Aggiungi un posto al Tour. La maglia gialla di Hindley

    Chissà se davvero è un Tour de France diverso da quello che ci eravamo apparecchiati, se cinque giorni sono pochi per capire o se la prima salita è sufficiente per farsi venire nuove idee. Il passaggio sul Col del Marie-Blanque ha rivelato le debolezze di Tadej Pogačar e l’onnipotenza di Jonas Vingegaard, sono saliti con un minuto e quattro secondi di distacco a Laruns, dove Jai Hindley ha vinto e si è preso la maglia gialla.

Alexander Roos su L’Équipe ricorda stamattina la leggenda locale, il passo Marie-Blanque che prende il nome da certe donne che improvvisavano canti funebri, in una cerimonia che era una specie di esorcismo, così considera che mercoledì il lamento di Marie Blanque ha abbracciato Tadej Pogačar e c’era aria di requiem. Dopo aver fatto i suoi mind game con i neuroni della Jumbo, è stato lui stavolta a farsi rosicchiare il cervello. Il Vingegaard fortissimo visto al Delfinato è fortissimo anche al Tour e ci vorrà un piccolo terremoto della grandezza di quello di Granon, la scorsa estate – scrive Roos – per farlo inciampare

Sono cadute le maschere e chissà se ne sta portando una anche Jai Hindely dentro la maglia gialla, se è un leader di passaggio o se lo scopriremo con le spalle più larghe. La rivista Rouleur scrive che con una cavalcata audace, ambiziosa, intelligente, Jai Hindley si è annunciato a gran voce come un vero candidato per la vittoria assoluta. Potrebbe essere la più grande minaccia per la difesa del titolo di Vingegaard. Lui, Pogačar e gli altri pretendenti alla classifica generale erano certamente consapevoli della minaccia rappresentata da Hindley, quando è riuscito a infilarsi in una fuga pericolosa all’inizio della giornata, ma non si sono fatti prendere dal panico. In un mondo ideale, non doveva essere là. Per Hindley, è stato il trionfo dell’improvvisazione tattica. Alla fine, ha rivelato che non aveva pianificato nulla in anticipo, ma che trovandosi in quella situazione ha deciso di provarci. E ha dimostrato un vero talento tattico per massimizzare il vantaggio

 

  artefici LA NUOVA MAGLIA GIALLA  Giovanni Battistuzzi sul Foglio racconta che Jay Hindley ha visto le nubi in lontananza e quelle che correvano veloci sopra la sua testa, ha pensato che fosse una buona giornata per provare a fare il colpo gobbo. Una solitudine lunga venti chilometri. Una solitudine dolcissima, eccitante, fatta di leggerezza ascensionale e precisione discendente, infine vincente e gialla. Vittoria di tappa e prima posizione in generale con 47 secondi di vantaggio su Jonas Vingegaard. Niente male questo Jay Hindley.

| Enzo Vicennati su Bici Pro ragiona sulla crisetta di Pogačar e si domanda: I tanti ragionamenti sul fatto di avere in Adam Yates un capitano alternativo, poggiavano su una consapevolezza fondata? Oppure l’incapacità dello sloveno di rispondere potrebbe far pensare davvero a una giornata storta? Altrimenti come si spiegherebbe il tanto tirare dei giorni scorsi?

| Marco Bonarrigo sul Corriere della sera dice che Jonas Vingegaard ha attaccato come un ossesso sull’ultima salita, il Col de Marie Blanche, rifilando 1’04” a un Pogacar in affanno. La Jumbo però non è stata tatticamente all’altezza del capitano, ha spremuto inutilmente Benoot, Laporte e Van Aert nella fuga e ha lasciato il danese nel finale solo con Kuss, mentre la Uae è entrata in confusione, costringendo la maglia gialla Adam Yates a inseguire capitan Pogacar per dargli una mano. In tutto questo circo, Hindley ha corso senza piani tattici

| Nella newsletter di Bidon [si sostiene qui], Leonardo Piccione dice che Jonas Vingegaard è il più forte in gara, non solo per via del minuto e quattro secondi dato a Tadej Pogačar, ma per il modo, vantaggio che ha costruito per metà in appena un chilometro di salita e, soprattutto, senza far precedere l’affondo decisivo dall’intricata tenaglia tattica imbastita insieme ai sodali della Jumbo dodici mesi fa tra Galibier e Granon. Non gli è servito nessun Roglič stavolta a fargli il controcanto: sono state sufficienti alcune centinaia di metri di ritmo forsennato del solito mortifero metronomo che è Sepp Kuss e poi uno scatto, un solo scatto deciso, al quale Pogačar non ha saputo trovare rimedio alcuno. Negli ultimi due anni Vingegaard è semplicemente diventato uno scalatore migliore di Pogačar: fatto sta che non sembra mai esserci stato tanto squilibrio in questo dualismo così perfetto e onnicomprensivo. L’ago della bilancia pende stasera nettamente verso il fenomeno introverso, mentre a quello estroverso (e a noi che generalmente prediligiamo sorprese e trame non lineari) non resta che confidare nella circostanza niente affatto banale che, hey, siamo appena alla quinta tappa.

| Allora c’è Roos su L’Équipe che ricorda come il Tour de France ha questa capacità di stropicciare i fogli scritti il ​​giorno prima, di sconvolgere scenari e destini, e quando vediamo l’intensità della lotta, i distacchi, quando siamo solo al quinto giorno di corsa, possiamo aspettarci un edizione che farà danni. Non è tutto finito, tutt’altro, il Tour ha sempre qualcosa da dare e, mentre incombe un nuovo luogo incantato, il Tourmalet, questa è la speranza a cui stamattina dobbiamo aggrapparci.

 

Il giorno del Tourmalet

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LA TAPPA DI OGGI | TARBES-CAUTERETS CAMBASQUE

La prima volta che il Tour s’arrampicò sui Pirenei, raccolse il grido di maledizione lanciato da Octave Lapize verso l’organizzazione. Siete degli assassini. Due delle montagne presenti in quella tappa ci sono pure nel menu di oggi, il Col d’Aspin e il Col du Tourmalet, “entrambi rimangono ostacoli intimidatori da superare nonostante tutti i progressi tecnologici e il miglioramento delle infrastrutture, arrivato con la professionalizzazione dello sport”, scrive stamattina Stephen Puddicombe su Rouleur. Dice che il Tourmalet in particolare è mostruoso, irragionevolmente lungo, 17 km, con una pendenza ripida, appena sotto il 9% per tutta la seconda metà della scalata, con una lunga discesa che porterà i corridori dalla vetta fino all’inizio della salita finale di Cauterets. Se poi lascerà il segno sulla classifica, questa è un’altra storia. “Nessuna squadra – dice Rouleur – vorrà commettere lo stesso errore dell’Astana durante una tappa del Tour 2015 che prevedeva le stesse tre salite finali, quando spinsero tanto sul Tourmalet per preparare l’attacco di Vincenzo Nibali sulla salita finale, ma Nibali calò in prossimità del traguardo. Quest’anno è probabile che ci saranno più danni sulla salita finale, perché i corridori continueranno a salire dalla Côte de Cauterets fino alla vetta di Le Cambasque, dove la pendenza aumenta drasticamente fino a due cifre per la maggior parte degli ultimi 5 km. Ci saranno distacchi, avremo un’idea reale di chi siano i favoriti per la vittoria finale”.

 

  IL PAESE INTORNO AL TOUR

 

 km 93,2 LA MONGIE 

La Mongie ha accolto in tre riprese un arrivo di tappa del Tour, con le vittorie di Armstrong nel 2002 e di Basso nel 2004. Nella prima di tutte, anno 1970, a braccia alzate videro passare Bernard Thévenet, 22 anni, cinque edizioni prima di far sua la magliagialla. 

 KM 116,4 LUZ-SAINT-SAUVEUR

La città è conosciuta per il ponte che Napoleone III fece costruire nel 1859 per ringraziare gli abitanti, o dove l’imperatrice Eugénie andava a fare le terme. Una città che accolse pure Victor Hugo. Ne scrisse così: “Affascinante vecchia città, deliziosamentesituata in una valle profonda triangolare. Tre grandi raggi v’entrano il giorno dalle tre feritoie delle tre montagne. Quando i micheletti ed i contrabbandieri spagnoli arrivavano dall’Aragona attraverso la Breccia di Orlando, tutto d’un colpo percepivano alla fine della gola scura un grande chiarore, come la porta di una cantina per chi v’è dentro. Si affrettavano e trovavano un grosso borgo, illuminato da sole e vivo. Questo borgo, essi l’hanno nominato Luce, Luz”. 

 144,9 CAUTERETS-CAMBASQUE

Cauterets ha già accolto il Tour in quattro occasioni tra 1953 e 2015, compreso il giorno terribile della morte di Fabio Casartelli (1995), quando vinse Richard Virenque. E’ solo la seconda volta invece per Cambasque, dove nel 1989 vinse la prima tappa della sua carriera al Tour un giovane Miguel Indurain

 

C’è qualcosa di assurdamente vero, di quasi religioso, nella tesi di chi dice che il modo migliore per onorare la memoria di un ragazzo appena morto è quella di continuare a pedalare. Era la sua vita, il suo lavoro, la sua gioia, la sua fatica, la sua speranza. Casartelli, figlio di un ciclista, nipote di un ciclista, marito di una ciclista. Capiranno meglio, sopporteranno meglio di un padre falegname, di una moglie impiegata di banca? A questo penso. Al fatto che ogni morte è difficile da accettare. E’ assurda. Anche se, a rifletterci, i corridori sono quelli che rischiano di più e hanno le difese più basse. Si muore per uno sprint, per una discesa, per una foratura, per una sbandata, e si dice che sono i rischi del mestiere. Ho visto piangere corridori famosi e sconosciuti, direttori sportivi e tifosi. Anch’ io ho voglia di piangere, ma non adesso. Adesso c’ è qualcos’ altro da aggiungere. All’ organizzazione del Tour non c’ è molto da rimproverare: i soccorsi sono stati tempestivi. Ma è piuttosto triste arrivare in sala stampa e trovare un comunicato come questo: “Il corridore italiano Fabio Casartelli (Mot) vittima d’ una caduta al chilometro 34 nella discesa del Portet d’ Aspet e che era stato trasportato all’ ospedale di Tarbes è deceduto”. Non è accettabile che nell’ ordine d’ arrivo il nome di Casartelli stia fra quello dei ritirati. Protestano in tanti, viene ribattuto l’ ordine d’ arrivo. Ma è rivoltante che dopo l’ arrivo tutto sia come sempre, come se non ci fosse un morto. Il podio, le premiazioni, le miss, il teatrino di Gerard Holtz con attrici, cantanti e varia umanità, Virenque che si pavoneggia dopo aver vinto. È questo il Tour? O questa è la tv? O siamo diventati troppo sensibili?  – di gianni mura, Repubblica, 19 luglio 1995

 

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