaccessibili, non ha mai smesso di difendere una certa idea delle cose, è entrato nella resistenza in un mondo che si muoveva più velocemente di lui ma nel quale rivendicava il diritto di esistere. Questa vittoria e questa maglia gialla sono una consacrazione, potrà ritirarsi in tutta tranquillità, il suo addio è già riuscito. Per ironia della sorte, dopo averla inseguita per tutta la carriera, Bardet ha conquistato la maglia gialla quando aveva deciso di non preoccuparsene più. Liberato da questa ossessione per la classifica generale del Tour, questo rapporto tossico che i corridori francesi intrattengono con la loro corsa”.
Eccolo, il punto. Roos dice che si tratta di “una lezione per tutti, sponsor, squadre, media, tutti quelli che tendono a schiacciare i migliori talenti francesi nel mulino infernale del Tour, a cercare costantemente il successore di Bernard Hinault, mentre ci sono tanti modi di ballare sulla strada”.
Oh, la cosa più divertente di tutte è che Romain Bardet si sentiva così proiettato nel futuro, da aver accettato un compito di opinionista del ciclismo mentre ancora corre. L’oeil de Romain Bardet, si chiama la rubrica che tiene per L’Équipe . È la prima volta che un corridore ancora in attività assume il ruolo di consulente per il giornale, e adesso gli capita pure di avere la maglia gialla sulle spalle. Che cosa aveva scritto alla vigilia?
“Il Tour de France impone un’intensità che non si trova da nessun’altra parte. Nessuna corsa si avvicina all’esperienza all-inclusive che ci accingiamo a vivere nell’arco di tre settimane. Per molti siamo riconosciuti come professionisti solo quando partecipiamo a un Tour. La prima volta che ci sono venuto, rimasi sorpreso dalla tensione, nel corso del decennio non ha fatto altro che aumentare. Era una lotta continua per mantenere la posizione e avevo l’impressione di non saper più andare in bicicletta, di essere assorbito dentro grande bolla che è il gruppo, di diventare dipendente dai suoi movimenti e dai suoi rischi. Avevo le mani sui freni un secondo, e il secondo dopo stavo correndo per tornare sul ciclista davanti a me. È la corsa più difficile per un francese. Tutti vogliono un pezzo di noi – i media, gli spettatori, un selfie, un autografo – e io ho sempre avuto difficoltà a staccarmi dalla gara, sentendomi prigioniero di questa grande macchina. Non sono preparati a gestire questa cosa, trascende l’aspetto sportivo. Ho passato dei momenti davvero belli senza mai essere veramente me stesso. Non appena superi il traguardo, inizia una nuova corsa per recuperare le energie, perché il giorno successivo dovrai spingerti ancora una volta oltre i tuoi limiti. Questa dimensione psicologica non va sottovalutata. Al di là della sfida fisica, vediamo che esistono squadre di punta che preferiscono abbandonare per qualche giorno la maglia gialla per prendersi un periodo di riposo. Ogni ora che riesci a guadagnare è fondamentale. Come mi hanno detto quando ho iniziato a correre, se riesci a guadagnare un’ora di sonno al giorno durante il Tour, alla fine sarà come un giorno in più di recupero”.
Buon riposo, Romain. Te lo sei meritato.
CINESERIE
L’ultima volta che Bardet aveva indossato una maglia di leader era stata alla Vuelta a Burgos del 2021. L’ultimo francese in maglia gialla era stato Julian Alaphilippe, sempre tre anni fa. L’ultima doppietta di una squadra in una tappa d’apertura del Tour c’era stata nel 95, ma si trattava di un prologo, a Saint-Brieuc, dove la Castorama mise Jacky Durand in maglia gialla e Thierry Laurent a 2 secondi. L’ultimo corridore olandese in maglia bianca era stato Tom Dumoulin nel 2015.
CLIC
L’ARRIVO A RIMINI
“Quando mancavano poco meno di cinquanta chilometri alla fine, Bardet e Van den Broek rimanevano da soli in testa. Si davano i cambi nel modo più sensato possibile: Bardet tirava di più in discesa, Van den Broek in pianura, col gruppo a ringhiare alle loro spalle e il mare che non spuntava mai. L’immagine del fotofinish era un affresco: il busto di Bardet in torsione mentre le sue dita indicano Van den Broek, il quale a sua volta allarga le braccia come se avesse vinto lui. Pose michelangiolesche per una trama felliniana, partenza e arrivo onorati come si conviene”.
Lo ha scritto Leonardo Piccione sulla newsletter di Bidon Magazine: ci si iscrive qui