LeBron, Curry, Embiid: i Play-In più nobili di sempre. Con 38 anelli

  Benedetto il giorno che Adam Silver fu attraversato da questa folla idea. Li chiameremo play-in, disse. E così fu. Benedetto quel giorno del 2020, quando la NBA doveva salvare dalla pandemia e dal lock-down il campionato, gli introiti delle televisioni e gli equilibri interni, con i leader afro-americani scettici sia sulla formula inventata sia sulla bolla di Orlando, perché dentro c’era la pallacanestro, sì, ma fuori c’erano la protesta e l’impegno civile dopo l’assassinio di George Floyd. LeBron mediò. Toccava a lui. L’istinto lo portava da una parte, la ragione lo tenne al tavolo delle trattative. Trovò delle ragioni per andare avanti. Trasformò le finali di ottobre in un picchetto elettorale anti-Trump, prese l’anello e alla fine si convinse: ma certo, i play-in, che grande idea. Coinvolgono più squadre fino all’ultimo minuto dell’ultima giornata, riducono il tanking, aumentano il drama.

Alla loro quinta edizione, con una formula perfino più bella, più equa e più giusta dell’originaria – una formula che offre due chance anziché una a chi si è piazzato settimo e ottavo – i prossimi play-in avranno un cast stellare. Saranno i più nobili di sempre, con la presenza contemporanea di cinque delle otto franchigie più vincenti nella storia del campionato. Fanno 38 anelli in tutto, i soli Sacramento Kings si presentano senza nemmeno una corona. Così troviamo ai preliminari i Lakers con LeBron, Golden State con Curry, Philadelphia con Embiid, New Orleans dell’ex next big thing Zion Williamson, Miami che giocò la finale un anno fa, Sacramento con quel Sabonis macchina di doppie-doppie [70 in stagione], Atlanta con Trae Young e i Bulls che ancora aspettano un profeta dopo Jordan. Quattro vanno avanti, le altre quattro possono prenotare l’ombrellone al mare. 

 

EASTERN CONFERENCE

(7) Philadelphia 76ers vs. (8) Miami Heat

(9) Chicago Bulls vs. (10) Atlanta Hawks

WESTERN CONFERENCE

(7) New Orleans Pelicans vs. (8) Los Angeles Lakers

(9) Sacramento Kings vs. (10) Golden State Warriors

 

È il grande senso dello sport americano. Puoi chiamarti come vuoi, puoi avere la storia più grande, puoi avere la bacheca più ricca, puoi avere le stelle più luminose, ma non trasformerai tutto questo in un privilegio, in una rendita.

Per capire la portata del play-in che inizia nella notte tra martedì e mercoledì, bisogna immaginarsi ai preliminari della Champions League di calcio il Milan, il Bayern, il Liverpool e il Barcellona tutte assieme. Impossibile. Da qualche parte spunterebbe la proposta per una riforma, la richiesta di una wild card, un paracadute. 

Invece questa è l’America. Qui nessuno reclama attenzioni per i meriti del passato. Non esiste altro ranking all’infuori di quello prodotto dal campo, partita dopo partita, settimana dopo settimana, mese dopo mese. Non ci sono diritti acquisiti, chi vuole il cielo si arrampica e se lo va a prendere. 

I Boston Celtics sono insieme ai Lakers la franchigia con più gloria, 18 titoli a testa. Si sono qualificati ai play-off per la decima stagione consecutiva. È la serie più lunga oggi in NBA. Ma è la prima volta che chiudono da testa di serie numero #1 negli ultimi 16 anni. Significa che gli basterà vincere le sole partite al Garden per rimettere al dito quell’anello conquistato una sola volta negli ultimi 38 anni. Una volta in 38 anni – loro che sono il Real Madrid della pallacanestro americana. Così piace all’America, dove vigilano sull’impossibilità di aggiungere un Endrick e uno Mbappé alla propria squadra, se nella squadra ci sono già Bellingham e Vinicius. Ma nella testa della vecchia Europa, tutto questo non vuol entrare. C’è spazio solo per l’eco più comodo del modello americano, il riverbero che si chiama Superlega. 

 

  PANORAMI

Le qualificate ai play-off

 

Questo è un play-off al quale Oklahoma arriva per la prima volta dopo 4 anni, con il miglior record a Ovest che mancava dal 2013, i giorni dell’espansione delle ambizioni, quando James Harden se ne andò perché era stanco di spartirsi i palloni con Westbrook e Durant. 

I Milwaukee Bucks sono qualificati per l’ottava stagione consecutiva, così Danilo Gallinari giocherà i suoi ottavi play-off con la sesta squadra differente. I Denver Nuggets ci sono dentro per la sesta stagione di fila e devono difendere l’anello con la testa di serie #3, probabilmente con un nuovo titolo da mvp per Nikola Jokic. I Phoenix Suns sono alla quarta partecipazione consecutiva, la seconda con Kevin Durant. I Minnesota Timberwolves alla terza, Clippers, New York e Cleveland per la seconda stagione consecutiva. I Knicks ci sono arrivati con la etsta di serie #2 a Est, il miglior piazzamento dal 2013. Luka Doncic torna ai play-off con Dallas dopo aver saltato quelli di un anno fa. Gli Orlando Magic e gli Indiana Pacers mancavano da 4 anni: significa che si tratta della prima esperienza per Paolo Banchero e Tyrese Haliburton. Sono invece fuori per la prima volta dopo 4 anni i Memphis Grizzlies e per la prima volta dopo 6 i Brooklyn Nets, la certificazione definitiva del passo indietro di un progetto. Detroit Pistons e San Antonio Spurs sono escluse per la quinta stagione di fila: niente play-off per Simone Fontecchio e per Victor Wembanyama – prossimo a essere eletto miglior rookie dell’anno, nonostante la miglior classifica di Chet Holmgren. Vincere il premio per il miglior esordio e portare la squadra ai play-off è una cosa rara. Non accadde neppure a LeBron e negli ultimi sei anni ce l’ha fatta solo Scottie Barnes a Toronto [2022]. La serie più lunga senza qualificazione ai play-off è quella degli Charlotte Hornets: li salteranno per l’ottava stagione consecutiva. Noi lo chiamiamo digiuno, gli americani dicono siccità. Oppure: squadra barzelletta. 

 

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