I Mondiali di calcio in Arabia, ma all’Arabia non interessa il calcio

Per l’ultima partita di Jordan Henderson con la maglia del Liverpool, ad Anfield nello scorso mese di maggio c’erano 53.306 spettatori. Quando l’altra domenica si è presentato in campo per giocare Al Ettifaq-Al Riyadh, intorno a lui ne hanno contati 696, circa trecento in meno del pubblico presente per la trasferta ad Abha del mese prima. La folla più folla nel campionato saudita si raccoglie intorno alla squadra allenata di Steven Gerrard, lo scorso mese ad Al Ahli c’erano 14.045 spettatori. Ma il totale degli spettatori per le prime nove partite in casa è stato di 64.476, più o meno la capienza di Anfield.

The Athletic ha raccontato qualche giorno fa il solco che esiste tra l’interesse dell’Europa per il calcio e i numeri sul pubblico interessato al campionato saudita, nonostante il mercato folle dell’estate. Nel materiale promozionale fornito ai media internazionali in vista della nuova stagione, veniva garantito che l’80% della popolazione locale si appassiona al calcio, guardandolo, giocandolo o semplicemente seguendolo. Sarà così, lo seguiranno, ma nelle prime 100 partite della stagione, 18 hanno avuto un pubblico inferiore ai 1.000 spettatori. Otto squadre hanno avuto presenze allo stadio sotto le quattro cifre. Il numero più basso è stato registrato per Al Riyadh-Al Akhdoud allo stadio Prince Faisal bin Fahd di Riyadh, 1 settembre, 133 spettatori, perfino meno di quelli che vanno alla piscina Scandone per la stagione regolare della serie A di pallanuoto.

Se questo paragone non vi basta, sappiate che a The Athletic risulta una media di 3.349 presenze a partita nel campionato di quinta divisione in Inghilterra. I dilettanti. La nostra Eccellenza. Ebbene, il penultimo Pallone d’oro Karim Benzema ha giocato con l’Al Ittihad davanti a 4.149 spettatori contro l’Al Raed, una partita in cui erano in campo pure Kante e Fabinho. Per la prima partita da titolare di Neymar con la sua nuova squadra a Damac siamo arrivati a toccare quota 11mila e non ce ne sono molti di più per Sadio Mané e Cristiano Ronaldo.

Matteo Pinci su Repubblica scrive che la scorpacciata di figurine avrà pure alzato le ambizioni dei club sauditi. Ma non ha riempito gli stadi. La media spettatori nel campionato saudita è inferiore ai novemila a partita. Nonostante la capienza media degli stadi sia di 27 mila posti. In pratica, viene venduto un biglietto su tre.

I dati Auditel delle prime partite trasmesse in diretta in Italia sono stati sconfortanti alla stessa maniera. Comincia a farsi strada l’ipotesi che siamo dinanzi a un fenomeno di plastica. Eppure, dentro questa bolla di disinteresse, dentro questo boom artificiale di danaro senza alcun boato attorno, la FIFA ha deciso di portare i Mondiali del 2034. L’operazione ha fatto un giro largo, doveva passare attraverso qualche strana alleanza per l’edizione 2030, alla fine è giunta lo stesso al traguardo.

Le Figaro stamattina riepiloga le grandi manovre dello stato per affermarsi come superpotenza nello sport mondiale, dopo aver aumentato i suoi investimenti nel calcio, nella Formula 1, nel golf, nell’equitazione, nella boxe. Tutte iniziative legate al principe ereditario Mohammed bin Salman, che intende trasformare il suo regno – scrive il giornale francese – in un paese di affari e turismo per ridurre la dipendenza dai proventi petroliferi, secondo i suoi detrattori distogliendo l’attenzione internazionale dalle violazioni dei diritti umani.

Per i Mondiali del 2034, l’Arabia dovrà prepararsi ad accogliere 48 nazionali, 104 partite, per un coinvolgimento di almeno 14 stadi fra 40.000 e 80.000 posti, 72 campi di allenamento su richiesta della FIFA. 

«La FIFA potrebbe aver segnato un autogol» dice Steve Cockburn di Amnesty International in un comunicato stampa congiunto dell’organizzazione Sports and Rights Alliance, nella quale sono riunite ONG, sindacati e rappresentanti di tifosi. In una nota a parte, Human Rights Watch ha invitato l’organismo mondiale a rinviare l’attribuzione dei Mondiali, ritenendo che non sia stata seguita una procedura etica, trasparente, obiettiva e imparziale. Con una stima di 13,4 milioni di lavoratori migranti in Arabia Saudita, un’inadeguata tutela del lavoro e della salute, l’assenza di sindacati, di controlli indipendenti sui diritti umani e sulla libertà di stampa, c’è motivo di temere per la vita di coloro che costruiranno gli stadi, i mezzi di trasporto, gli hotel e le altre infrastrutture per l’ospitalità secondo Minky Worden, direttore delle iniziative globali dell’organizzazione.

Di buono c’è che la FIFA può esser felice di avere alla sua guida un uomo ottimista e solare, sorridente, fiducioso, senza nessuna preoccupazione pubblica per la guerra e le tensioni in Medioriente. Mandiamo Gianni Infantino alle Nazioni Unite, no?

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