Il primo week-end senza Mourinho. Aspettando José III

CALCIO ITALIANO

Il primo week-end dei Senzamou

 

  Un tempo José se ne andava. Vinceva, e se ne andava. Si faceva abbracciare in lacrime dai propri giocatori, si faceva inseguire dai propri presidenti, si infilava in macchina e dietro la curva ne aveva altri, di giocatori e di presidenti. Un tempo José era l’anti-Guardiola. Gli era entrato nella testa. Aveva spinto Pep a smettere, a lasciare e andarsene, scegliere un altro paese, un altro calcio, un altro mondo, prima di rispuntare con un niffo sulla faccia nella stessa città dove l’altro si era riparato. Non sono passati neppure dieci anni. Pep è ancora là, in genere vince. I suoi anti sono cambiati. Si alternano secondo le stagioni, una volta è Tuchel, più spesso è Klopp, un anti così anti da essergli entrato nell’anima. Entrare nell’anima è più che entrare dentro la testa. Entrare nell’anima ti spinge a misurarti, non a scappare, ti spinge a cambiare, a rubare qualcosa dell’altro per costringere l’altro a rubare qualcosa a te. Questo è successo mentre invece José entrava in un cono d’ombra, rimpiccioliva la portata dei suoi orizzonti, come un’architettura a cui dover togliere ogni volta un pezzo, fino a lasciare in piedi quasi solo la facciata, il nome sull’enciclopedia, il citofono grigio che all’ingresso della cattedrale ti racconta com’è stata la storia e perché è finita. 

 

È da tanto che i suoi presidenti non lo inseguono più, non pregano più José di restare. Michael Cox ha scritto su The Athletic che dovremmo fermarci un attimo e pensare davvero, ma sul serio, cos’è stato di Mourinho, bisognerebbe provare a spiegarsi perché il Mourinho del 2024 è meno richiesto del Mourinho del 2004 o addirittura del 2014, insomma vale la pena esaminare le ragioni precise del suo declino

Michael Cox è autore di due libri. The Mixer si concentra sull’evoluzione tattica avvenuta in Premier League, Zonal Marking sulle filosofie calcistiche di tutta Europa. È assai probabile che gli ultimi fedeli della chiesa mourinhista lo deridano nel sentirgli dire che il gioco si è evoluto, Mourinho no. Si è evoluto, secondo Cox, sotto molti aspetti e in diversi ambiti. 

I calciatori, per esempio. C’è stato un tempo nel quale Guardiola persuadeva i suoi a gettarsi nel fuoco per lui. José faceva di più, li convinceva che il fuoco non esiste. Ora i giocatori di Mourinho si stancano prima, se non vogliamo dire che si stancano presto, si annoiano. È successo al Real Madrid, al Chelsea, al Manchester United, al Tottenham, in una certa misura è capitato anche a Roma. Dal Porto e dall’Inter se n’è andato prima che il malessere si manifestasse, era ancora papa José I – quello che vince e vi fa vedere la schiena. 

Lo stile, per esempio. Cox trova che sia ormai antiquato e piuttosto difensivo. È stata una critica costante per tutta la sua carriera, ma spesso era un’esagerazione. Mourinho era un pragmatico, non un catenacciaro, molte delle sue squadre hanno giocato un ottimo calcio offensivo quando serviva

A un certo punto hanno smesso. Il calcio è diventato più avventuroso, l’approccio di Mourinho è rimasto lo stesso, fino ad abbracciare il difensivismo. È accaduto secondo Cox perché la statura delle sue squadre ha cominciato a calare,. Ha preso club che non potevano puntare al titolo, erano di fascia medio-alta. Obiettivi più modesti – spiega – significano che Mourinho è ancora meno costretto ad attaccare.

La preparazione atletica, per esempio. Mourinho non crede nell’importanza delle squadre in forma. I suoi metodi di allenamento si sono sempre basati su esercizi tecnici e tattici per completare la preparazione atletica. È un concetto molto portoghese. Fu rivoluzionario quando raggiunse l’Inghilterra, l’Italia e la Spagna, ma era vent’anni fa. Quei metodi sono stati migliorati e superati. Così, alla lunga – dice the Athletic – le squadre di Mourinho sembrano esaurirsi.

Il pressing, per esempio. Le squadre di Mourinho dispongono di numerosi accorgimenti strategici, ma il pressing non lo fanno. Non è mai stato il suo forte. Mourinho non è ossessionato dall’idea che la sua squadra domini le partite, alle sue squadre non serve imparare a sprintare per 90 minuti. Così si accontentano di farlo per 70, poi scendono a 50, poi non le controlli più. 

L’individualismo, per esempio. Il quinto punto che Cox considera come spia dell’arretramento di José II è questo suo affidarsi alla brillantezza di un solista nell’ultima mezz’ora. Un atteggiamento che spesso viene confuso, viene considerata libertà individuale contro il collettivismo. Mourinho ha avuto il meglio da Deco, da Sneijder, da Ozil, a Roma stava rigenerando Dybala, gli stava restituendo la gioia prima ancora che la fiducia.

Secondo l’analista di The Athletic ci rimane allora una figura che non è adatta a lavorare tutti i giorni con i calciatori, il cui calcio è un po’ negativo, i cui metodi di preparazione atletica potrebbero non funzionare più, che non si preoccupa del pressing, che preferisce la giocata individuale a un attacco pianificato. Ci ritroviamo insomma davanti a un cittì”. Un allenatore che vede i suoi giocatori per una dozzina di partite all’anno, non deve preoccuparsi di farli crescere, non deve preoccuparsi di dargli un gioco. Un allenatore che si muove in un ambito – i tornei di un mese – dove un calcio difensivo paga di più, dove c’è una minore richiesta di spettacolo da parte dei tifosi [e delle tv, e degli sponsor], un luogo dove l’eliminazione diretta spinge a non perdere, prima che a vincere. 

Ecco cosa dice Cox, pare un messaggio al Brasile, al Portogallo, chissà a chi altro ancora. Dice che José III potrebbe essere il miglior cittì del mondo. Ma non bisogna aspettare troppo. Un giorno anche il calcio internazionale lo lascerà indietro.

 

PAROLE D’AUTORE

Che cosa è stato scritto sul suo esonero

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REPUBBLICA  Il prestigiatore stanco | “Mourinho era un bagliore e Roma è famosa per i tramonti, non per le albe. Eppure ha voluto credere a quella di una nuova era. Ha scolpito il curriculum del condottiero nella pietra per renderlo profezia. L’ha considerato un gigante senza accorgersi che la statura apparteneva all’ombra. C’è una forza nel desiderio collettivo che prescinde dai dati di fatto, li considera anzi inciampi della volontà. Su questo Mourinho ha giocato come sa, inscrivendosi al millimetro nell’anello di fumo che cinge la capitale. È stato furbo come una maschera nel crearsi alleanze, ultrà ad personam, agiografi, non tutti rimasti al suo fianco fino alla fine. Soltanto, da parte sua, un infinitesimo, madornale errore di calcolo: puoi essere secondo in Europa, ma non in città. Puoi perdere dai salmonari norvegesi perché hai una squadra di tombaroli, dai toreri di Siviglia per un complotto internazionale, ma non puoi farlo, 4 volte su 6, contro la Lazio. Lì si rompe un patto, si inverte una corrente. Roma è una città del passato e Mourinho un uomo del passato. Si sono abbracciati in un tango reverse, slacciati quando si sono accorti di ballare fuori da ogni pista“. [di gabriele romagnoli – tutto qui]

 

LA STAMPA  Lo sciupasquadre | “È un generatore di contrasti e con l’elettricità che sprigiona tiene in piedi l’impossibile: è davvero speciale, come si è sempre definito, ma lo può essere solo a tempo, dovunque vada e a prescindere dai risultati. Non importa solo quanto vince, conta anche che cosa lascia: è un tecnico sciupasquadre. Le strapazza, fa innamorare le tifoserie, seduce al punto da convincere gli attaccanti a giocare da terzini e gli ultrà a credere che senza di lui non ci sia striscione che regga. Piace sempre meno alle società eppure resta una risorsa unica nei momenti di magra. Lo si paga (nello specifico 8 milioni l’anno) e gli si lasciano le chiavi di una casa che lui renderà popolare e devasterà, neanche fosse una confraternita. Sbronze epiche con postumi a lungo termine. era l’elegante Mou, con la dolcevita grigia i trench blu, l’impermeabile fortunato, il vice magnetico con gli occhi brillanti, Villas Boas, lanciato e disperso nella galassia del calcio. Ogni gesto dello Special era gran classe. A Roma si è mosso in tuta, con la barba trascurata, il peso del mondo e del mercato nelle occhiaie ostentate, l’espressione di chi finirà la nottata con un ultimo giro di carte in cui azzardare l’impossibile. […] Provaci ancora Mou, troverai altra devozione, distribuirai altro devasto di cui essere, in qualche strano, contorto modo, effettivamente grati. Dopo di lui il diluvio che prelude alla rinascita, non immediata. Mourinho non è l’ultimo maschio alfa, è una fase del ciclo della vita [di giulia zonca – tutto qui]

 

DOMANI  Il Cinema Mourinho | “Ma che cosa Friedkin e Roma non hanno perdonato a Mourinho? La cosa più romana di tutte, il derby, anzi i derby. Persi.  [] Chiuso il cinema Mourinho, come era successo allo Splendor di Scola e al Nuovo Paradiso di Tornatore, apre il De Rossi che sarà una macelleria, carni all’ingrosso, una storia semplice, dove il cinema in casa è quello della moglie, Sarah Felberbaum, un passo di lato. Mentre ci sarà qualcuno che all’aeroporto o su un giornale chiede a Mourinho: «Facce Tarzan» [di marco ciriello – tutto qui]

 

CORRIERE DELLO SPORT-STADIO  Un cristallo irreparabile | “Chi pensa che Mourinho paghi i pessimi risultati della squadra, scivolata al nono posto in classifica ed eliminata dalla Coppa Italia dopo un deprimente derby, sottovaluta tremendamente i rapporti interni. La verità è che Mourinho ha perso la Roma per sempre a Budapest, dentro a una finale sfortunata e polemica, che ha provocato una reazione scomposta contro l’arbitro Taylor e una pretesa rumorosa verso i Friedkin («Merito di più, non voglio più essere lasciato solo»). Da quel momento la sequela di provocazioni estive sul mercato non soddisfacente, compresa la foto nel ritiro di Albufeira con il vuoto del centravanti assente, unita alle valutazioni severe sul valore dell’organico, ha allargato il fossato ideologico tra le parti. Il resto è stato un lungo e logorante percorso verso l’addio, che si sarebbe potuto consumare anche prima: Dan Friedkin voleva cambiare tutto già dopo Genoa-Roma 4-1 [] Non era più possibile né pensabile tornare indietro, perché il rapporto di cristallo era andato ormai in frantumi. Nemmeno Harry Potter l’avrebbe potuto aggiustare. [di ivan zazzaroni]

 

IL GIORNALE  Non si compra il passato | Gli americani di Roma, non quelli di Sordi-Meniconi, badano alla polpa e non alla forma, la squadra non ha gioco e anima, sembra che una parte dello spogliatoio non gradisse più il tecnico ma questo sarebbe un segnale grigio se mai la proprietà avesse deciso in conseguenza. Il calcio moderno fatica a convivere con la storia, la cronaca brucia la memoria e lo stesso Mourinho ha approfittato troppo del proprio curriculum, i suoi capricci plateali contro arbitri, colleghi allenatori, calciatori e dirigenti non hanno più validità su un passaporto ormai scaduto.  Un grande letterato portoghese, Fernando Pessoa, ha scritto: «Puoi vendere il tuo passato ma non puoi ricomprarlo». L’epigrafe di Mourinho. [di tony damascelli]

 

CORRIERE DELLA SERA   Che cosa rimane | Per Mourinho i romanisti hanno riempito ossessivamente lo stadio Olimpico come non era mai accaduto nemmeno per Totti. Una furibonda caccia ai biglietti, un sold out dietro l’altro, la sciarpata, l’inno. Cantato con lui. E per lui. Non erano più partite di calcio: erano sabba. Mourinho è entrato nelle teste, nei cuori, nelle allucinazioni, nei sacri deliri di un’intera tifoseria. Un cronista racconta, non fa lo psichiatra: ma a Roma è subito stato chiaro che un’intera popolazione aveva spontaneamente deciso di seguire ovunque un allenatore arrivato carico di trofei e di magnetico egocentrismo, pieno di perfide astuzie e inaudite dolcezze, comunicatore geniale, abilissimo nell’intercettare e interpretare quel preciso sentimento romanista in cui convivono efferato orgoglio e tremenda frustrazione, e per il quale i padri tramandano ancora ai figli e alle figlie la leggenda del gol annullato a Turone. Tutto questo è strano? È logico? Però è successo. E questo resta [di fabrizio roncone – tutto qui]. 

 

RIVISTA UNDICI Senza scuse | “La retorica di Mou sulla rosa non all’altezza è vera fino a un certo punto, quindi il rendimento della squadra giallorossa deve essere ritenuto insoddisfacente. Soprattutto in assenza di un gioco e quindi di un intrattenimento godibile. E non ci sono scusanti, e non ci sono attenuanti, non ci si può opporre a questo dato sbandierando l’unità tra squadra e tifoseria, i sold out dell’Olimpico, una finale persa anche a causa di alcune decisioni discutibili dell’arbitro. Per evitare l’esonero, Mourinho avrebbe dovuto portare, fare ed essere qualcosa in più rispetto alle sue ultime versioni. Non è andata così, e a dirlo non sono più solo i suoi presunti detrattori: ora lo ha detto anche la Roma, la sua stessa società. Il resto è politica, oppure è nostalgia [di alfonso fasano – tutto qui].

 

IL MESSAGGERO  Era amore vero | “Non è giusto, è quasi assurdo, è per molti versi incomprensibile che un allenatore come Mourinho sia stato esonerato prima della scadenza del contratto da chi lo aveva fortemente voluto e poi scelto. Sono venuti a cozzare due mondi forse inconciliabili. Quello della verve, dell’arguzia e dell’intelligenza mediatica contro quello riservato (troppo) del grande capitale. Da una parte la scoppiettante empatia mediterranea, dall’altra una proprietà che sembra quasi non capire l’importanza dei sentimenti[di enrico vanzina]

 

IL FOGLIO  Come si supera il trauma | “Dell’addio di Spalletti e di Garcia cacciato ha fottuto sega solo a Napoli. Invece Mou va, ma resta la sua pazzesca diversità, culturale prima ancora che mediatica e sportiva. Ora verrebbe naturale e quasi doveroso spiegare ai romanisti che cosa sarà, e come dovrà lentamente essere elaborata, la solitudine degli orfani di Mourinho. Possiamo dirlo noi, che dopo il volo stellare ci ritrovammo con quel panzone antiempatico di Benítez. Lo stellone di Mou può declinare, panta rei , ma sostituirlo non è come scartare una caramella.  Mourinho se ne va, ma ha fatto un grande lavoro per portare la Roma, e Roma, fuori da una dimensione provinciale [di maurizio crippa – tutto qui]

 

ULTIMO UOMO Cosa c’è dopo il Futuro | “Se non si tiene conto di come Mourinho ha fatto sentire ogni singolo romanista, almeno una volta in questi due anni e mezzo, allora è difficile capire tutto il resto. Diventano incomprensibili i mesi di sostegno incondizionato nonostante risultati sempre più deludenti, inaccettabili con qualsiasi altro allenatore, un lento dissolvimento che stava facendo di quello striscione esposto ormai più di due anni fa, in uno dei suoi primi momenti di difficoltà – “Con Mourinho fino all’inferno” – una specie di profezia autoavverante. E non si capiscono neanche i tifosi corsi oggi fuori a Trigoria per ringraziarlo e chiedere a Mourinho – per una volta fuori dal suo personaggio, spettinato, silenzioso, con gli occhi lucidi – di scendere dalla macchina. Per fare cosa? Per stare per l’ultima volta tutti insieme, forse.  Non sarà facile sostituire Mourinho, riempire il vuoto lasciato da un allenatore che riempiva tutti i vuoti, che occupava tutto lo spazio e si prendeva tutte le responsabilità, i meriti, le colpe. Ma i Friedkin dovranno stare attenti a non usare De Rossi come un semplice parafulmini, a non bruciarlo in sei mesi. Perché non brucerebbero solo un traghettatore. Se dopo un grande allenatore come Mourinho c’è l’ignoto, beh, cosa c’è dopo il Futuro? [di daniele manusia – tutto qui]

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