Il ciclismo sulle strade bianche. La classica del nord che si corre a sud

 

 

    È una carrera de las burradas. Così l’ha definita una volta Marca, una corsa del non sense. Quando Tadej Pogačar si mosse nel 2022 per andare a vincerla, mancavano ancora 50 km al traguardo. Fece una follia d’altri tempi. La burrada. Nel 2021 Mathieu van der Poel si è battuto alla maniera dei classici con Alaphilippe e Bernal, come pure nel 2022 Lotte Kopecky con Annemiek van Vleuten ed Elisa Longo Borghini.

Le Strade Bianche è una corsa ispirata a L’Eroica, nata per attraversare le strade sterrate consumate dagli eroi delle origini. La rivista Cycling Weekly l’ha definita una Classica del Nord che si corre a Sud, nel senso di Italia rispetto al Belgio. 

La Strade Bianche non assomiglia a nessun’altra corsa. Due anni fa L’Équipe ha chiesto in gruppo di scegliere una corsa preferita sul calendario. È opinione comune tra i ciclisti che sia questa la corsa-Monumento senza l’etichetta di Monumento, sebbene ancora giovane, con i suoi settori di sterrato che ricordano la Parigi-Roubaix, il su-e-giù per le colline toscane come nelle Ardenne, strappi corti, spesso molto ripidi, dolorosi. Fino all’arrivo nel centro di Siena, la curva finale in Piazza del Campo, come un Palio a dorso dell’anti-cavallo, la maniera in cui Gianni Brera chiamava Signora Bicicletta.

Davide Cassani si è domandato sulla Gazzetta: Perché i corridori vanno pazzi per una corsa del genere? Perché tutti, pedalando su quelle strade antiche, torniamo bambini. Tra la polvere quando c’è il sole o il fango nei giorni di pioggia, a tutti noi tornano in mente le prime pedalate quando cercavamo una pozzanghera per vedere il fango sporcarci di fatica. Sentire i brividi della strada bianca, il rumore delle gomme, la ghiaia che ti fa sobbalzare sulla sella e vibrare le braccia. Non hai paura, come sulle pietre della Roubaix, non percepisci pericolo perché quasi quasi prendi tutto come fosse un gioco. È meraviglioso pedalare in mezzo alle crete senesi, dolci colline che, anche se diventano monti insormontabili, ti piace sfidarle, affrontarle come facevano gli eroi di un tempo. Quando pedali sulle Sante Marie, uno dei tratti più lunghi e difficili delle Strade Bianche, ti senti un po’ Coppi o un po’ Bartali, ma ti ritorna in mente quando, bambino, sfrecciavi per i campi e sognavi di diventare un campione

Alessandra Giardini ha scritto su Domani che alla Strade Bianche manca solo la tradizione. 

È nata ufficialmente soltanto 17 anni fa. Ed è un paradosso per una corsa che affonda le sue radici proprio nel passato. Come del resto l’ultima tendenza del ciclismo, il gravel”

Ne ha parlato con Ilenia Lazzaro, voce del ciclismo su Eurosport, autrice del format Gravellando con Ilenia: «Non chiamiamola moda, perché non è destinata a passare. Non passerà di moda perché sulle strade ci sono sempre più macchine, e chi si approccia alla bici preferisce mille volte andare fuori dai pericoli, senza rischiare la vita a ogni metro. Ma lo stesso vale anche per i ciclisti più esperti. Io abito in una zona del Veneto dove per trovare la prima salita dovrei fare 40 chilometri, e allora me ne vado sulle strade bianche, qui attorno è pieno di argini, posso pedalare per ore senza vedere un pezzo di asfalto. Piove? Esci lo stesso, ti sporchi come quando eri bambina e sei felice».

È una tendenza, quella del gravel, che ha cambiato il modo di organizzare le corse cicloturistiche: molte granfondo vengono sostituite dalle gravel. È un modo di vivere, che ha un impatto anche sull’industria. «L’effetto sul mercato delle mountain bike si sta sentendo. Anche perché ormai con le gravel vai dappertutto. I nuovi modelli che escono vengono esauriti in poche ore». È il fascino del ciclismo di una volta, della fatica pura, «e sulle strade bianche trovi posti bellissimi, dalla strada asfaltata non tutto è visibile».

 

  UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE

Le Strade Bianche nell’archivio di Slalom

 

#322  La corsa prima della corsa

Slalom 10 agosto 2020

 

C’era un tempo in cui le strade erano bianche. “Bianca”, era l’epiteto comune e naturale di strada, usato nel linguaggio quotidiano e in quello poetico, e anche in quello delle canzonette. Erano veramente bianche, bianchissime, per la polvere che le copriva, e quel bianco penetrava dappertutto, come un’idea di cui si è interamente persuasi. Su quel bianco correvamo ragazzi in bicicletta, sopra una nuvoletta di polvere, come dei. Ma, quando una delle rare automobili sopraggiungeva, scomparivamo nella nuvola enorme di quel mostro, come nella bianca scia di una nave da guerra, e ne uscivamo bianchi, dai piedi fino al capo, come statue o mendicanti indiani sulle rive del Gange 1

Nelle notti senza luna, le strade bianche, con la loro breccia polverosa e rilucente, orientavano il cammino, quando d’estate bisognava andare nei campi. Durante la stagione calda, si irrigava col fresco della notte. I contadini sapevano per esperienza che le piantine non dovevano essere irrigate sotto il sole di luglio e agosto, perciò, si dormiva un poco nei pomeriggi afosi e nel buio della notte ci si incamminava 2

Su quella strada che porta a Montalcino, incarognita da una curva che è un dietro-front. Una botta vincente, splendida. Il paesaggio, dopo la preziosità del Senese, si era fatto severo, di un rigore macchiato dalle crete biancastre. Il vento mulinava dalle Balze. Veniva su dai cigli erbosi, da quegli imbuti di calcare, dalle pareti a picco giallastre, rossastre. Mi piace di credere che sia stato questo vento che a volte, raccontano, dalle voragini alza pure le serpi, a rallegrare il Giro. Contro il cielo di una straordinaria purezza, incisi come da un bulino apparivano i contorni di un paesaggio netto, il colle di Montalcino 3.

Roberto Cipresso è nato a Bassano del Grappa, abita a Montalcino e dalla finestra di casa può vedere, a seconda dell’orario, cinghiali, daini, lepri e una quantità di bipedi che vogliono assaggiare il suo Brunello. Il suo primo libro, Il romanzo del vino, potrebbe essere l’ultimo. Non è un augurio, anzi. È una certezza: a questi livelli sarà difficile ripetersi, qui è come il 1921 o il 1967 per i Sauternes. Scomparsi Veronelli, Brera e Soldati, dovessi consigliare un libro d’autore vivente sul vino indicherei questo. Consigliarlo a chi? A due categorie in particolare: a chi non sa nulla di vino e a chi crede di saperne molto, o tutto. Come Sideways era un road movie, questo è un road book, ed è scandito come un viaggio 4.

La pietraia. Le bici sobbalzano, le ruote rimbalzano, i corridori vibrano. Le pietre sono sconnesse come sulle strade consolari degli antichi romani. I corridori sembrano, forse sono, gladiatori 5.

 

fonti  1  Carlo Levi, Le tracce della memoria (Donzelli, 2002) |  2  Carlo Angelone, Le strade bianche (Booksprint edizioni, 2013) |  3  Mario Fossati, la Repubblica, 26 maggio 1987) |  4  Gianni Mura, la Repubblica, 21 ottobre 2006 |  5  Marco Pastonesi, La quinta tappa (Rizzoli Lizard, 2018)

 

STRADE

Il percorso allungato

La gara maschile di quest’anno prevede più sterrato [71,2 km] e più chilometri complessivi [215]. I primi settori sono lunghi una decina di km, servono a scremare il gruppo e fare la prima selezione. San Martino in Grania è lungo 9,5 km, Monte Santa Marie 11 e mezzo. Spiega Cycling Weekly che solo coloro che hanno evitato forature e cadute, sono rimasti nel gruppo di testa a questo punto, quando mancano 43 km dalla fine, continueranno a lottare per la vittoria

Il settore Montaperti è il primo degli ultimi tre brevi e ripidi di sterrato. È lungo solo 800 metri ma con dislivelli a due cifre. Seguono: Colle Pinzuto, la discesa dopo la cantina San Giorgio a Lapi, una strada di campagna e l’ultimo tratto delle Tolfe, 1,1 km con una sezione al 18%, il tratto assai caro a van der Poel. La strada alle Tolfe finisce vicino a una cappella in cima alla collina, fa molto Fiandre, ma si vede Siena, attraverso i vigneti, ormai a pochi km. Gli ultimi due tratti vanno però percorsi due volte.

Le strade bianche sono quelle sfuggite all’asfalto. Collegano ancora piccoli villaggi, fattorie, uliveti, vigneti. Non sono state costruite per le auto, le gomme delle auto dei contadini durante l’anno fanno dossi in mezzo alla strada e canali pieni di ghiaia su entrambi i lati. In genere le buche più grandi vengono riempite, la pioggia ne scava parecchie nei mesi prima delle gare, altre rimangono e sono trappole, ha spiegato il sito Cyclingnews

Scegliere la traiettoria migliore sulle strade sterrate è fondamentale, ma è praticamente impossibile vedere cosa c’è davanti, quando il gruppo si allinea. Perdere posizioni può far finire una gara in una frazione di secondo. Il modo migliore per avanzare sugli strappi è muovere i pedali con una cadenza decente, rimanendo saldamente seduti sulla sella. La scelta degli pneumatici è importante e il tubeless aiuta a evitare le forature. Il primo ciclista in cima a Via Santa Caterina vince spesso la Strade Bianche

Ma Alexandre Roos su L’Équipe mormora borbotta e brontola contro gli organizzatori. Mentre venerdì pomeriggio la pioggia bagnava i sentieri bianchi intorno a Siena, la nebbia avvolgeva le colline, un umore da cani vagava con noi quando pensavamo a quegli empi che hanno osato toccare il percorso delle Strade Bianche, rischiando di sconvolgere l’equilibrio della corsa e il rito del nostro pellegrinaggio. Per quale motivo aggiungere trenta chilometri, un giro finale e qualche difficoltà finendo per diventare come tutti gli altri, una pecora tra le pecore? Per spingere un po’ più in là il dossier con la candidatura e diventare la sesta Classica Monumento, il cui esito non può essere orientato? Cambia qualcosa? Ci siamo mai annoiati durante questa antica epopea attorno a Siena?

L’Équipe sottolinea che la corsa aveva già raggiunto la stabilità su soli 185 km, le cose si decidevano con naturalezza, da qualche parte nel sontuoso sentiero di Monte Sante Marie, o più avanti lungo la rampa di Santa Caterina, le tessere del domino cadevano una dopo l’altra fino all’avvento ai piedi del Duomo in marmo bianco, c’era un ordine nel caos, l’essenza di una corsa ciclistica. Nella migliore delle ipotesi, questi trenta km finali aggiuntivi saranno semplicemente inutili. Nella peggiore delle ipotesi la corsa perderà suspense”. 

 

  CHI VEDERE 

Tadej Pogačar

Quando Marco Pantani fece l’ultima doppietta Giro-Tour che il ciclismo ricordi, la sua stagione era cominciata il 22 febbraio in Spagna, al trofeo Luis Puig, 189 km verso Benidorm, la città che aveva fatto grande Bugno.

Pantani arrivò 68esimo, nella pancia del gruppo, 4 minuti dopo Andrei Tchmil. Ma tredici giorni più tardi, alla sua terza uscita, già vinceva. Arrivò in cima all’Alto del Morrón de Totana alla Vuelta Murcia, e poi lo avremmo visto irresistibile in primavera a Piancavallo, in maglia rosa a Wölkenstein lasciando la tappa a Guerini, a Plan di Montecampione, e ancora in luglio a Plateau de Beille, Les Deux Alpes, Albertville. 

Tadej Pogačar si è messo in testa questa pazza idea, o per adesso così racconta, del resto si fa fatica a immaginare uno come lui sulle strade del Giro solo per preparare il Tour – come accadde ai tempi di Lance Armstrong. 

A Siena debutta quello che Cassani chiama il più completo tra i campioni in attività. Non so se sarà già pronto – ha scritto sulla Gazzetta – su un percorso ancora più impegnativo, ma credo che non farà una corsa anonima. Neanche Pidcock starà a guardare, e sono curioso di vedere i giovani come il belga Van Eetvelt o Lenny Martinez ma anche lo svizzero Christen o il messicano Del Toro

Per l’Équipe Pogačar è il favorito dei favoriti con cinque stelle, sebbene nulla sappiamo della sua condizione. Con quattro stelle: Tim Wellens. Con tre: Tom Pidcock e Matej Mohoric.

 

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