SOLE CHE BATTE SU UN CAMPO DI PALLONE I nuovi
In generale, stamattina Paolo Tomaselli sul Corriere della sera fa notare che le novità hanno fatto bene. “L’ultima giornata dimostra che l’ambientamento in tanti casi è completato: 9 gol e 13 punti portati dai giocatori arrivati in estate sono un bilancio significativo, il più pesante finora; in generale le reti degli ultimi arrivati sono già 52 su 209, il 25% di quelle realizzate, con Lukaku in cima alla lista. Le squadre con l’allenatore nuovo, a parte il Napoli, hanno tutte guadagnato punti, gol e autostima”.
E NEVE E POLVERE CHE TIRA VENTO Rizziconi 12 anni dopo
Ieri pomeriggio l’Ansa ha battuto una notizia da Rizziconi, provincia di Reggio Calabria. Tre minorenni sono stati denunciati alla procura per i minori dai carabinieri. Durante l’estate, con modalità che gli investigatori hanno definito “tipiche delle cosiddette baby gang”, si sarebbero impadroniti di un pallone e di un campo di calcetto, allontanando con la forza altri bambini che stavano giocando. Era intervenuta allora una pattuglia, perché nei racconti insieme con le minacce verbali era apparso un coltello, o qualcosa del genere. Le stazioni dei carabinieri del gruppo di Gioia Tauro hanno così programmato una serie di incontri con gli studenti delle scuole per parlare di sicurezza stradale, bullismo, droghe.
Nel novembre del 2011, su un campo di Rizziconi c’era stata la nazionale. Era al tempo di Cesare e Mario, Prandelli e Balotelli, quando l’Italia andava ad allenarsi una volta su un campo confiscato alla ‘ndrangheta, un’altra volta a Quarto per sostenere una squadra anti-camorra, oppure a Medolla fra le ferite del terremoto.
Attilio Bolzoni, uno tra i cronisti antimafia più apprezzati d’Italia, scrisse su Repubblica: “Il campo è lì, fradicio d’acqua in mezzo agli orrori di una Calabria che fa paura. È infossato, corto, neanche quaranta metri, nascosto da mura così alte e spesse che sembrano quelle di una prigione. Gli hanno rifatto il manto. E l’hanno portato via al padrone di un paese che sopravvive nel terrore. Nessuno ci poteva giocare in quel campetto dietro gli ultimi scheletri delle case di Rizziconi, ottomila abitanti fra gli ulivi secolari e le rovine industriali della Piana di Gioia Tauro. Nessuno ci voleva giocare per non fare uno «sgarbo» al boss. L’ex proprietario del terreno è quello che i rapporti di polizia indicano come il boss di Rizziconi, si chiama Teodoro «Toro» Crea ed è libero di scorrazzare dove gli pare. L’abbiamo visto uscire ieri l’altro sulla sua Mercedes nera, guidata dal fedele autista, fino alla sua villa-bunker di via Carignano. Venerato come un califfo, se ne va in giro indisturbato per la Piana. La sola strada che non attraversa più è la provinciale 35, quella che fra buche e fango arriva fino al campetto che gli hanno tolto. Il viottolo l’hanno asfaltato per l’occasione, intorno c’ è un pantano. L’ultima pennellata agli spogliatoi l’hanno data martedì. Pareti color mattone. I bagni sono azzurri, sei docce per la squadra locale e sei docce per quella ospite. In molti la Nazionale l’avrebbero voluta vedere solo in tivù. E non sul campo. Anche perché “Toro” Crea è appena passato sul corso con la sua Mercedese vicino la chiesa c’è anche Nino Crea detto “Nino il malandrino”, cugino dell’altro e – sussurrano in paese – sempre più potente. strappato a «Toro» Crea”.
CON LE SCARPETTE DI GOMMA DURA Rudi Garcia
Dai, si sa come va a finire. Quando certi amori non cominciano, fanno dei giri immensi ma perdono solo tempo. Il tempo di Garcia sta per scadere, titola stamattina il Corriere della sera. Monica Scozzafava dice che “la posizione dell’allenatore è molto, molto in bilico. Antonio Conte è più di un pensiero stupendo. Se l’ex Tottenham dicesse di sì alle condizioni di Aurelio, potrebbe arrivare prestissimo. De Laurentiis vede una squadra di giocatori scontenti e confusi (da Osimhen a Kvara a Politano che con gesti anche plateali hanno mostrato disappunto per le continue sostituzioni) di talenti (Raspadori) fuori ruolo. Vede un Napoli snaturato, fuori dalla zona Champions (-3) e in ritardo di 7 punti dal primo posto. Cos’altro?”.
Girano pure i nomi di Tudor [boh] e di Gallardo.
Maurizio Nicita sulla Gazzetta dello sport considera: “Qui non è un problema di commissione di saggi o di gente che gioca contro l’allenatore. Ma per essere squadra, per far gruppo, serve una intesa sugli obiettivi comuni, che non significa per forza essere amici o andare tutti d’accordo. Quello che è reale è un senso di malessere che la squadra avverte. Un senso di frustrazione di cui ha parlato lo stesso Garcia domenica notte – dopo essersi presi i fischi della tribuna centrale –, senza però venirne a capo”.
Dopo la sconfitta di domenica con la Fiorentina, Alessandro Barbano sul Corriere dello Sport-Stadio ha scritto: “Il Napoli non è stato rafforzato. E tuttavia resta ancora la squadra più dotata del campionato, ma anche la più in sofferenza. La diagnosi spietata per il Napoli non giunge dal risultato. Ma dalla sua incapacità di reagire. Dalla scomparsa del palleggio come fonte della manovra. Dove mai si è visto nell’era Spalletti un centrocampista che fa quaranta metri con la palla al piede senza sapere a chi cederla? E dove mai si è visto nell’era Spalletti una reazione così confusa allo svantaggio come i trenta minuti finali di ieri? Si aggiunga che le sostituzioni continuano a sortire esiti contrari alle intenzioni. Perché lasciar fuori negli ultimi quindici minuti Osimhen, al netto della sua evidente stanchezza, è quello che si dice una puntata d’azzardo. Se ti riesce, hai ragione. Ma se sbagli, paghi il prezzo questa è crisi. Di gioco. Di testa. E di leadership. Sarebbe il caso di prenderne coscienza subito. Nulla è perduto. A patto di metterci mano subito. Poi a gennaio, bisognerà tornare sul mercato, con più fiuto di prima. Magari ispirandosi a Giuntoli”.
Marco Ciriello sulla Gazzetta dice stamattina: “Unendo i puntini viene fuori una sola parola: inadeguatezza. Che come dicono i Marines nei film americani d’azione che tanto piacciono a De Laurentiis porta ad «abbandonare la zona». Quello che sembrava, non è stato. Quello che doveva essere, non c’è stato. Spiace per Garcia, c’ha messo la buona volontà, tanti appunti e poche idee. L’impressione è che in testa a quegli appunti campeggi la domanda di Bruce Chatwin: «Che ci faccio qui?»”.
Alberto Polverosi sul Corriere dello Sport-Stadio mette in fila la sarabanda di ripensamenti di Garcia, domenica, e parla di caos. “Da quando ha preso in mano la squadra sono passati tre mesi e non ci sono più giustificazioni. Con onestà intellettuale, l’allenatore francese si è assunto la responsabilità di quest’ultimo disastro. Impossibile sostenere il contrario. Le sue colpe sono evidenti, ma forse è il momento che pure i giocatori prendano coscienza delle eccessive difficoltà che stanno incontrando. Il collettivo del Napoli è andato in tilt, però tranne rari casi (Osimhen e Politano: ma perché sostituirli?), anche individualmente i napoletani hanno perso i duelli diretti. Se Kvaratskhelia riesce a saltare una sola volta un ragazzino del 2004 (anche se di Kayode ne sentiremo parlare per anni) qualche problema c’è; se Bonaventura scaccia via tutti i suoi marcatori, a cominciare da Raspadori, idem; se Lobotka fa la metà della metà del gioco di Arthur, lo stesso”.
Nel frattempo i De Laurentiis hanno cacciato Mignani a Bari e non se la passa bene Paulo Sousa a Salerno.
LEGGI ANCORA
La penna quattro colori di Garcia
25 settembre 2023
IL CUORE PIENO DI PAURA Come sta Dybala
Quattro gol a Cagliari, ma il ghigno dello spavento sulla maschera della Roma. Marco Evangelisti sul Corriere dello Sport-Stadio raccontava ieri mattina: “Più ancora del ventilato esonero di Mourinho, e molto più del risultato di ieri, comunque pesante, può l’infortunio di Dybala. Quello sì è un macigno che ti precipita addosso mentre stai riuscendo ad arrampicarti faticosamente oltre il ciglio scivoloso del burrone. Dybala resta anima e cuore della Roma, carne e sangue della manovra offensiva, l’uomo che tocca più palloni perché attira i passaggi come un buco nero attira la luce, ma a differenza dei buchi neri quella luce la restituisce. Miniera di tecnica individuale di una formazione che vive di altre caratteristiche e di isolati colpi di genialità ma alla quale fa difetto l’espressione continuativa della qualità di fraseggio. Ancor di più se perde uno dopo l’altro i pochi giocatori in grado di stabilire una comunicazione paritaria con il pallone. La squadra ha bisogno di pensiero alto dalla linea di centrocampo in su. Non c’è nessuno all’altezza di Dybala nel garantirlo”.
UN GIOCATORE LO VEDI DAL CORAGGIO Matias Vecino
Coraggio, Vecino, ne ha avuto a restare. Adesso è da un paio di partite che cambia il destino alla Lazio. Ha scritto Franco Recanatesi sul Corriere dello Sport-Stadio: “Quando alla vigilia del campionato venne a sapere che Matias Vecino sarebbe partito per Istanbul, Maurizio Sarri ebbe un sussulto. Prese il telefono, chiamò l’uruguagio e gli disse «Matias, rimani, mi serve il tuo calcio come il pane». Vecino si era immaginato panchinaro con l’arrivo di Guendouzi e Kamada, depresso, e poi i turchi avrebbero pagato bene. Ma a Sarri, al maestro dai tempi di Empoli, come dire di no? pata di Vecino. Stessi interpreti, stessa conclusione, anche se stavolta lo spagnolo faceva parte degli undici iniziali. Un gol, una traversa, l’assist vincente: il vice-Immobile si è finalmente presentato con un abito elegante. Con la seconda vittoria all’Olimpico, la Lazio ha cominciato la scalata alla parte sinistra della classifica: obbiettivo modesto rispetto alle ambizioni dichiarate, ma per il momento essenziale. A tratti si è rivista la Lazio sarriana, due tocchi e via, gli esterni a pendolo fra difesa e attacco, lanci lunghi anziché mille palle all’indietro. La settimana di riposo dovrebbe aggiungere il resto”.
DALL’ALTRUISMO DALLA FANTASIA Andrea Colpani
È arrivato il quarto gol in otto giornate per Andrea Colpani del Monza. Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta lo incorona così. “Ieri Luciano Spalletti ha detto sorridendo che «Bonaventura è il nostro Bellingham». Una battuta-provocazione da cui dissentiamo: se un giocatore italiano può essere vagamente accostato al fenomeno inglese, questi non può essere che Colpani. Per ruolo, per senso della porta, per capacità di ricoprire più posizioni e più funzioni. Bellingham ha un’altra struttura fisica,è più dirompente e abita su un altro pianeta. Colpani ci piace anche per la sua esilità, 70 chili per un metro 84 di altezza. Sembra un calciatore degli anni Settanta, quando le squadre non avevano palestre super attrezzate nel retrobottega del centro d’allenamento Spalletti però non lo ha convocato, non ancora”.
L’ALLENATORE SEMBRAVA CONTENTO Stefano Pioli
Sebastiano Vernazza sulla Gazzetta si è invece dedicato ieri mattina all’allenatore capolista, Stefano Pioli, passato dall’1-5 nel derby al primato. “Incursioni di Zlatan a parte – scriveva Vernazza – Pioli gestisce lo spogliatoio in prima persona e la fa con metodologia ancelottiana. Non va mai allo scontro con i giocatori, cerca di smussare gli spigoli e di ricaricare le menti. La squadra lo ripaga con la fedeltà alla linea, non ci sono oppositori, nessuno si mette di traverso. La compattezza del gruppo come primo comandamento. A seguire una certa flessibilità tecnico-strategica. Pioli varia abbastanza, non è ancorato a un sistema fisso”.
UN PALLONE CHE SEMBRAVA STREGATO Il controllo di Pulisic
Il gol di Pulisic andava annullato? Se lo domanda l’ex arbitro Calvarese al quale Tuttosport affida la rubrica che sui giornali un tempo si chiamava Moviola e adesso boh, un gioco di parole con Var qualcosa.
Calvarese scrive: “Il check dura moltissimo, circa due minuti: troppi, specie per un VAR come Di Paolo. Inoltre, le prime riprese sembrano contraddirsi: una fa pensare che Pulisic tocchi prima con il petto e poi col braccio, l’altra mostra con più evidenza il contatto tra pallone e bicipite. Da questi “indizi” si può supporre che, da protocollo, la decisione del campo sia stata confermata per mancanza di immagini chiare. Di fronte all’episodio mi sono chiesto come mi sarei comportato se fossi stato in sala VAR. Premetto che in fase di revisione di un fallo di mano è determinante l’analisi della dinamica del movimento delle braccia e del pallone. Dopo il controllo di Pulisic, il pallone non schizza via, ma cade lentamente ai suoi piedi, interrompendo la rotazione. Ciò è compatibile più con un controllo con il braccio che con il petto. Questo primo elemento è significativo, mi avrebbe spinto a cercare in altre immagini. E la risposta sarebbe arrivata dalla telecamera angolare, una super-slowmotion che ha tantissimi frame e una qualità alta dell’immagine (che è passata in TV): da questa si evidenzia che la maglietta di Pulisic si muove visibilmente all’altezza del bicipite poco dopo il distacco del pallone. Se fossi stato al VAR, avrei quindi mostrato proprio questa ripresa, l’unica che avrebbe potuto dissipare i dubbi sul tocco di braccio”.
IL PORTIERE [NON] LO FECE PASSARE Olivier Giroud
Marco Fallisi sulla Gazzetta dello Sport: “Quella parata è già diventata una scena iconica. Come Hateley che sovrasta Collovati nel derby, come gli occhi di Shevchenko prima del rigore di Old Trafford, come Boban e Weah che esultano mano nella mano. Da sabato sera, nella galleria delle immagini indimenticabili degli attaccanti del Milan, è entrato di diritto anche Olivier Giroud. Che però ha qualcosa in più degli altri: lui si era già ritagliato un posto nel cuore dei tifosi con la doppietta ammazza-Inter nel derby dello scudetto e adesso ha replicato facendo quanto di più lontano possa esserci dal suo repertorio”
Lorenzo Cascelli su Ultimo Uomo ha detto che “scegliere di mettersi in gioco, fuori posizione, fuori fuoco, significa spesso voler sperimentare nuove sensazioni, viverle per poi incorniciarle in un ricordo”.
IL RAGAZZO SI FARÀ Il talento secondo Guardiola
Pep Guardiola è stato ospiet della Fondazione Mauro-Vialli per una lezione sul talento, questa parola misteriosa e spesso molto abusata. Ha detto un mucchio di cose belle. Per esempio:
«È ora di smetterla di pensare che è nel giusto solo chi vince. Domenica ho perso con l’Arsenal: e allora? Ho solo dormito un po’ peggio. Di cosa vogliamo discutere? Che ho vinto una Champions perché Lukaku ha sbagliato un gol da due metri? O che ne ho persa una perché Courtois ha fatto una parata col tacco? Non c’è nulla di cui vergognarsi ad arrivare secondi, bisogna smetterla di pensare che chi vince è lassù e che chi perde è un disastro. Nella vita non sono i titoli che restano, ma le cose che hai condiviso con le persone con cui hai lavorato, e penso ad esempio a Baggio e Mazzone». Ha fatto altri elogi al maestro Bielsa e all’allievo De Zerbi: «De Zerbi punta al successo, mica all’estetica. E io non avrei nessun problema a basarmi su difesa e contropiede, se capissi che mi avvicinerebbe al risultato. Mi piacerebbe essere allenato da De Zerbi. E anche da Marcelo Bielsa, ma lui non mi farebbe giocare: non ho il fisico per il suo calcio».
Ma in mezzo a tante cose ne ha detta una sfocata. «Il talento non si sviluppa su Instagram. Non perdete tempo chiusi nella vostra stanza a guardare i social».
È una frase un po’ buttata là, rimasticata e sentita. Pare un chewing gum. Meriterebbe una riflessione. Forse un’altra volta.