L’America, tutta l’America, seppe nel giro di un’ora. Alle 12.30 di Dallas di venerdì 22 novembre, mentre salutava la folla dal sedile posteriore della sua Lincoln Continental blu notte, attraversando la Dealey Plaza il presidente John Fitzgerald Kennedy era stato ammazzato. Come tutti gli altri americani, il 37enne commissioner della NFL era sotto shock. Pete Rozelle, ex direttore generale dei Rams in carica da quasi quattro anni, aveva una decisione da prendere. Si attaccò a un telefono nella sede della lega a New York e chiamò Pierre Salinger, un amico sin dai tempi in cui erano compagni all’Università di San Francisco. Era l’addetto stampa di Kennedy. Rozelle riuscì a raggiungere Salinger all’aeroporto di Honolulu. Quarantotto ore più tardi, la NFL aveva in programma sette partite. Che cosa doveva fare il commissioner? Salinger rispose a Rozelle che il presidente avrebbe voluto che il campionato andasse avanti. E la NFL così fece.
I media si indignarono per quello spettacolo messo in piedi mentre il resto del paese era in lutto. La lega rivale della AFL aveva invece cancellato il programma e qualche giorno dopo sarebbe saltato anche un grande classico, la partita fra Army e Navy. Diversi proprietari di franchigie non furono d’accordo con la decisione di Rozelle, incluso Frank McNamee degli Eagles, che scelse di non partecipare alla partita della sua squadra contro Washington. Art Modell di Cleveland era tra i più contrari. Nella nazione si stava sollevando un vento ostile a Dallas, la città che aveva ucciso il presidente. E i Dallas Cowboys erano attesi proprio a Cleveland.
La decisione presa quel giorno ha perseguitato Rozelle per il resto della sua vita. Trent’anni dopo la definì la peggiore che avesse mai preso. In realtà pare che in privato il commissioner riducesse sostanzialmente l’imbarazzo alla pubblicità negativa che gliene veniva. Questa almeno è la versione di Joe Browne, dirigente NFL tra 1965 e 2016, confidente di lunga data di Rozelle, riferita da Sports Illustrated che nei giorni scorsi ha ricostruito come lo sport americano reagì all’omicidio.
Secondo la rivista americana la decisione presa da Rozelle smorzò per un poco la rapida evoluzione della NFL in un colosso sportivo e culturale. Quello stesso dilemma sarebbe stato rivissuto trentott’anni più tardi dal suo successore Paul Tagliabue, “mentre camminava dal suo appartamento di New York City agli uffici della NFL in Park Avenue – dice Sports Illustrated – guardando in cielo il fumo che si alzava dal World Trade Center”.
Ed O’Bradovich, difensore dei Bears, ricorda che il giorno dell’assassinio di JFK a Chicago faceva caldo. I Bears si stavano allenando al Wrigley Field sotto una pioggerellina. L’umore era buono. Chicago veniva da una vittoria casalinga sui Packers di Vince Lombardi e si era messa in testa alla Western Conference con quattro partite da giocare. Sul campo si sparse la voce che Kennedy era stato assassinato e pareva che ogni giocatore andasse per conto suo. Dopo essersi allenati ancora una volta al sabato, i Bears presero un charter per Pittsburgh. A differenza della maggior parte dei soliti voli, c’erano poche chiacchiere e nessuno che giocava a carte. Una sensazione di intorpidimento, ha ricostruito Sports Illustrated.
«Quando la NFL annunciò che avremmo dovuto giocare, con la testa eravamo da un’altra parte» racconta adesso l’83enne O’Bradovich. «Presumo che anche gli Steelers stessero pensando: che diavolo stiamo facendo?». A Green Bay, Lombardi era cupo e irritato. Kennedy era un suo amico personale. Avevano condiviso il palco durante una tappa della campagna elettorale nel Wisconsin nel 1960. Kennedy gli aveva dato il suo numero di telefono personale e l’allenatore lo aveva usato nel ’61 per chiedergli un favore: far arrivare in tempo per una partita importante i campionato il mediano Paul Hornung, in servizio militare attivo nell’esercito a Fort Riley, in Kansas. Giocò e segnò 19 punti. Lombardi entrò nello spogliatoio, era turbato, aveva le lacrime agli occhi e disse alla squadra: «Giocheremo. Se il commissioner vuole farci giocare, giocheremo».
Così il 24 novembre del 1963 la NFL andò regolarmente in campo. Non fu una normale domenica di football. Tutte e tre le reti tv nazionali erano concentrate sulla copertura dei fatti di Dallas anziché su Washington-Philadelphia. Lee Harvey Oswald era stato ucciso in diretta tv da Jack Ruby 39 minuti prima dell’inizio delle partite. Centinaia di migliaia di tifosi lo seppero dalla radio allo stadio. Nonostante l’orrore delle 48 ore precedenti e le proteste dei giornali, gli stadi erano gremiti: a Cleveland, a Philadelphia, a Pittsburgh. Lo stesso Rozelle andò allo Yankee Stadium la partita fra i Giants e i St. Louis Cardinals. In uno dei momenti più drammatici per l’America, dice Sports Illustrated, la NFL dimostrò la sua importanza, non solo come diversivo, ma anche come fenomeno culturale. La NFL aveva giocato regolarmente anche il giorno in cui Pearl Harbor era stata bombardata.
Il 6 gennaio del 1964, 45 giorni dopo l’assassinio di Kennedy, Sports Illustrated pubblicò il numero nel quale eleggeva lo sportivo dell’anno. La copertina era composta dai 14 caschi delle squadre NFL che circondavano un uomo in abito nero e cravatta rossa, Pete Rozelle. Ma aveva il lato sinistro del viso coperto da un’ombra. L’articolo di otto pagine non parlava della decisione di giocare dopo l’assassinio di Kennedy fino a metà. Si concentrava in gran parte sull’abile gestione della crisi per le scommesse: nel mese di aprile 1963 Hornung e Karras, due stelle, erano state sospese per essere state scoperte a puntare su partite della lega. La gestione delle indagini da parte di Pete Rozelle gli diede credibilità e autorevolezza. Ma la decisione di mandare tutti in campo due giorni dopo l’uccisione di JFK gli valse la metà del volto oscurato dall’ombra.
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DAGLI ARCHIVI
Il pensiero di Kennedy sulla pratica sportiva negli USA
In queste ore nelle quali cade il sessantesimo anniversario dell’omicidio, anche il blog Che Palle della Gazzetta, a cura di Mario Salvini ha ricordato il profilo sportivo di JFK e il suo tifo per i Boston Red Sox. Nell’archivio di Sports Illustrated si possono invece trovare due cose interessanti. La prima è un resoconto molto preciso della relazione tra Kennedy e lo sport. Un reporter che aveva ricevuto il compito di seguirlo per un weekend, telefonò esasperato in redazione per chiedere di essere sostituito da un atleta professionista: in pochi giorni, Kennedy era andato a vela, aveva pescato in alto mare, aveva fatto immersioni subacquee, aveva giocato a golf e a softball. La seconda è l’articolo che il presidente stesso aveva scritto per la rivista il 26 dicembre 1960 dal titolo The soft american – nel quale si lamentava insistendo spesso sul concetto di un rammollimento nei costumi del Paese.
Più o meno il pezzo scritto da Kennedy faceva così:
All’incirca 2.500 anni fa, da tutte le parti del mondo greco giungeva ogni quattro anni nel bosco sacro di Olimpia una moltitudine di uomini, all’ombra del monte Crono, per competere nelle gare atletiche più famose della storia: i giochi olimpici. Durante la competizione veniva osservata una tregua tra tutti gli stati della Grecia perché i migliori atleti del mondo occidentale gareggiavano nel pugilato e nella corsa, nella lotta e nelle corse con i carri per una corona di olivo selvatico, il premio della vittoria. Quando i vincitori tornavano nelle loro città natali per deporre le corone dell’Olimpo nei templi principali, venivano accolti come eroi e ricevevano ricche ricompense. Per i Greci l’eccellenza fisica e le doti atletiche erano tra i grandi traguardi dell’uomo e tra i primi fondamenti di uno stato vigoroso. Le stesse civiltà che hanno prodotto alcuni dei più alti successi nel campo della filosofia e del teatro, del governo e dell’arte, ci hanno anche dato la fede nell’importanza della salute fisica, diventata parte della tradizione occidentale; dalla mens sana in corpore sano dei romani alla convinzione britannica che i campi da gioco di Eton portassero alla vittoria sui campi di battaglia d’Europa. Questa consapevolezza, la consapevolezza che il benessere fisico del cittadino è un fondamento importante per il vigore e la vitalità di tutte le attività della nazione, è antica quanto la stessa civiltà occidentale. Ma è una conoscenza che oggi, in America, rischiamo di dimenticare.
Il primo segno di un declino della forza fisica e delle capacità dei giovani americani si è manifestato tra i soldati statunitensi nelle prime fasi della guerra di Corea. Il secondo è arrivato quando sono stati diffusi dati che mostravano come quasi un giovane americano su due venisse rifiutato dal servizio selettivo militare in quanto mentalmente, moralmente o fisicamente inadatto. La dimostrazione più sorprendente del generale declino fisico dei giovani americani si è avuta quando il dottor Hans Kraus e la dottoressa Sonja Weber hanno rivelato i risultati di 15 anni di ricerca tenuti nella Posture Clinic del Columbia-Presbyterian Hospital di New York su test di idoneità fisica fra 4.264 bambini di questo paese e 2.870 di Austria, Italia e Svizzera. I risultati hanno mostrato che nonostante il nostro impareggiabile standard di vita, nonostante il nostro buon cibo e i nostri numerosi campi da gioco, nonostante la nostra enfasi sull’atletica scolastica, i giovani americani erano molto indietro rispetto agli europei in termini di forma fisica. Sono stati somministrati sei test per la forza muscolare e la flessibilità; il 57,9% dei bambini americani non ha superato uno o più di questi test, mentre tra gli europei la percentuale era solo dell’8,7%.
Particolarmente scoraggianti sono stati i risultati dei cinque test di forza: il 35,7% dei bambini americani ha fallito in uno o più di questi, mentre solo l’1,1% degli europei non ha passato la prova. Come risultato delle allarmanti scoperte di Kraus-Weber, il presidente Eisenhower creò un Consiglio per la forma fisica dei giovani e nominò un comitato consultivo, composto da eminenti cittadini interessati al fitness. Negli ultimi cinque anni la forma fisica dei giovani americani è stata discussa nei forum, nei comitati e nelle principali pubblicazioni. È stato promosso un programma in 10 punti. Le nostre scuole sono state esortate a prestare maggiore attenzione al benessere fisico dei propri studenti. Eppure non c’è stato alcun miglioramento evidente. I test di idoneità fisica condotti lo scorso anno in Gran Bretagna e in Giappone hanno dimostrato che i giovani di quei paesi erano notevolmente più in forma dei nostri figli. I test annuali di idoneità fisica per le matricole dell’Università di Yale mostrano un costante calo delle capacità dei giovani americani; il 51% della classe 1951 ha superato le prove, la classe 1956 c’è riuscita nella misura del 43% e solo il 38%, poco più di un terzo, ce l’ha fatta nella classe 1960. Naturalmente, i test fisici non sono la verità assoluta. Possono distorcere un vero quadro sanitario. Ci sono senza dubbio molti giovani e adulti americani la cui forma fisica eguaglia e supera quella di altri paesi. Ma il nocciolo della questione è che c’è un numero sempre maggiore di giovani americani che trascurano il proprio corpo. Questa mollezza da parte dei singoli cittadini può contribuire a spogliare e distruggere la vitalità di una nazione. Il vigore fisico dei nostri cittadini è una delle risorse più preziose dell’America. Se sprechiamo e trascuriamo questa risorsa, se permettiamo che diminuisca e si indebolisca, distruggeremo gran parte della nostra capacità di affrontare le grandi e vitali sfide che il nostro popolo deve affrontare. Non saremo in grado di realizzare il nostro pieno potenziale come nazione. Nel corso della nostra storia siamo stati sfidati a conflitti armati da nazioni che cercavano di distruggere la nostra indipendenza o minacciavano la nostra libertà. I giovani americani sono stati all’altezza di quelle sfide, donandosi ai rigori e alle difficoltà della guerra. Ma la resistenza e la forza richieste dalla difesa della libertà non sono il prodotto di poche settimane di allenamento in un campo base o di un mese di ritiro. Essi provengono da corpi che sono stati allenati da una vita di partecipazione allo sport e dall’interesse per l’attività fisica. Le nostre lotte contro gli aggressori nel corso della nostra storia sono state vinte nei campi da gioco, negli angoli e nei campi d’America. In un senso molto reale e immediato, la nostra crescente debolezza, la nostra crescente mancanza di forma fisica, è una minaccia alla nostra sicurezza.
Tuttavia, noi non desideriamo, come gli antichi Spartani, addestrare i corpi dei nostri giovani semplicemente per renderli guerrieri più efficaci. La nostra profonda speranza, la nostra aspettativa, è che gli americani non dovranno mai più spendere le loro forze in un conflitto armato. Ma la forma fisica è altrettanto vitale per le attività di pace, soprattutto quando il nostro successo in tali attività potrebbe determinare il futuro della libertà negli anni a venire. Nell’Unione Sovietica troviamo un avversario potente e implacabile, determinato a mostrare al mondo che solo il sistema comunista possiede il vigore e la determinazione necessarie per soddisfare le aspirazioni al progresso e all’eliminazione della povertà e del bisogno. Per affrontare la sfida di questo nemico saranno necessari determinazione, volontà e impegno da parte di tutti gli americani. Solo se i nostri cittadini saranno fisicamente in forma, saranno pienamente capaci di tale sforzo. La forma fisica non è solo una delle chiavi più importanti per un corpo sano. È la base dell’attività intellettuale dinamica e creativa. La relazione tra la solidità del corpo e le attività della mente è sottile e complessa. Molto non è stato ancora compreso. Ma sappiamo quello che sapevano i greci: che l’intelligenza e l’abilità possono funzionare al massimo delle loro capacità solo quando il corpo è sano e forte; che gli spiriti resistenti e le menti tenaci abitano solitamente i corpi sani. La forma fisica è alla base di tutte le attività della nostra società. Se i nostri corpi diventano deboli e inattivi, se non riusciamo a incoraggiare lo sviluppo fisico e l’abilità, mineremo la nostra capacità di pensiero, di lavoro e di utilizzo di quelle abilità vitali per un’America complessa e in espansione. La forma fisica dei nostri cittadini è un prerequisito vitale per la realizzazione del pieno potenziale dell’America come nazione e per l’opportunità di ogni singolo cittadino di sfruttare pienamente e fruttuosamente le proprie capacità. È paradossale che in nel momento in cui l’entità dei nostri pericoli rende la forma fisica dei cittadini una questione di crescente importanza, siano necessari uno sforzo e una determinazione maggiori per rafforzare i nostri corpi. L’età del tempo libero e dell’abbondanza può distruggere vigore e tono muscolare con la stessa facilità con cui può farci guadagnare tempo. Oggi l’attività umana viene del tutto assorbita dalla vita lavorativa. Entro gli anni ’70, secondo molti economisti, l’uomo che lavora con le sue mani sarà quasi estinto. Molte delle attività fisiche di routine che un tempo gli americani davano per scontate non faranno più parte della nostra vita quotidiana. La televisione, i film e la miriade di comodità e distrazioni della vita moderna allontanano i nostri giovani dall’attività fisica, la base della preparazione atletica, in gioventù e in età avanzata.
Naturalmente, i progressi e l’aumento del tempo libero possono far crescere notevolmente il comfort e il godimento della vita. Ma non devono essere confusi con l’indolenza, secondo le parole di Theodore Roosevelt quel crescente deterioramento della nostra forza fisica. Perché la forza dei nostri giovani e la forma fisica dei nostri adulti sono tra le nostre risorse più importanti, e questo declino è una questione di preoccupazione per gli americani attenti. È un problema nazionale e richiede un’azione nazionale. Ora è tempo che gli Stati Uniti vadano avanti con un programma per migliorare la forma fisica di tutti gli americani. Dobbiamo istituire un Comitato della Casa Bianca per la salute e il fitness per formulare e realizzare un programma che migliori la condizione fisica della nazione. Questo comitato includerà il segretario della Sanità, dell’Istruzione e del Welfare e il segretario degli Interni. La forma fisica dei nostri giovani dovrebbe essere affidata alla responsabilità diretta del Dipartimento della sanità, dell’istruzione e del welfare. Questo dipartimento dovrebbe condurre ricerche sullo sviluppo di un programma di fitness per le scuole pubbliche. I risultati di questa ricerca saranno resi disponibili gratuitamente a tutti gli interessati. Inoltre, il dipartimento della Salute, dell’Istruzione e del Welfare dovrebbe utilizzare tutte le strutture esistenti per affrontare la mancanza di forma fisica giovanile come grave problema sanitario. Terzo: il governatore di ogni stato sarà invitato a partecipare a un congresso nazionale annuale sul fitness giovanile. Questo congresso esaminerà i progressi compiuti nel campo della forma fisica durante l’anno precedente, scambierà suggerimenti per migliorare i programmi esistenti e incoraggerà gli stati ad attuare il programma di forma fisica redatto dal Dipartimento di Salute, Istruzione e Welfare. I nostri stati sono ansiosi di partecipare a tali programmi, per assicurarsi che i loro giovani abbiano l’opportunità di uno sviluppo pieno del loro corpo e della loro mente. Quarto: il presidente e tutti i dipartimenti del governo devono far capire chiaramente che la promozione della partecipazione sportiva e della forma fisica è una politica fondamentale e continua degli Stati Uniti. Possiamo ripristinare completamente la salute fisica della nostra nazione solo se ogni americano è disposto ad assumersi la responsabilità della propria forma fisica e di quella dei propri figli. Non viviamo in una società irreggimentata in cui gli uomini sono costretti a vivere la propria vita nell’interesse dello Stato. Se vogliamo conservare la nostra libertà, per noi stessi e per le generazioni a venire, allora dobbiamo anche essere disposti a lavorare per la resistenza fisica da cui dipendono in gran parte il coraggio, l’intelligenza e l’abilità dell’uomo. Tutti noi dobbiamo considerare le nostre responsabilità per il vigore fisico dei nostri figli e dei giovani della nostra comunità. Non vogliamo che i nostri figli diventino una generazione di spettatori. Vogliamo che ciascuno di loro sia partecipe di una vita vigorosa.
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