
L’ultima volta che abbiamo posato gli occhi sul calcio in Qatar, al centro della scena c’era Lionel Messi vestito con il bisht, l’abito arabo da cerimonia per le grandi occasioni, un mantello trasparente nero sistemato sulle sue spalle dall’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, l’uomo che all’epoca gli mandava il bonifico in banca per le partite con la maglia del PSG. Qualcuno disse arroganza, qualcuno disse insulto, qualcuno disse scandalo.
Un anno e un mese dopo, torniamo a posare gli occhi sullo stesso stadio Losail di Doha dove si apre la Coppa d’Asia giunta in un’altra dimensione, la prima che dismette i panni da torneo marginale e indossa quelli da campionato dei nuovi ricchi, i signori che stanno comprando pezzetti di calcio internazionale un poco per volta.
Che cosa è successo dal bisht a oggi? La Coppa del mondo in Qatar doveva essere la prima a impatto climatico zero, con il primo stadio riciclabile. Gli organizzatori e la FIFA avevano speso settimane, mesi, anni per garantire e promettere, rassicurare e blandire l’occidente perplesso, anzi diffidente, in qualche caso ostile. Un anno dopo quei Mondiali e alla vigilia della Coppa d’Asia, la radio pubblica tedesca ha mandato un suo inviato in Qatar per capire. Ha scoperto innanzitutto che lo stadio 974, lo stadio sostenibile da smantellare e ricostruire altrove, si trova ancora là dov’era. Vuoto. Con i suoi container rossi, gialli, blu, grigi e verdi montati nell’arena e “che assomigliano un po’ ai Lego” – racconta il sito di Deutschlandfunk.
«Fa parte dell’eredità della Coppa del Mondo – disse Infantino dopo essersi sentito gay, operaio e qualcos’altro – pensare all’ambiente e non limitarsi a costruire cattedrali nel deserto che non verranno più utilizzate». Invece 974 è ancora nel vecchio porto di Doha, con i suoi parcheggi inutilizzati. Gli scanner per i bagagli un tempo montati ai tornelli sono avvolti nella pellicola e aspettano di essere trasferiti da qualche parte, prima o poi. Per la Coppa d’Asia sarà a disposizione delle squadre per gli allenamenti, dopo chi lo sa. Gilles Dufrasne, attivista della ong Carbon Market Watch, dice: «Tutto ciò che abbiamo è la promessa da parte degli organizzatori che lo stadio verrà effettivamente spostato e riutilizzato. La sua costruzione ha prodotto più CO2 che per un qualunque altro stadio normale. Se non lo spostano più, non solo smette d’essere il progetto di un impianto verde, ma sarà più sporco di uno stadio medio».
Dice adesso Deutschlandfunk che lo stadio 974 è il segno più evidente di come il Qatar faccia fatica a mantenere le sua promesse. L’ha raccontato anche L’Équipe. Quasi tutti gli altri stadi dei Mondiali avrebbero dovuto essere ridimensionati. Il paese non ha bisogno di impianti da 40mila posti. La maggior parte delle partite di campionato si tengono in stadi più piccoli e neppure quelli si riempiono. La partita più importante del campionato, giocata a inizio dicembre, ha fatto 4mila spettatori. Molti di loro avevano in tasca uno dei 2mila biglietti distribuiti gratuitamente.
IL PAESE
Le questioni irrisolte
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Un mese prima dell’inizio della Coppa d’Asia, i lavoratori hanno montato delle grandi tende bianche nel parcheggio davanti allo stadio, “piazzato in mezzo a un deserto di asfalto nero, in una zona residenziale che sembra piuttosto desolata. Immondizia agli angoli delle strade – dice il sito della radio tedesca – la pubblicità ingiallita dei Mondiali. Nei paraggi si trova la struttura di cemento di un centro commerciale. Il Lusail avrebbe dovuto essere il centro del distretto. Non è ancora così. La Qatar Foundation, proprietaria dell’Education City Stadium, garantisce che dopo la Coppa lo stadio sarà trasformato in un luogo dove ragazze e donne possano fare sport. «È diritto di questo Paese continuare a crescere e svilupparsi» si diceva un anno fa. È successo?
Secondo Max Tuñón dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) delle Nazioni Unite «la Coppa del Mondo ha fatto sì che il mondo conoscesse il Qatar e una nuova cultura. È stata sicuramente una pietra miliare nel percorso che stiamo facendo, ma non è ancora finito. Il fatto che siamo ancora qui dimostra che dobbiamo continuare a lavorare su questioni importanti. Anche se ci sono stati progressi, ci sono molte sfide da affrontare. Continueremo a lavorare con il governo per risolvere i problemi». Secondo Tuñón, uno dei problemi è che molti lavoratori non rispettano ancora il giorno libero settimanale obbligatorio. «Penso che ci siano problemi per gli operai in ogni paese del mondo. E che i lavoratori stranieri siano i più esposti perché sono i più vulnerabili». È evidente che nella sua posizione gioca un ruolo da pontiere. Dice che «in Qatar non è tutto né male né perfetto». Il dibattito è polarizzato, mentre Tuñón ritiene che il compito della sua organizzazione sia spiegare i progressi compiuti e cosa deve ancora accadere.
Ci sono meno sfumature nell’analisi di Amnesty International, dove sono convinti che la situazione dei lavoratori stranieri in Qatar non sia migliorata affatto un anno dopo i Mondiali: manca ancora il risarcimento richiesto da più parti per i lavoratori che hanno subito violazioni dei diritti umani.
La FIFA ha guadagnato circa 7 miliardi e mezzo di dollari dalla Coppa del Mondo. Una cifra record. Eppure, a un anno di distanza, non ha ancora istituito un fondo di risarcimento per i lavoratori infortunati o deceduti. Lo dice Ellen Wesemüller di Amnesty International. E lo considera uno scandalo:
«La situazione attuale prevede che i lavoratori debbano denunciare gli infortuni entro un anno. Noi diciamo: non basta». In un nuovo rapporto, Amnesty International riconosce che gli operai ora possono cambiare più facilmente lavoro e lasciare anche il Paese. La protezione contro il caldo è stata migliorata ma il salario minimo di circa 250 euro non viene aumentato dal 2021. Quelli concordati spesso non vengono pagati, come ha osservato Leo Wigger della rivista mediorientale Zenith in un reportage pubblicato di recente. I lavoratori possono far valere i propri diritti nei cosiddetti comitati di risoluzione delle controversie. Resta la paura di essere espulsi, così spesso non osano agire. Molte delle persone ascoltate da Amnesty hanno dichiarato di aver dovuto pagare tra i 300 e i quasi 4.500 dollari in spese di reclutamento per lavorare in vista dei Mondiali. La famiglia regnante aveva promosso la Coppa del Mondo come un’opportunità per le donne, con molti riferimenti. Ma l’attenzione si è spenta subito dopo aver visto Messi alzare la coppa.
LA COPPA DEGLI SCRITTORI
Cinque libri per capire il Qatar
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① Al-Jazeera: How Arab TV News Challenged the World, di Hugh Miles (2005): “Un resoconto sulla tv via satellite che ha colpito l’attenzione occidentale per la sua copertura della guerra al terrore guidata dagli Stati Uniti. Il libro traccia la nascita e lo sviluppo del canale, contribuendo a demolire miti e incomprensioni sul mondo arabo”.
② The Girl Who Fell to Earth: A Memoir, di Sophia Al-Maria (2012): “Un commovente e divertente libro di memorie di un’artista americana del Qatar, uno dei rari scorci sulla vita dei cittadini del Qatar, che costituiscono solo l’11% della popolazione e sono notoriamente reticenti su sé stessi di fronte agli estranei”.
③ Qatar and the Gulf Crisis, di Kristian Coates Ulrichsen (2020): “La più grande crisi moderna del Qatar si è tenuta dal 2017 al 2021, quando senza preavviso i suoi vicini hanno messo il paese sotto embargo economico e politico, in una drammatica escalation di una rivalità regionale di lunga data. Questo libro va dall’origine della controversia fino alla (quasi) conclusione, raccontando come l’iniziativa sia fallita, rafforzando l’indipendenza e la posizione del Qatar”
④ Red Card: FIFA and the Fall of the Most Powerful Men in Sports, di Ken Bensinger (2018): “Diversi libri si occupano di FIFA, corruzione e assegnazione dei diritti per i Mondiali 2018 e 2022. Questo, di un giornalista del New York Times, ha ritmo, chiarezza e l’impareggiabile accesso a fonti di FBI e IRS – i principali accusatori sull’enorme (e in corso) caso di corruzione che coinvolge molti di coloro che gestiscono il calcio a livello globale”.
⑤ Changing Qatar: Culture, Citizenship, and Rapid Modernization di Geoff Harkness (2020): “Un resoconto chiaro delle numerose comunità del Qatar da parte di un sociologo che ha vissuto a Doha. L’autore è in sintonia con le sfide del paese, e con questo punto di vista esplora le questioni relative alla libertà di parola, alla sessualità e al trattamento dei lavoratori migranti”.
POPOLI
I Paesi con la guerra in casa
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È un torneo che coinvolge quasi la metà della popolazione mondiale. Circa 3 miliardi e 700 milioni di persone sugli 8 miliardi che abitano la terra, vivono nei 24 paesi qualificati. Sarà la 18esima edizione e sarà la più europea. Tra i 624 calciatori convocati in Qatar, 116 giocano in club Uefa: fa il 18,6%. Secondo uno studio della rivista spagnola Panenka erano il 12,4% nel 2007, il 13,5% nel 2011, il 13,7% nel 2015, il 13,4% nel 2019 (in totale 74 europei su 552). È una Coppa che arriva in ritardo. Avrebbe dovuto tenersi l’estate scorsa in Cina, ma è stato rinviato e spostato ancora a causa della pandemia e poi ha cambiato date per lo stesso motivo dei Mondiali, le temperature alte nelle nove sedi. La finale si giocherà il 10 febbraio a Lusail.
Stefano Boldrini sul Fatto quotidiano sottolinea che avremo in campo paesi con pensieri altrove. In Siria è in corso una guerra civile dal 2011, il Libano vive in uno stato di precarietà con il ruolo di Hezbollah nella crisi tra Israele e Hamas alle porte. La nazionale della Palestina va avanti tra peripezie dal mese di ottobre. Con la guerra a Gaza è stato occupato lo stadio principale. “Violare il calcio – dice Boldrini – significa umiliare ulteriormente la sensibilità di alcuni paesi”. L’Iran è scosso dall’attentato terroristico del 3 gennaio morti durante la commemorazione di Soleimani e il regime va avanti con le sue condanne a morte. Hong Kong torna a distanza di 56 anni dalla sua ultima partecipazione. È la nazionale dal ranking FIFA più basso [150] e si porta dietro la scia della questione della politica estera cinese.
“Tra guerre, morti, regimi, oscurantismo e violazione dei diritti umani – dice Boldrini – l’Asia esprime un calcio più ricco rispetto al fratello africano, ma più povero nei contenuti tecnici”.
IL TORNEO
Mezzo mondo che fa il tifo
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Rory Smith, firma storica del New York Times, ha scritto del torneo sul quotidiano argentino La Nación, raccontandolo in parallelo con la Coppa d’Africa che comincia invece domani [ne parleremo]. Smith scrive che il torneo asiatica attirerà centinaia di milioni di spettatori e “con una combinazione di risultati certamente improbabile ha il potenziale di catturare i cuori e le menti delle due nazioni più popolose del pianeta. Eppure, anche rispetto alla Coppa d’Africa, la Coppa d’Asia viene largamente ignorata. Non gli viene nemmeno concesso quel complimento ambiguo di presentarsi come un fastidio. È proprio del tutto trascurata. Potrebbe essere dovuto, in parte, alla sua rarità. Si tiene solo una volta ogni quattro anni. Non si intromette così frequentemente nella coscienza europea come la Coppa d’Africa biennale”.
Per esempio. Tranne Sudafrica, Tanzania, Zambia, Mauritania e Namibia, tutte le partecipanti alla Coppa d’Africa hanno un giocatore dei cinque principali campionati europei. Il contrasto con l’Asia è netto. Solo un paio di dozzine di giocatori riuniti in Qatar hanno dovuto lasciare le squadre di Inghilterra, Spagna, Italia, Germania e Francia. La Giordania ne ha uno, l’Iran due e la Corea del Sud sei. La nazionale con più calciatori ingaggiati dalla crema d’Europa è il Giappone.
“In altre parole – dice Smith – all’Europa viene ancora concesso il privilegio di stabilire ciò che è importante e ciò che non lo è. Forse non è per atteggiamenti mutati che la Coppa d’Africa ci pare finalmente tollerata; forse è tollerata solo perché è più familiare agli europei. Inutile dire quanto sia triste. C’è qualcosa di sorprendente nella mancanza di familiarità con le nazionali asiatiche, qualcosa che è andato in gran parte perduto nell’era digitale del calcio. C’è stato un tempo in cui l’eterogeneità era uno dei grandi piaceri dello sport. La Coppa d’Asia, con le sue squadre provenienti da posti così lontani fra loro, ne ha in abbondanza. La differenza dovrebbe essere la sua forza. Sicuramente varrebbe la pena vederla. CBS Sports ha acquisito i diritti negli Stati Uniti. In Gran Bretagna nessuno si è degnato di farlo”. In Italia potremo guardarla su One Football.
Per la prima volta ci sono quattro squadre del sud-tutte insieme [Indonesia, Malesia, Vietnam e Tailandia], per la prima volta in assoluto partecipa il Tagikistan, solo tre nazionali hanno un cittì locale: Giappone [Moriyasu], Australia [Arnold] e Iran [Ghalenoei]. Roberto Mancini è sulla panchina dell’Arabia, Jürgen Klinsmann su quella della Corea del Sud.
LE PARTITE
Qatar-Libano per l’inaugurazione
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Il Qatar è alla sua undicesima partecipazione ed è il campione in carica. Il Libano si è qualificato per la terza volta nella storia dopo il 2000 e il 2019. Non ha mai passato i gironi. Nella sua guida al torneo, la pagina facebook Tiri dal mondo ha ricostruito storia e attualità del calcio nel paese, dall’arrivo del pallone “per la prima volta fra i piedi di alcuni insegnanti dell’Università americana di Beirut” fino ai contorni religiosi e politici subito assunti, “in quanto molte squadre sono state fondate da cristiani maroniti, musulmani sunniti o sciiti, e le varie tifoserie rispecchiano questo target originato dalla fondazione”. Il cittì è il tecnico croato Nikola Jurčević, ex Dinamo Zagabria e Salisburgo. Nessun calciatore viene da un campionato europeo, tranne l’attaccante Omar Chaaban Bugiel, il numero 11, tesserato in Inghilterra per il Wimbledon. È nato a Berlino da padre libanese e madre polacca. Suo zio, Kida Khodr Ramadan, è un attore. Mehdi Khalil, portiere, è detto la Montagna per il suo metro e 96 d’altezza.
Maher Sabra [numero 3] e Kassem El Zein [numero 18] giocano a calcio da dilettanti: il lavoro del primo è riparare condizionatori, il secondo fa lo chef a L’Avenue Du Parc, un ristorante di Beirut. Hassan Maatouk [capitano, numero 7] e Hilal El-Helwe [numero] 9 sono cresciuti in Germania: le loro famiglie fuggirano dal Libano allo scoppio della guerra civile. Sono parecchi i figli della diaspora in rosa, nati in Australia, in Costa d’Avorio, negli USA, in Venezuela, nella Sierra Leone, in Danimarca, in Ontario. Hassan Ali Saad p nato in Michigan, dove suo padre incontrò la futura moglie Kristene all’Università di Dearborn, una città dove la comunità araba è particolarmente ampia. Robert Alexander Melki è nato in Svezia, il paese di sua madre, da padre siriano. Era libanese il nonno e sono nate in Libano due delle sue sorelle. È nato in Svezia anche Mouhammed-Ali Dhaini, mentre Daniele Lajud in Messico. È famoso per aver fatto la proposta di matrimonio alla sua ragazza allo stadio, dopo aver debuttato con la maglia dell’Atlante.
in streaming ore 17 OneFootball: Qatar-Libano [qui]