Un inchino a Pogačar

    C’è vita sul pianeta Pogačar, c’è vita al Tour de France, e che vita. Il sogno di una battaglia con Jonas Vingegard continua, sintetizza L’Équipe come un sospiro di sollievo, dopo la tappa di mercoledì. Ai piedi dei Pirenei, il danese che vinse un anno fa ieri si è ripreso la maglia gialla, ma ha perso il secondo duello contro un rinvigorito Tadej Pogačar, che promette di lottare fino alla fine dicono i francesi, il giornale dell’organizzazione.

Alexander Roos è la firma più immaginifica del ciclismo mondiale. Quattro anni fa, Gianni Mura gli diede 9 nelle pagelle scritte alla fine del suo ultimo Tour. I suoi pezzi danno il succo della corsa ma sono pieni di rimandi, giochi di parole, incastri, con frequente ricorso all’argot e ricordano un po’ il Quéneau di Zazie e il Dard di Sanantonio. Aspettandolo a un romanzo, disse. 

Ebbene, Roos stamattina ci fa rivivere l’inchino di Pogačar sul traguardo e dice che c’era tutto nella riverenza di Tadej Pogačar mentre tagliava il traguardo, un momento di grazia per sottolineare la ferocia, il ritorno da un’odissea in cui poniamo un’offerta ai piedi degli dei che governano il nostro piccolo mondo. Non è stata un festeggiamento qualunque, perché non è stata una vittoria come le altre, non una semplice esplosione di gioia, lo sloveno non ne aveva più la forza. Non un piacere per se stessi, ma una comunione. Il suo regalo più grande è stato mantenere in vita un Tour de France che pensavamo fosse sottoposto a respirazione artificiale dopo il colpo di forza di Jonas Vingegaard a Marie Blanque mercoledì.

La forza di un campione è il titolo scelto per la prima pagina da L’Équipe. La prima di tredici pagine dedicate alla corsa, dalla uno alla tredici. All’interno c’è una foto bellissima dopo la battaglia. Questa. 

 

 

| Nella sua newsletter serale per Bidon Magazine [si sostiene qui, dai cinque euro in su per un mese di racconti], Leonardo Piccione scrive che ce lo raccontavano più o meno così il ciclismo d’altri tempi. Battaglia tutti i giorni, pochi calcoli, imprese epiche, montagne incantate, pirotecniche rivalità, e noi – cresciuti a pane e trenini-Sky – ci eravamo fatti l’idea che cose del genere potessero esistere solo nei libri, frutto della penna talvolta troppo ardita dei nostri narratori preferiti. Non importava che fosse tutto strettamente vero (c’erano tappe noiose anche ai tempi di Coppi e Bartali, o di Poulidor e Anquetil), ma il fatto che Buzzati e Blondin ci parlassero dei grandi giri di una volta con tanto trasporto e dovizia di iperboli bastava a farci provare nostalgia per qualcosa che molti di noi non avevano mai conosciuto di prima mano. E invece, nell’anno del signore 2023, ecco che la prima settimana del Tour de France decide di proporci, una in fila all’altra, due giornate di ciclismo da annali di questo sport. Nemmeno nelle nostre fantasie più selvagge avremmo osato tanto, e invece è tutto reale, tutto accaduto davanti a noi, sotto i nostri occhi, qui e ora

| Pier Augusto Stagi su Tuttobici trova che sia “un Tour stellare, di rara bellezza, da tutti i punti di vista, da qualsiasi punto lo si osservi. Altro che un certo ciclismo non si può più fare, un certo ciclismo lo si fa qui. Come del resto lo si sta facendo da quattro anni a questa parte, con corridori di assoluto livello. Decima vittoria di tappa al Tour per lo sloveno, 15° successo stagionale in 29 giorni di corsa: insomma, una su due la vince. Oggi, e per la prima volta, in una tappa montana di quelle vere, Tadej stacca il Re pescatore: questo è un fatto, non opinioni. Una cosa è comunque certa, lo spettacolo è assicurato.

| Ne abbiamo avuto e non ci basta. Cosimo Cito su Repubblica riassume così questo sentimento che è di fame, di sete, di desiderio, di fame sete e desiderio tutt’assieme. Ha scritto stamattina: È tutto un complesso di cose che fa sì che siamo qui a chiederci una cosa sola, adesso. Quando sarà il prossimo round tra quei due? E ad augurarcene un’altra: che non succeda nulla di strano, una caduta, una foratura nel momento sbagliato, un salto di catena, un cane, una rotonda, un asteroide. Non deve capitare niente a quei due. Seduti su questo paracarro, aspettiamo ora il Puy de Dôme, domenica

| Sono incantati anche in America. Joshua Robinson sul Wall Street Journal parla del duello tra Pogačar e Vingegaard come se fosse stato un match di boxe per la corona dei pesi massimi. 

Quando gli esperti delle mappe e di ciclismo del Tour de France hanno progettato il percorso per la gara di quest’estate, erano consapevoli di rompere con le convenzioni. Il Tour tende a bruciare in modo lento bruciare, diluendo il dramma delle alte montagne nel corso di tre settimane. Dare il via all’edizione 2023 nei Paesi Baschi spagnoli, ai piedi dei Pirenei, ha forzato la mano. Gli organizzatori hanno messo alcune delle tappe più difficili e ripide del Tour nella primissima settimana. È stata la decisione più felice che avrebbero potuto prendere. Pogačar sembrava in crisi mercoledì, a 53 secondi da Vingegaard. È tornato giovedì con uno straordinario attacco sull’ultima salita. Stiamo parlando dei due migliori corridori a tappe al mondo, non dovrebbe sorprendere che dal loro primo Tour de France insieme, nel 2021, abbiano occupato i primi due posti della classifica generale nel 40% dei casi. Ma la bellezza e la stranezza delle corse a tappe è che Pogačar è andato a letto mercoledì sera preoccupato di aver perso il Tour, mentre giovedì, davanti all’estenuante scalata al Tourmalet, è tornato arrabbiato

 

  camei WOUT VAN AERT  Tutti gli altri avversari, si legge ancora su L’Équipe, sono stati ridotte a comparse, compreso Wout van Aert che ha accettato il ruolo di apristrada per il leader. Di lui scrive Giovanni Battistuzzi sul Foglio indicandolo come una delle certezze di Vingegaard, insieme cone le gambe che girano bene e la squadra più forte. 

Nonostante quello che dicono in giro sui loro rapporti non eccezionali – dice – il suo lo fa e lo sa fare alla grande. Wout van Aert è soprattutto sempre davanti al gruppo. Dei 144,9 chilometri pedalati oggi, ne avrà passati a prendere vento in faccia almeno la metà. Prima per dare forza e spazio alla fuga odierna che lui stesso aveva fatto nascere, poi per non farla naufragare alla prima ascesa, il Col d’Aspin – dopo il lavorone in pianura che aveva fatto Kasper Asgren per favorire i desideri di vittoria di Julian Alaphilippe –, infine per lanciare il compagno Jonas Vingegaard verso il traguardo. Non si risparmia mai Wout van Aert, il suo ciclismo è avanguardia, lontananza e meravigliosa scriteriata lucidità. Dicono che sbagli a correre così, perché se corresse diversamente probabilmente vincerebbe di più. Può essere. La controprova non c’è però, c’è mai nello sport e non solo nello sport. Può essere, ma anche no, soprattutto non ha importanza perché il solo vederlo correre è una buona ragione per vedere il Tour de France. Sono state corse sei tappe in questa Grande Boucle, Wout van Aert è stato l’unico a essere sempre protagonista. Non ha ancora vinto? Ce ne faremo una ragione. Domani si arriverà allo sprint, sarà grande interprete pure lì.

La Francia sta riponendo nel cassetto le speranze per il suo Gaudu, un bretone come Hinault, non certo le speranze per una vittoria che al paese manca dal 1985, ma anche per un podio, una rarità negli ultimi 20 anni: Péraud secondo e Pinot terzo nel 14 dietro Nibali, Bardet secondo nel 16 e terzo nel 17 in due edizioni di Froome. Peggior scorno tocca all’Italia, con Ciccone staccato di 10 minuti, fine della narrazione mamelica del poi chissà, dai, vediamo. Vediamo niente, è quarantesimo in classifica. 

 

  mappe LO SCALATORE CHE VIENE DALLA NORVEGIA  Bici Pro dedica con Filippo Lorenzon uno spazio a Tobias Johannessen, terzo all’arrivo, il primo degli umani al traguardo, norvegese della Uno-X Pro Cycling, Qualcuno si è stupito – scrive – noi fino ad un certo punto. Conosciamo da un po’ questo biondo vichingo. Classe 1999, lo avevamo visto lottare al Giro U23 con Ayuso e poi al Tour de l’Avenir con Carlo Rodriguez nella calda estate del 2021. In Norvegia, il ciclismo è uno sport importante: non è lo sci di fondo o il biathlon, ma sta crescendo tantissimo. Merito di campioni come Thor Hushovd, prima, e Alexander Kristoff, poi. Lo stesso ex iridato che è il leader della Uno-X ha espresso grandi parole per Tobias. E la stessa squadra lavora moltissimo col settore giovanile. Tobias ne è un esempio. In Norvegia ha fatto uno scalpore inaspettato non tanto il suo terzo posto, quanto il fatto che Johannessen sia passato in testa sul Tourmalet. È  la prima volta nella storia per un norvegese. Un momento da pelle d’oca, avrebbero detto i commentatori della Tv di stato di Oslo. È arrivato con 1 minuto e 22 di ritardo, tutti gli altri hanno preso dai 2 minuti in su. 

battuti JAI HINDLEY  Nelle pagelle per Bicisport [ci si abbona qui], Emanuele Peri assegna comunque in 6 all’australiano che si è fatto sfilare la maglia gialla. Chiedergli di lottare con i due extraterrestri è letteralmente impossibile. Sa di dover lottare per il podio e per questo motivo ha lasciato tutto quello che aveva nell’ultima salita per guadagnare sugli avversari. Non ha staccato Carlos Rodriguez e Simon Yates, gli unici a tenere il suo ritmo e che meritano dunque un bel voto. L’errore forse è stato quello di mettere i suoi compagni davanti per tenere sotto controllo la fuga di giornata. Forse non serviva, soprattutto considerando che con Van Aert davanti è stata data a Vingegaard la possibilità di attaccare già sul Tourmalet

 

Un giorno da ruote veloci

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LA TAPPA DI OGGI |

 

Il tracciato piatto non per forza coincide con l’elettrocardiogramma della corsa. La maggior parte degli arrivi di tappa a Bordeaux sono finiti con uno sprint di gruppo, l’elenco dei vincitori qui – dice Stephen Puddicombe su Rouleur – sembra un appello dei velocisti di tutti i tempi, con Erik Zabel, Freddy Maertens e André Darrigade che hanno tutti alzato le braccia su questa linea.

Gli ampi e lunghi viali che caratterizzano la città – leggiamo – e che sono stati l’ispirazione per il barone Haussman e la sua radicale riprogettazione di Parigi nel diciannovesimo secolo, sono molto favorevoli a uno sprint di messa, quindi non c’è bisogno di nessuna conoscenza di curve particolari. Con la solitaria e molto modesta Côte de Béguey da scalare, l’arrivo in volata è quasi garantito. Sarà un gradito ritorno in pianura per i velocisti, dopo che si sono trascinati sulle montagne ieri e l’altro ieri. Per gli uomini della classifica generale dovrebbe essere una giornata di recupero, si tratterà solo di evitare cadute e tagliare il traguardo in sicurezza. Philipsen cercherà di vincere la sua terza tappa, avrà l’aiuto di Mathieu van der Poel

Ma tutti gli occhi sono su Mark Cavendish, che qui è arrivato primo nel 2010. È alla ricerca della sua 35esima vittoria di tappa del Tour per staccare Eddy Merckx e restare il solo padrone del record. Finora non c’è andato troppo lontano – aggiunge Rouleur – avendo finito rispettivamente quinto e sesto negli ultime due sprint.  Altri nomi che Rouleur considera: Caleb Ewan, Phil Bauhaus, Fabio Jakobsen, in fondo lo stesso Wout van Aert. 

  IL PAESE INTORNO AL TOUR

 km 0 MONT-DE-MARSAN

Il paese dove Luis Ocana ha trascorso la maggior parte della sua vita, tanto da finire dentro un paradosso. Troppo francese per essere spagnolo, comunque spagnolo per piacere ai francesi. La partenza da qui celebra il suo unico successo al Tour, esattamente cinquant’anni fa, a due di distanza dalla terribile caduta sul col du Menté che lo privò della maglia gialla nel 71. 

 

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