Da Moratti a Marotta cambia una vocale. Daje

Il nuovo presidente dell’Inter è l’uomo che un tempo ricordava all’Inter il numero giusto degli scudetti di Casa Juventus, rispetto alle sentenze della federazione due in più secondo contabilità di Andrea Agnelli mai più rigettata dal club. Marotta era al tempo uomo di parte e da uomo di parte agiva, prima di cambiarla – quella parte – e offrire i suoi servizi al club che nella tempesta di un debito milionario adesso gli dà la poltrona che fu del gran nemico Moratti. Se siete romantici, il tempo passa e sana ogni ferita. Se siete ironici, il tempo passa e si diverte a prenderci in giro. Marotta dice che si ispirerà a Facchetti, ecco, chissà come l’ha presa Moratti. 

Sappiamo come la pensano i piccoli soci-vip dell’Inter, che in assemblea hanno dedicato alla sua nomina cinque minuti di standing ovation, come per un film al festival di Cannes, secondo la cronaca di Francesco Bertolino e Paolo Tomaselli sul Corriere della sera. Raccontano che Marotta ha indicato subito tre obiettivi: “la vittoria sul campo, il pareggio (perlomeno) nel bilancio, la sconfitta degli ostacoli allo stadio. Niente spese pazze, quindi; con Oaktree il mercato sarà sempre all’insegna di «competenze e fantasia» per assicurare la solidità finanziaria a lungo termine dell’Inter”. 

 | È il giorno giusto per ricordare, come fa Filippo Conticello sulla Gazzetta, che “Giuseppe Marotta, detto Beppe, a 8 anni supplicava il magazziniere del club di poter lucidare assieme a lui le scarpe dei giocatori della prima squadra, quella in cui Pietro Anastasi sembrava un Padreterno. Tra i banchi è nato il soprannome di “Henry Kissinger”, mitologico segretario di stato americano, fine tessitore di mille trattative. Una differenza, però, è evidente: il diplomatico più discusso del Secolo Breve non è mai entrato alla Casa Bianca da presidente, il Kissinger varesino adesso guida in prima persona il suo club, su mandato americano tra l’altro”.

 | Ognuno ha una sua mitografia. Gli scarpini e l’olio canforato stanno al sogno varesino di Marotta come le noccioline del presidente vendute a cinque anni da Jimmy Carter stanno al sogno americano. Cristiano Gatti sul Corriere dello sport-stadio avverte che “Marotta non è Mago Merlino, ma è Marotta. Non gliela raccontano. Non è diventato manager alla Bocconi, tanto meno a Coverciano. Sa anche come si piegano le maglie in magazzino, perché lì ha fatto il suo master”. 

 | Daniele Dallera, ancora sul Corriere della sera, spende dunque buone parole per Oaktree [“Ovvio che prima o poi, più prima che poi, venderanno l’Inter, è il loro mestiere, ma danno l’impressione di saperlo fare, e bene anche”], sono lontani i giorni in cui i fondi erano raccontati come avvoltoi, e spende buone parole anche per Marotta: “Sventolare la bandiera Marotta è un segnale di garanzia. Conosce il calcio come pochi, da qualche anno frequenta il mondo politico, chi sta al governo, con l’accortezza di non schierarsi, l’uomo è furbo oltre che intelligente”. 

 | Anche la Gazzetta si associa alle lodi per Oaktree, che “ha dimostrato – commenta Stefano Agresti – di avere una linea chiara, estremamente logica, e di volerla portare avanti senza tentennamenti. Sono segnali incoraggianti per i tifosi, i quali temevano che – dopo le contraddizioni dell’era Zhang, comunque ricca di trofei – la situazione potesse peggiorare”. 

Ah, ecco, allora c’erano delle contraddizioni. È che uno certe volte si fissa su una cosa, si guarda attorno, si scopre solo e passa per pazzo visionario. Buono a sapersi. “Oaktree – aggiunge allora la Gazzetta – gestirà la società con oculatezza, senza sperperi, con l’intenzione di far quadrare i conti”.  Daje. 

 |Dopo aver raccontato in perfetta solitudine che l’oro dell’Inter non luccicava, anche stamattina il Corriere dello sport-stadio offre un’interpretazione diversa. Ivan Zazzaroni chiude il suo commento con quello che definisce un timore che non riesco a tenere per me

La sua tesi: L’ascesa di Marotta si può leggere in almeno due modi. Il primo, quello che prevale sui social e tra gli opinionisti filointeristi, è la conferma della continuità: pieni poteri al manager che delle strategie politiche e di mercato rappresenta la massima espressione. Il secondo riguarda le mosse future di un fondo speculativo che dell’Inter non voleva diventare proprietario, vi si è trovato per inadempienze altrui e ora deve far quadrare i conti senza turbare la piazza, né gelare l’entusiasmo alle (due) stelle. I’Inter di Zhang (non per colpa dell’ad) ha segnato patrimonio netto negativo, necessità di iniezioni finanziarie continue: viene da credere che Oaktree non voglia continuare così. Da oggi Marotta non è più un dipendente e non è più “soltanto” un dirigente: è espressione della proprietà, le cui politiche dovrà avallare facendosene persuasore nella struttura del club. Non potrà mai mettersi in rapporto dialettico, né di traverso, perché la sua nuova funzione non lo contempla. Senza sposare il semplicistico promoveatur ut amoveatur, si può pensare che valga il detto: se non puoi contrastarli (perché troppo autorevoli, carismatici, popolari) fatteli alleati.

In sostanza, dice Zazzaroni, un Marotta dialetticamente disinnescato. Se un giorno dovesse trovare poveri gli investimenti della proprietà, non potrà andare in tv a dirlo. Dovrà dimetters, dovrà andarsene. 

 

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