Il percorso a ostacoli per le atlete transgender

È passato poco meno di un mese. Il 1 maggio scorso, Austin Killips ha vinto il Tour de Gila di ciclismo, una corsa in cinque tappe tra le montagne del New Mexico. Un momento storico. Il successo della prima ciclista transgender in una gara a tappe femminile internazionale. Un risultato che ha riacceso la polemica contro la partecipazione inclusiva. Il Telegraph, quotidiano dei conservatori britannici, ha rilanciato con il suo editorialista più estremo Oliver Brown, una campagna che chiede l’esclusione dalle gare delle persone che stanno affrontando o hanno concluso la transizione di genere. Lo ha fatto usando strumentalmente toni di rivendicazione di genere: Le autorità devono agire rapidamente prima che le donne siano, ancora una volta, vittime del privilegio maschile”. Di nuovo stamattina, ancora Oliver Brown prosegue nella sua azione e intervista la ciclista Annah Arensman, ormai ritirata, e le sente dire che ha lasciato perché «perdere contro un’avversaria trans fa male su molti livelli». Quel che Brown non racconta è che Annah Arensman non ha mai vinto una corsa su strada. Secondo la banca dati Pro Cycling Stats, il suo miglior piazzamento è stato un 17esimo posto alla KOM Internationale Lotto Thüringen Ladies Tour  nel 2017. Non c’era sempre Austin Killips fra le sue avversarie.

testimoni Renée Richards

 ➣  Molte avversarie rifiutavano di darle la mano.

«Sì. Qualcuna si ritirò per polemica. Il pubblico mi lanciava lattine. Dicevano: se non è una vera donna perché gioca con le donne? Non volevano che usassi il loro bagno e la loro doccia. Ma perché c’è sempre questo problema della toilette? Portavano i cartelli: I’m a real woman. Mi disprezzavano: meglio un uomo intatto che una trans, donna imperfetta. Soprattutto avevano paura di perdere il guadagno, credevano che un giorno noi trans avremmo sbaragliato la concorrenza, fatto a pezzi tutte loro, che poverine avrebbero vinto solo spiccioli. Io che volevo stare in silenzio, mi ritrovai bandiera di un mondo che voleva dignità. Come oculista guadagnavo 100 mila dollari l’anno, secondo le mie colleghe mi ero fatta tagliare il pene per vincere a tennis?» | Renée Richards intervista da Emanuela Audisio, la Repubblica, 30 novembre 2015

È un esempio di come ci si accosta in genere al racconto di questo tema assai complesso. Dalla Francia invece arriva ora un articolo di Libération, molto chiaro e netto nella difesa dei diritti delle atlete transgender e nell’illustrazione delle difficoltà che stanno incontrando.  Libération ricorda innanzitutto che Austin Killips è una donna. Ha completato la sua transizione e presenta un livello di testosterone in linea con quello fissato dall’UCI, la federazione ciclistica internazionale, per gareggiare nella categoria femminile. Nonostante tutto, una parte del gruppo ha da ridire. Austin Killips si ritrova accusata di uccidere il ciclismo femminile. Un ritornello familiare”.

La storia invece è complessa, il dibattito solleva questioni di bioetica, diritti umani, identità di genere, equità sportiva. Solo che in assenza di una posizione unanime anche all’interno della comunità scientifica internazionale, a ogni prestazione degna di nota riaffiorano le accuse di imbroglio, da parte di detrattori che denunciano un presunto vantaggio biologico delle atleti trans rispetto alle concorrenti cisgender“.

Negli ultimi mesi, ricorda il giornale della gauche francese, queste posizioni refrattarie si sono intensificate e sono state istituzionalizzate dietro un dilemma apparente e una formula: bisogna favorire l’inclusione o l’equità sportiva? E perché non entrambe?” domanda allora Libération, ricordando il caso di Caster Semenya, campionessa del mondo negli 800 metri, fermata dalla World Athletics, esclusa dalle gare per una produzione naturale di testosterone ritenuta sovrabbondante. Libération propone degli esempi solo in apparenza paradossali, quando cita il prodigio del basket francese Victor Wembanyama, 2 metri e 21 d’altezza. Qualcuno mette in dubbio l’equità sportiva perché è troppo alto?. Oppure quando fa il nome di Michael Phelps: Era forse sleale perché produceva naturalmente meno acido lattico rispetto ad altri nuotatori? Lo sport si riduce a una questione biologica?.

Il CIO ha lasciato libere le singole federazioni di deliberare sui criteri di partecipazione delle atlete transgender alle gare femminili. Probabilmente non immaginava di imbattersi per la maggior parte in divieti, esclusioni, messe al bando. Le norme si sono evolute nel novembre 2015, poco prima delle Olimpiadi di Rio, quando le donne transgender sono state tenute a presentare un livello di testosterone sotto i 10 nanomoli di sangue, almeno un anno entro la data della gara. Le regole erano ancora in vigore ai Giochi di Tokyo nel 2021. Dopo, sono diventate più restrittive. Nel migliore dei casi con l’abbassamento della soglia dei nanomoli, in altri casi [nuoto, rugby, atletica], con l’esclusione.  La pratica sportiva di atlete transgender non è una una novità. Perché allora la polemica cresce ora, si domanda il giornale francese. Ludivine Brunes, dottoranda in sociologia dello sport all’Università di Rennes, spiega che la visibilità sui media gioca un ruolo importante. «La transidentità – dice – non è più riconosciuta come una malattia, viene affrontata in film e serie tv. Il numero di partecipanti LGBTQ+ è triplicato. Se ne parla più facilmente e apertamente».

Questa forte visibilità ha un doppio taglio. «Oggi esiste un contesto ancora più transfobico di prima – aggiunge Brunes con Libération – la minima esibizione di una donna transgender porta a polemiche totalmente sproporzionate, con dibattiti che hanno ricadute in contesti politici». Sulla questione è intervenuto il Congresso americano, adottando un disegno di legge presentato dai repubblicani per escludere le giovani trans dallo sport femminile. L’hashtag a sostegno della campagna è #savewomensports. La destra francese si è allineata alla destra americana, lanciando un’associazione parlamentare che combatte, dice Libération, una fantomatica minaccia transgender. Allo stesso tempo, molte figure del movimento Terf, che riunisce femministe radicali, stanno aumentando le piattaforme e i tweet di odio per sottolineare i presunti vantaggi biologici delle donne trans rispetto alla avversarie cis.

Megan Rapinoe, la statunitense stella del calcio mondiale, lesbica, ha detto: «Mostratemi la prova che le donne trans stanno facendo il pieno di borse di studio sportive, che dominano in tutti gli sport, che vincono tutti i titoli». Libération ricorda per esempio che Laurel Hubbard, prima pesista trans a competere ai Giochi Olimpici, non è riuscita a completare nemmeno un turno a Tokyo, eliminata al primo turno con tre nulli. È particolarmente felice, dal mio punto di vista, la formula di Libération, quando dice la nuotatrice transgender Lia Thomas ha avuto la sfortuna di vincere la finale universitaria delle 500 yard stile libero femminile ad Atlanta nel 2022. La sua vittoria ha scatenato una pioggia di articoli veementi e una polemica mondiale. In realtà la giovane è regredita: prima di iniziare la sua transizione di genere, nuotava le 500 yard in 4′18″72 contro i 4′33″24 di oggi”.

Come si può sostenere che Lia Thomas sia avvantaggiata? Con l’allenamento, dice Libération, a volte vince una gara e le altre ne perde a dozzine”. Anzi, le perdeva. Perché le norme modificate di fatto solo per lei, la escludono. Messa al bando. Queste questioni di genere creano tensioni enormi per sparute situazioni. Guardando troppo ai rari esempi di atlete trans che vincono, dimentichiamo che la stragrande maggioranza subisce ostracismo, discriminazione e si arrende”.

 

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