84-103 Sul punto di passare alla storia, i MIami Heat si sono tenuti la cronaca. Perché nella storia sarebbero entrati dalla porta sbagliata. Potevano diventare la prima squadra della pallacanestro americana a farsi rimontare in una serie, da un vantaggio di 3-0, invece sono andati a prendersi alla settima partita un posto in finale, la settima che giocheranno, a partire da giovedì notte, a Denver.
La rimonta dei Celtics è collassata quando il più sembrava fatto. Boston è la 151esima squadra a tentare e a fallire la rimonta in NBA, la sesta di ogni sport professionistico americano, la quarta ad aver raggiunto Gara-7 e la prima – oddio, la storia – ad aver perso in casa la bella decisiva.
È stato Jimmy Butler a prendersi la maggioranza dei voti per il premio di MVP delle finali di conference, dopo aver guidato Miami con 28 punti. Era stato il quasi artefice di Gara-6, con una sparata di 10 punti negli ultimi minuti della partita. È come se non fosse mai uscito da quello stato mentale, ma non dall’arco, dove ha vissuto una nuova serata comoplessa [12 su 28 alla fine nelle triple]. Ha preso sette rimbalzi, ha servito sei assist, ha segnato nove punti nel quarto periodo.
Ma i giornali americani si sono gettati in questi primi minuti su Caleb Martin, nel ruolo di eroe per caso che tanto piace ai narratori della nazione. Un giocatore che un tempo era nella G-League. È andato in doppia cifra in tutte e sette le partite. Ha 27 anni, è stato riserva per le prime cinque partite della serie e ha segnato una media di 17,6 punti, quinto posto quinto nella classifica cannonieri delle finali di conference tra i non-titolari. Spoelstra lo ha messo in quintetto per Gara-6 e Gara-7. Ha risposto con 11 su 16 e quattro triple, otto rimbalzi in gara 7. Ha segnato gli ultimi cinque punti del terzo periodo per gli Heat, “quando la partita era forse nel suo momento più intenso”, sottolinea The Athletic nella sua primissima analisi a caldo.
«È un vero agonista, l’agonismo è dentro di lui. C’è sempre il suo ultimo respiro su ogni singolo pallone che gioco, io lo amo per questo» sono le parole di venerazione spese dal suo allenatore.
Bam Adebayo ha messo il so fino a toccare 12 punti, prendere 10 rimbalzi e servire sette assist. Gabe Vincent e Duncan Robinson hanno aggiunto 10 punti ciascuno.
I Celtics sono andati a sbattere su una serata disastrosa nel tiro da tre, 9 su 42, una percentuale che il basket contemporaneo non perdona. Jayson Tatum ha chiuso con 14 punti prendendo solo 13 tiri. È parso sofferente alla caviglia sinistra dall’inizio del primo quarto, lui che contro i 76ers aveva fatto il fenomeno in Gara-7, stabilendo il record NBA con 51 punti. È diventato il terzo giocatore con il punteggio più alto di sempre nelle belle decisive, davanti a Bill Russell, ma l’anello gli sfuggirà di nuovo.
Eppure, le squadre di casa erano 111-36 nei bilanci di in Gara-7, i Celtics avevano il conforto di 27 vittorie nel passato, di gran lunga il miglior cammino nella storia del torneo. Come i Portland Blazers del 2003, i Denver Nuggets del 1994 e i New York Knicks del 1951 hanno gettato via la rimonta dopo essere risaliti da 0-3 a 3-3.
Scrive Jared Weiss su The Athletic che contro i Denver Nuiggets, “la strada si fa più dura per gli Heat. Proprio come piace a loro. I Celtics hanno faticato a trovare la loro identità per tutta la stagione, ma avevano un talento così travolgente che sono comunque riusciti a raggiungere Gara-7 della finale di conference. Quando Tatum si è fatto male alla gamba, alla prima giocata della partita, l’attacco dei Celtics è crollato. Era evidente che fosse Tatum a tenere a galla la loro sconnessa porzione offensiva del gioco. I Celtics hanno mancato la loro prima dozzina di triple della serata, sono stati imbarazzanti. Avrebbero dovuto diventare ultra aggressivi, costringere Miami a fare qualcosa di diverso da quello che sa far bene. La stagione si è invece conclusa con una umiliazione”.
Per Usa Today si tratta di una colossale occasione perduta. Nell’analisi per Cbs, Sam Quinn dice che i Celtics hanno bisogno di una rosa più profonda, piàù cambi e la quasi rimonta contro gli Heat non modifica questa verità. Vincere in Gara-7 “avrebbe oscurato – scrive – la grave delusione di essere andati sotto per 0-3 contro una testa di serie numero 8. È una brutta abitudine sviluppata negli ultimi anni. I Celtics tendono a sottovalutare i loro avversari. Hanno avuto bisogno di sei partite per sconfiggere Atlanta Hawks al primo turno, hanno perso la prima partita del secondo turno contro una squadra come Philadelphia 76ers, senza James Harden. I Celtics sono così talentuosi che spesso se la cavano con qualche giocata di un singolo, finché non si imbattono in un avversario capace di punirli. È stato Stephen Curry, un anno fa. Sono stati i Miami Heat, stavolta. Quando le cose vanno bene, i Celtics sono imbattibili. Quando un’altra squadra li affronta con durezza, assai meno. Boston ha concluso i play.off con 5 sconfitte nelle 6 partite decise da uno scarto inferiore ai sette punti. Il tap-in di Derrick White in Gara-6 ha rappresentato l’eccezione. Sarebbe facile spiegare la sconfitta di Gara-7 con l’infortunio alla caviglia di Jayson Tatum, ma Jaylen Brown doveva essere la seconda stella di Boston. Invece ha tirato solo con 8 su 23 dal campo, con 1 su 9 dall’arco, ha perso lo stesso numero di palloni [8] di tutti i Miami Heat”.
In preda alla frustrazione, a fine partita, si è fatto venire qualche dubbio sul suo futuro.
Gary Washburn sul Boston Globe sta scrivendo che i Celtics “hanno finito la benzina”, certamente non gli si poteva chiedere di essere instancabili, a loro, come a nessuno, “ma non sarebbero mai dovuti arrivare a questo punto, si sono spinti al limite una volta di troppo e non ne avevano abbastanza nel momento decisivo”.
Amen. Sarà Denver-Miami. Una finale inedita, la sesta consecutiva che non si ripete. Le ultime tre hanno avuto in campo sei squadre diverse. God Bless NBA.