1-2 La prima sconfitta del Napoli arrivò un anno fa alla sedicesima giornata, quando il campionato era al 42 percento del suo cammino, i Mondiali erano alle spalle, i punti di vantaggio sulla seconda erano otto. Lo scudetto sulla maglia ha portato una caduta precoce, più rapida che nel primo anno di Spalletti [alla tredicesima giornata] e più rapida pure che nell’ultima stagione mediocre di Gattuso [alla quinta]. Così stamattina Napule è di nuovo mille paure.
Non sono i rilievi statistici né l’aritmetica, a far riflettere. Con una vittoria alla ripresa, García sarebbe perfino avanti al cammino irreale tenuto un anno fa, andrebbe a nove punti contro otto. I segnali giunti dal campo non possono essere considerati risposte definitive, non ne avremo su nessuna squadra fino all’ottava-nona giornata. Devono esser presi come degli indizi che arrivano da una squadra in costruzione. Una squadra con meno palloni tra i piedi di Lobotka, più lanci facili e lunghi per Osimhen, meno spinta a sinistra se c’è Olivera e non Mario Rui, più tiri da fuori area e meno giro palla. Nel gioco delle parti sul mercato delle opinioni, quando le cose funzionano, parliamo di elementi d’una virtuosa metamorfosi per diventare più imprevedibili. Quando le cose vanno male, si sa, sono problemi.
In attesa che arrivi il tempo di un parere in equilibrio, il punto vero è un altro. Sul Napoli bisogna chiedersi perché si sia ridotto a essere una squadra in costruzione. Non ne aveva bisogno. Lo scudetto vinto con 16 punti sulla Lazio seconda, 18 sull’Inter e 20 sul Milan rappresentava un vantaggio di cui giovarsi. Un vantaggio non solo tecnico, per una squadra in fiducia intorno a ingranaggi perfetti, ma anche un vantaggio economico. L’estate è trascorsa con una Juventus sostanzialmente inchiodata all’indice di liquidità e ferma all’arrivo di Weah jr, un’Inter che si è fatta soffiare Scamacca dall’Atalanta e ha preso due trentacinquenni in attacco, un Milan che ha finanziato la sua campagna acquisti con la cessione traumatica di Tonali. Il Napoli poteva correre da lepre. Ha scelto di passeggiare.
In un mondo razionale non si dovrebbe chiedere al Napoli di rivincere il campionato. Oltre alle tre squadre che in Italia partono ogni anno per puntare allo scudetto, in serie A nessuno si ripete nell’albo d’oro dai tempi del Grande Torino, nel dopoguerra, quando esistevano gerarchie differenti, un’industria con meccanismi diversi. È quasi come dire che non è mai successo. Eppure nelle griglie delle settimane scorse, il Napoli era sistemato quasi ovunque davanti a tutte. Con qualche prudenza, ma davanti a tutte. Primo: per la rarità di alternative convincenti in modo così schiacciante. Secondo: per una specie di sindrome da Italia di Bearzot, la nazionale che nel 1982 arrivò al Mundial partendo fuori dai radar, imprevista, spiazzando i pronostici, addirittura sbucando da un cono di scetticismo e costringendo la stampa specializzata a una rumorosa marcia indietro.
Un’estate fa nessuno considerava Spalletti da titolo, anzi. Ma il ricordo delle critiche al mercato 2022 del Napoli sono scottature che rischiano di far commettere lo stesso errore di calcolo, nel senso inverso. La lettura viziata di una situazione nella quale il Napoli poteva evitare di cacciarsi. C’è molta prudenza nel dirsi perplessi. Eppure il primo pensiero dell’allenatore e del ds di un successo storico è stato la fuga, non dalle responsabilità e dallo stress, ma dai rapporti logori con il presidente De Laurentiis, di nuovo in modalità sono io il vostro Cavani.
Il Napoli aveva l’occasione di condurre una campagna acquisti in supremazia. Come quando con lo scudetto sulla maglia andò a prendersi Careca e Francini. Poteva giocarsi il jolly di una situazione economica più florida che altrove, una liquidità accresciuta dalla partenza di Kim verso il Bayern con una clausola da 50 milioni. Poteva giocarsi il vantaggio di un entusiasmo popolare, così esibito nel mondo da diventare uno slogan commerciale [A New 3ra – from Napoli to the world], un’attrazione da offrire perfino come bonus insieme a un un contratto. Vieni a giocare da noi e vivi la Scudetto Experience dei turisti. De Laurentiis ha suonato la tromba nelle molte interviste [la Champions, la Champions] e nelle molte feste, ma subito dopo alla tromba ha messo la sordina. Della partenza di Kim il Napoli sapeva da mesi. Ha indugiato sugli obiettivi di prima fascia e si è ridotto a coprire il vuoto con Natan, una scommessa se non vogliamo dirlo un ripiego, un giocatore che non deve essere ancora pronto. Garcia non gli ha dato nemmeno un minuto e non è detto che ogni volta si possa indovinare uno Kvaratskhelia.
Il caso Gabri Veiga è emblematico. Il Napoli non l’ha perso per un’asta impossibile con l’Arabia Saudita. Il Napoli aveva un vantaggio nell’accordo col giocatore. Bastava presentarsi dal Celta con l’assegno della clausola, 40 milioni, anziché cominciare una trattativa estenuante per risparmiarne due, tre. Gli stessi due-tre della clausola di Spalletti che invece De Laurentiis esige. Non per soldi, dice, per principio.
I segnali bisogna saperli leggere. La prima sconfitta è arrivata nello stesso giorno in cui Spalletti parlava da Covverciano come allenatore della nazionale. Con le bandiere ai balconi, il suo ritiro dalla scena è stato sottovalutato. Anziché guardare la luna, il San Paolo ha guardato il tatuaggio sul braccio, nella convinzione metafisica che Napule è mille culure, qualcosa è successo, qualcosa accadrà. Nell’addio s’è consumata pure una gaffe. Uno dei consulenti legali del club s’è spinto a dire che l’addio inatteso ha impedito di prendere un grande allenatore, perché si erano già tutti sistemati. Come dire che Garcia è stata una scelta di rimbalzo. Quel Garcia che ieri sera ha detto in sostanza due cose, presentandosi a Dazn un’ora buona dopo la fine della partita. La prima: una squadra che non riesce a vincere, deve provare a non perdere. «I ragazzi devono capirlo». La seconda: ha contato 20 tiri in porta senza mai prendere lo specchio. Chissà se la squadra ha sentito. I calciatori sanno essere crudeli, quando si perde l’allegria.
PUZZLE Che cosa si dice in giro del Napoli
▥ le cose da salvare | Ivan Zazzaroni, Corriere dello Sport-Stadio: “Non me la sento di bocciare totalmente la prova della squadra di Garcia perché per un’ora ho visto cose eccellenti, anche se il miglior Osimhen le è mancato e Kvara è calato troppo in fretta”.
▥ oddio, la pancia piena | Luigi Garlando, la Gazzetta dello sport: “Dopo un buon primo tempo, è imploso, tatticamente disordinato, irriconoscibile nelle sue stelle (specie Osimhen) e nello spirito. Per la prima volta, dopo due giornate da vero Napoli, si è intuito il rischio sollevato in estate: il fisiologico down motivazionale da pancia piena che il mercato avrebbe dovuto disinnescare con acquisti di maggior spessore che portassero entusiasmo e novità. Come sta succedendo al Milan. E come, nel suo piccolo, può succedere alla stessa Lazio”
▥ lo champagne è finito | Antonio Giordano, Corriere dello Sport-Stadio: “Dov’è finito il calcio champagne che per nove mesi ha stordito l’Italia e anche l’Europa d’una squadra capace di strapazzare il campionato. non cerca più Lobotka e non le sue tracce di calcio, e poi s’accorge persino che per Garcia quel Kvara è un uomo “normale”: fuori lui, dentro Raspadori”.
▥ il campanello | Francesco De Luca, il Mattino: “Era a da tempo che non si vedeva il Napoli così fragile e così messo male in campo, con spazi enormi concessi alle ripartenze della Lazio. È stata una malanotte per gli azzurri. Una serata che fa porre inevitabili domande, quelle a cui si dovrà dare risposta dopo la sosta, anche perché mercoledì 20 parte la missione Champions a Braga. A cominciare dalla difesa dove non svetta più un centrale di spessore come Kim ma viene impiegato Juan Jesus aspettando che Natan – il giovane brasiliano che rappresenta la grande scommessa di De Laurentiis – possa completare l’apprendimento che non è soltanto calcistico, ci è stato detto da Castel Volturno. Il reparto è il punto dolente di una squadra che ha mantenuto intatto il potenziale offensivo, aggiungendo Lindstrom, ieri sera al debutto in una gara in cui si è notato un eccesso di tensione, così come era accaduto a Frosinone, con Garcia che ha preso un cartellino giallo già nelle prime battute. Lo scudetto non deve rappresentare un peso sulle maglie, siano azzurre o nere, come quelle presentate per la prima volta al Maradona“.
IL MANGIATORE DI FUOCO José Mourinho
La Gazzetta: “Mou mai così giù. Roma senza gioco, lo Special One fra narcisismo e nervosismo”. Un punto in 3 gare, i silenzi, il malumore È già una storia vicina al capolinea? – Giancarlo Dotto ha scritto: “Non bastano gli sbarchi cinematografici, le sbornie di massa, il texano in versione Top Gun, lo sportello che si apre e si affaccia lui, Romelu e la sua meravigliosa attitudine nel calarsi nel suo nuovo mondo e quella roboante combinazione di nero, giallo e rosso pompeiano. Da due anni a queste parti gli umori in casa Roma sono gli umori di Josè Mourinho. I suoi umori dettano legge. Nel bene e nel male. Di venerdì sera a impressionare non è stata la debacle della squadra, la desolante testimonianza d’inferiorità tecnica, tattica e atletica contro il Milan di Sua Divinità Leao, ma le parole di Josè Mourinho. Quelle che ha detto prima e quelle che non ha detto dopo. L’eloquenza del suo silenzio. Le parole e il silenzio Ma così cupa e malmostosa. L’avete sentito anche voi il rumore dello scontento?”
GLI ACROBATI Scamacca e De Ketelaere
Andrea Elefante, la Gazzetta dello sport: “Nella notte del loro debutto contemporaneo da titolari, è nata l’Atalanta di Charles De Ketelaere e Gianluca Scamacca. Un feeling di coppia naturale e promettente, da standing ovation per entrambi. E per una Dea a tratti scintillante, anche per qualità tecniche, come ai bei tempi. La Nazionale ha ritrovato un centravanti, la Dea l’ha trovato ieri sera. E De Ketelaere sembra perfetto per accompagnarlo. Non si può lasciare un metro di spazio ad un centravanti che fa dell’aggiramento il suo mestiere, come tutta la difesa brianzola non avrebbe dovuto consegnarsi con tanta passività, lasciando enormi spazi incustoditi, agli invasori nerazzurri”
3-0
IL BRAVO PRESENTATORE Thiago Motta
Ivan Zazzaroni, Corriere dello Sport-Stadio: “Nel momento di massimo sforzo per provare a vincere, Motta ha consegnato le chiavi del gioco a Kasper Urbanski, polacco del 2004, e in seguito ha inserito Ousama El Azzouzi, marocchino-olandese del 2001. Il terzo coniglietto uscito dal cilindro di Tiago è stato Giovanni Fabbian, il 2003 che dall’Inter sarebbe dovuto andare a Udine per Samardzic: saltato l’affare, il ragazzo è stato catturato da Giovanni Sartori, ds-scout di vecchia scuola ma il migliore del momento. Il tempo di un respiro e Fabbian ha naturalmente segnato, il Bologna ha vinto la partita e il tifoso è uscito dallo stadio convinto di aver speso proprio bene i baiuc, i soldi”.
2-1
IL CONIGLIO DAL CILINDRO Guendouzi
Daniele Rindone, Corriere dello Sport-Stadio: “Fatale, il francese. La Lazio può darsi un nuovo idolo. Parliamone del suo ingresso lampo: in 5 minuti (di terrore per il Napoli) l’assist per Zaccagni e il golazo insaccando giulivo. Un doppio fuorigioco che suona come un inno di ingiustizia”.
– IL MAGO Luis Alberto
Ivan Zazzaroni, Corriere dello Sport-Stadio: “Un tacco degno del miglior Madjer e il magnifico velo che ha ispirato la rete di Kamada. Lo spagnolo ha qualità che pochi possiedono, vede un calcio che ad altri è vietato, le sue insofferenze e trasgressioni, talvolta inaffrontabili, sono peraltro espressioni di un’evidente genialità”.
IL DOMATORE Sarri
Marco Ciriello, il Mattino: “Tutto il romanticismo e l’ingenuità sempre apparente di Sarri appartengono al passato, quello di oggi è un Sarri diverso, e il sarrismo è un linguaggio in evoluzione, e questa evoluzione passa per i ripiegamenti e le attese. Ha impiegato due partite per colmare l’assenza di Milinkovi-Savi, e ancora gli servirà altro tempo, ma contro il Napoli, la squadra ha cominciato a dimenticarlo, ed è entrata in una nuova fase”.
IL LEONE Leao e il Milan
Sandro Bocchio, Tuttosport: “Il sistema di gioco ha finora funzionato al meglio, grazie alle qualità dei centrocampisti, gente di lotta e di governo, che sa usare nel modo giusto la tecnica e la sostanza, a seconda delle situazioni. Loftus-Cheek e Reijnders si sono integrati al meglio con Krunic, consentendo di attendere con maggior serenità il rientro di Bennacer. Un centrocampo che sa supportare bene l’attacco, in cui mancava all’appello il solo Leao, dopo le reti realizzate da Giroud e Pulisic: il vuoto è stato riempito venerdì sera, con una rete spettacolare in acrobazia. Un 4-3-3 che, finora, non ha saputo solo cancellare alcune pecche della difesa, andata a incassare un gol in ogni gara. Anche se l’impressione è stata quella di pecche dei singoli piuttosto che del collettivo”.
L’UOMO FORZUTO Spalletti Ct
Italo Cucci, Corriere dello Sport-Stadio: “Senza attribuirglielo come nomignolo, io lo direi Ulisse, l’uomo dal multiforme ingegno che da Empoli a Genova, da Udine a San Pietroburgo, da Roma a Milano a Napoli è sempre stato l’altro di se stesso – anche a Roma bis – diventando il Fregoli dei sentimenti, magari con un po’ di lagna certaldese ma sempre a esibire genio e regolatezza, alla maniera di Odisseo che con tattiche audaci ma sempre ad hoc sbaragliava i Lotofagi, il Ciclope Polifemo, il ventoso Eolo, i cannibali Lestrigoni, la maga Circe, i Cimmeri, i Feaci e le Sirene mediatiche. Se avessi voglia e spazio vi spiegherei che tutti quei mostri li ha davvero conosciuti, affrontati e spesso sconfitti in campionato e in Coppa. Tanto che lo Spallettone gli è stato affibbiato al termine di una lunga e combattuta Interiade ricca di gioie e di dolori. Eppoi, come Ulisse, la mamma: il divo nell’Ade si confortò con l’adorata Anticlea, Luciano nella prima conferenza stampa ha dedicato il primo pensiero alla signora Ilva – la mi’ mamma, si toscaneggia – che gli ha ispirato l’ennesimo travestimento (utile di ’sti tempi) in onore della Patria”.
Stefano Salandin, Tuttosport: “Spalletti avrebbe potuto davvero restarsene a coltivare i suoi vigneti e a lustrare la sua recente gloria, invece ha raccolto, novello Cincinnato, una sfida che è prima di tutto la sua. E, senza dovere per forza cadere nell’agiografia, è emerso evidente come il “sentimento” della maglia azzurra sia stato evocato con efficace emotività dal nuovo ct. Poi sì, certo: noi ormai ingrigiti cronisti sappiamo che conta il campo, ma è altrettanto vero che i richiami al senso di appartenenza e alle ben calibrate emozioni non sono un dettaglio, in questo strano gioco che è il calcio”
L’ILLUSIONISMO Itatürk
La newsletter The SpoRt Light si dedica alla candidatura congiunta di Italia e Turchia per Euro 2032. “Otterranno quasi sicuramente l’assegnazione. Dopo essersi messe insieme fuori tempo massimo e in barba a qualsiasi aspetto formale. Irrituale, discutibile nei tempi e nei modi, figlia di un compromesso che ha un mandante e una logica di do ut des: dalle candidature originarie dell’Italia e della Turchia a Euro 2032 si è passati a una candidatura congiunta della quale, dal punto di vista programmatico, sostanzialmente si sa poco o nulla, perché poco o nulla è stato definito, a parte la volontà politica. Così, nell’esecutivo UEFA di ottobre, verosimilmente avremo un’assegnazione a metà tra due Paesi che avrebbero voluto fare da sé. E sarebbe stupefacente se non andasse in questo modo. Itatürk, così l’abbiamo chiamata, e abbiamo voluto ragionare sul compromesso, sugli stretti legami del calcio turco con il diversamente democratico regime di Erdogan e su un aspetto che ci sta a cuore: non candidarsi quando, semplicemente, non si è pronti. Ebbene: c’è chi fa proprio così. Non in Italia, chiaramente”.
“La lettera è una modalità del tutto irrituale: se non ci fosse la certezza di ottenere soddisfazione, non si sarebbe fatto nulla di tutto questo”.
Alla newsletter di Francesco Caremani e Lorenzo Longhi ci si abbona qui
IL CERCHIO DI FUOCO La serie C senza stadi
“Altro che Juve Next Gen. È la sera di Nonno Zeman” titola Tuttosport per la sconfitta della squadra B bianconera a Pescara, contro il Vecchio Nemico della real casa. È cominciata così la serie C, tormentata da corsi, ricorsi, il Consiglio di Stato che ha bocciato il ricorso della Reggina, il Brescia tornato in B, la Casertana salita in C, per Rivista Contrasti “un teatrino che va avanti da un’estate intera, tra esclusioni e fallimenti, ripescaggi e riammissioni, come ormai ogni anno siamo abituati a leggere. Eppure – si legge – non è finita qui, perché ai problemi burocratici si sono aggiunti quelli edilizi. La situazione stadi è infatti a dir poco allarmante. In Serie C, nonostante lo scintillio di NOW come nuovo brand sponsor e l’idea del presidente Marani di migliorare la qualità televisiva del campionato, dobbiamo constatare una triste realtà”
Il 10 delle squadre deve spostarsi altrove per le partite in casa. Il Sestri Levante va a Carrara [ 71 km] e il Sorrento gioca a Potenza [158 km], il Brindisi fino a dicembre apre i botteghini a Taranto [71 km], il Pineto è di casa a Pescara [31 km], il Monterosi va addirittura a Teramo [207 km]. Auguri.
ZIBALDONE
Le partite di oggi
CHI VEDERE | Paolo Tomaselli, Corriere della sera: “Nelle prime due giornate contro Monza e Cagliari, l’Inter è stata l’unica a non subire gol: l’ultima volta che ci riuscì nelle prime tre partite, risale al 2003; con tre vittorie, senza gol al passivo, addirittura al 1966. Più che dei record, Inzaghi fa la conta dei nuovi arrivati, che sono ben 12 dopo lo sbarco last minute del trentenne nazionale olandese Davy Klaassen, ulteriore opzione a centrocampo di una rosa che sembra più completa e profonda di quella arrivata in finale di Champions e ha gli strumenti per compensare il gol perduti di Lukaku e Dzeko. Proprio nei cambi sulle fasce, l’Inter sembra aver fatto il salto di qualità più immediato, con l’arrivo di Carlos Augusto (vice Dimarco) e Cuadrado (vice Dumfries) e questa potrebbe diventare l’occasione di pesarne l’impatto contro un avversario di livello superiore”
Alberto Polverosi, Corriere dello Sport-Stadio: “E’ proprio sugli esterni che si può immaginare lo sviluppo di Inter-Fiorentina. Brekalo, Sottil, Kouame e Gonzalez, che è un’ala per modo di dire, è il quartetto di Italiano, Dumfries, Dimarco, Cuadrado e Carlos Augusto quello di Inzaghi. Che dovrà stare attento ai movimenti di Gonzalez, oltre che alla sua strepitosa condizione. Se nel calcio esiste (ed è venuto a noia) il falso nueve, con Gonzalez esiste anche il falso siete. E’ un giocatore che cerca una posizione sempre diversa. Toccherà a Bastoni, più che a Dimarco, prevederne gli spostamenti. Gonzalez ha il 10 sulle spalle, come il suo connazionale Lautaro Martinez. Nessuno dei due è un 10 vero, ma tutt’e due onorano quella maglia con la statura tecnica che li contraddistingue”
DISCUSSIONI | Xavier Jacobelli, Tuttosport: “2 settembre 2005 – 2 settembre 2023: si sono compiuti i primi 18 anni di Urbano Cairo al timone del Toro, caratterizzati da un medio-piccolo cabotaggio non all’altezza delle speranze e delle ambizioni di una tifoseria straordinariamente appassionata. Buongiorno è il Panda granata e indica a Cairo la strada da seguire, adesso che la sua presidenza è diventata maggiorenne. È la via lastricata non soltanto di buone intenzioni, ma, alla buon’ora, di concrete ambizioni per una squadra che l’ultimo scudetto l’ha vinto nel ‘76 e l’ultima Coppa Italia l’ha alzata nel ‘93. Non so se ci saranno altri diciotto anni di Cairo alla guida dei granata, presumo però che Cairo sappia da dove ripartire. Da quel Buongiorno che vale oro.
TEMI | Tuttosport ricorda il 4-1 del 22 maggio, quando “la Juve, definitivamente penalizzata di 10 punti pochi minuti prima di giocare, crollava a Empoli. In quel 4-1 c’è un anno da cancellare. A rendere ancor più bruciante quel ko gli sfottò a Vlahovic da parte di Henderson. Tra sentenza e risultato, quella sera si toccò il punto più basso di una stagione tremenda. Vincere oggi serve per la classifica e segnerebbe una svolta simbolica per il morale”.