sabato 20 maggio 2023
# Giorno 3 della Seconda Manche
Ci sono dei casi in cui lo sciopero può indebolire più gli operai che il loro diretto avversario
Lev Trotsky
DI CHE COSA SI PARLA STAMATTINA
Lo sciopero dopo il covid. È un Giro senza pace
È proprio un Giro tormentato. Una corsa monca per i tanti ritiri da covid, Filippo Ganna alla vigilia della cronometro di Cesena, Remco Evenepoel appena tornato in maglia rosa sono i nomi eccellenti. Una corsa che ha incrociato l’emergenza climatica in Emilia e ha tirato dritto verso la Svizzera, dovendo correggere la propria rotta. Fino alla tappa di ieri, con la minaccia di sciopero dei corridori.
Gaia Piccardi sul Corriere della sera racconta così: “Sotto l’acqua, come un calzino candeggiato male, il Giro si restringe. Il tappone alpino, già decapitato della Cima Coppi (rischio slavine), sotto la minaccia dello sciopero dei corridori diventa un tappino (74,6 km contro i 200 previsti): cancellata la Val d’Aosta, via il Gran San Bernardo, partenza ai piedi della Croix de Coeur (2174 m), discesona e ascesa a Crans Montana. Non è il Giro che era stato disegnato, ancora una volta (era successo sotto il diluvio di Morbegno nell’anno pandemico 2020) l’epica del ciclismo si scontra con l’umanità di chi pedala ore al freddo, ognuno scelga da che parte stare però Mauro Vegni, direttore del Giro, è legittimamente esasperato: «Ho visto i tifosi che ci aspettavano sotto l’acqua fare il pollice verso, ho sentito i loro buuu e mi sono vergognato»”.
Il Corriere della sera parla di “cronaca di una tappetta annunciata”, Piccardi scrive che “strada facendo emerge con chiarezza che quel meteo estremo invocato dagli atleti per risparmiare energie in vista delle grandi montagne al massimo è pioggerella gentile. La discesa dal Croix ha l’asfalto rattoppato però asciutto, in Svizzera c’è addirittura un pallido sole. Oltre il danno, la beffa”.
Daniela Cotto su la Stampa considera: “Scordatevi il ciclismo eroico. Perché ora i corridori del Giro, alle salite con il freddo e alle imprese sotto la pioggia, preferiscono l’autobus. spettacolo salvo a metà, appassionati furibondi e ciclisti felici”.
Marco Bonarrigo, ancora sul Corriere della sera, fa notare che “non cadeva pioggia ghiacciata (1), non c’erano accumuli di neve sulla strada (2), raffiche di vento impetuose (3), temperature estreme (4), visibilità ridotta (5) o aria inquinata (6). Ieri non si è verificata nessuna delle sei condizioni previste dal «Protocollo Meteo Estremo» che la federazione internazionale ha redatto sei anni fa per tutelare la (sacrosanta) salute dei corridori. La trasformazione da tappa a tappetta della Borgofranco d’Ivrea-Crans Montana è un colpo di mano dei girini che hanno minacciato lo sciopero senza pezze d’appoggio regolamentari gli atleti hanno potere assoluto quando paventano uno stop che umilierebbe corsa e spettatori. Da tempo Rcs Sport chiede a una federazione (sorda e legata a doppio filo al Tour) di poter spostare una settimana più avanti il Giro per ridurre i rischi di un meteo sempre più matto”.
A Bicisport, il migliore degli italiani in corsa, Damiano Caruso, dice la sua: «Prendiamo acqua da due settimane, non metteteci in croce per una tappa. Io mi adatto alla decisione che è stata presa democraticamente. Avevamo informazioni sul meteo che giustificavano le richieste del gruppo. Mi ha fatto male incassare le offese e gli sberleffi dei tifosi lungo il percorso». Secondo l’ex Ct Davide Cassani e secondo l’ex campione del mondo Moreno Argentin, i corridori non hanno fatto bella figura. Lo dicono allo stesso Bicisport, dove invece Silvio Martinello invita gli organizzatori di RCS Sport a disegnare percorsi meno estremi.
IL COVID Eugenia Tognotti su la Stampa ragiona sui casi di covid che si sono presentati al Giro. In modo del tutto surreale, Remco Evenepoel è stato incolpato per essersi ritirato con il covid.
Tognotti spiega che “l’emergenza è finita, ma non la pandemia. Cosa che avrebbe richiesto, forse, da parte degli organizzatori, previdenza, protocolli uniformi e non in contrasto tra loro e regole chiare di fronte a diversi gradi di rischio di contagio. Il passaggio dall’emergenza alla normalità non è semplice, c’era da aspettarselo. La convinzione – spinta dalla stanchezza generale – di essersi lasciati finalmente alle spalle la pandemia, aveva spinto l’Uci, Unione ciclistica internazionale, l’organo mondiale di governo del ciclismo sportivo, a rimuovere il protocollo Covid-19 all’inizio della stagione 2023 e l’esempio era stato seguito dalle squadre e dagli organizzatori della gara. Finita l’emergenza, insomma, i corridori non erano più sottoposti a test obbligatori prima e durante le gare. Ogni squadra poteva procedere o meno a fare i test e decidere se fermare o meno il corridore “positivo”, cosa che lascia anche un margine di incertezza sul reale numero dei confermati”.
Che cosa bisogna aspettarsi. Secondo Tognotti, “stando allo scenario prospettato dai biologi evoluzionisti che studiano la capricciosa evoluzione delle varianti, siamo entrati nell’era delle “piccole ondate” che potremmo chiamare “increspature“. La previsione è che non avrà caratteri di stagionalità come l’influenza e i coronavirus del raffreddore comune, che, come si sa, provocano epidemie stagionali, anche a causa di condizioni di trasmissione favorevoli dovute alla permanenza in ambienti chiusi nella stagione fredda. Quella che si annuncia è piuttosto una malattia respiratoria a circolazione continua. Come dimostra lo sfortunato esordio del Giro d’Italia e i ciclisti perduti sul campo causa virus – non è (ancora) tempo di abbassare la guardia”.
MAPPE
Che cosa c’entra James Bond con Vito Taccone
Carlo Baroni sul Corriere della sera racconta stamattina che cosa c’entra James Bond con il Giro d’Italia? “Niente – dice – ma anche parecchio”.
In che senso? È tutta «colpa» della Svizzera, precisa. Dove il Giro d’Italia passa da ieri, con una tappa accorciata e stravolta dal mal tempo.
Scrive Baroni: “Si sa che l’agente di Sua Maestà quando deve spostarsi preferisce l’Aston Martin alla bici, sia pure con la pedalata assistita. Eppure, per descrivere la tappa che parte da Sierre, nel Canton Vallese, la penna di Ian Fleming, il «papà» di 007, sarebbe di grande aiuto. I corridori transiteranno sul passo del Sempione e attraverseranno una fetta di Svizzera. Sulle orme di James Bond, appunto. Lui da queste parti è di casa. Ci è persino nato: a Zurigo per la precisione. Già, per via della madre, Monique Delacroix, svizzera del Canton Vaud, al confine con il Vallese. E 007, il Sempione, l’ha percorso in treno. Decisamente meno faticoso che inerpicarsi sui tornanti spingendo sui pedali e poi buttarsi giù, senza pensare che ci sia un domani. Meglio le rotaie, immerso nel lusso dell’Orient Express. Roba adatta ai gusti raffinati dell’agente segreto più famoso. Il viaggio è datato 1963. Il film era «Dalla Russia con amore». L’agente con licenza di uccidere aveva il fascino indiscusso di Sean Connery. Nello stesso anno il Giro d’Italia aveva toccato, per la prima volta, il Canton Vallese. Tappa che si concludeva a Leukerbad. Primo al traguardo di montagna Vito Taccone. Il Canton Vallese di James Bond è il passaggio dentro il tunnel del Sempione, luogo adatto per gli agguati, almeno per chi fa l’agente speciale di mestiere. «Nash diede una rapida occhiata al suo orologio da polso. Fra una ventina di minuti entriamo nella galleria del Sempione. È lì che vogliono che sia fatto. Mentre entriamo nel tunnel» così scriveva Fleming. Inutile raccontare come andò a finire”.
Ieri è andata a finire che Thibaut Pinot ha gettato via l’occasione di far sua la tappa. Alessandra Giardini su Bicisport gli ha dato 5 in pagella: “Attacca, guadagna, discute, litiga, soffia, sbuffa, riparte, attacca, litiga, manda a quel paese, soffia, baruffa, insegue, spreca, sbaglia tutto. A Cepeda a un tratto dice: «Non vincerò io, ma neanche tu». Detto, fatto. Si fa superare da Rubio, e con tutto quello che ha speso non ha più la forza per andarlo a riprendere. E così, dopo essere stato vicino al rosa virtuale, dopo essersi ripreso la maglia azzurra, dopo aver meritato la vittoria di tappa più di chiunque altro, arriva secondo. Che poi è per questo che ci piace, per tutte le volte che non vince. (Ps: guadagna 5 posti in classifica generale, è decimo a 3’13 dalla maglia rosa)”.
Come andrà a finire oggi, prova invece a prevederlo Stephen Puddicombe su Rouleur.
“Dopo la tappa accorciata di ieri, iniziata con i fuochi d’artificio sulla Croix de Cœur, le gambe saranno pesanti. Gli ultimi 100 km sono relativamente pianeggianti, ma il possente Passo del Sempione è una grande bestia, forse una sfida troppo grande per i velocisti puri. Può essere un giorno da fuga. La potenza di fuoco delle squadre sta iniziando a diminuire in gruppo. Kaden Groves della Alpecin-Deceuninck e Mads Pedersen della Trek-Segafredo hanno entrambi abbandonatio la corsa, lasciando i compagni di squadra a cercare gloria nelle fughe, Mark Cavendish della Astana-Qazaqstan e Jonathan Milan della Bahrain-Victorious sono i due velocisti rimasti con squadre al completo”,
Ma il primo rischia di trovare troppo dura l’arrampicata di questa tappa, mentre la squadra del secondo non vorrà bruciare tutte le energie con la classifica generale da tener d’occhio. Secondo Rouleur la Jayco-Alula potrebbe tirare per Michael Matthews, o mandarlo in avanscoperta per evitare di dover stare tutto il giorno in testa al gruppo. Quando si parla di fuga, c’è sempre il nome di Alessandro De Marchi da considerare, alla ricerca della vittoria di tappa dopo due tentativi sfiorati. Toms Skujinš della Trek-Segafredo è arrivato tra i primi 10 in quattro occasioni. Il favorito di Rouleur pare comunque Alberto Bettiol.
in tv oggi ore 11.45 Eurosport, 12.05 Rai Sport, 14 Rai 2
GLI ANNI CON IL 3
La morte di Pasolini e Saarinen all’ombra della fatal Verona
La radio ancora taceva, quando successe. Tutto il calcio minuto per minuto non aveva aperto i collegamenti dai campi. Nelle domeniche di maggio del 1973 si poteva ascoltare al massimo la cronaca dei secondi tempi, dopo che Roberto Bortoluzzi dallo studio aveva invitato a «solo interventi flash, vai Ameri».
Ecco. Prima che Ameri stupisse le case degli italiani dicendo del vantaggio del Verona sul Milan capolista, le case erano state sconvolte da una notizia arrivata dalla televisione. Più di due ore prima del collegamento per gli ultimi 45 minuti della serie A, sullo schermo era apparso un motociclista appiedato che si teneva la faccia tra le mani. Il telecronista stava però continuando a raccontare la corsa, chi è primo, chi è secondo, la solita roba.
È successo che sulla pista di Monza, in un incidente, sono morti due piloti, Renzo Pasolini e Jarno Saarinen. Per 25 minuti si intravedono ambulanze e disperazione, ma nessuno spiega niente a chi sta seduto sul divano, tra cui la signora Anna, moglie di Renzo. Piero Ottone sul Corriere della sera scriverà il giorno dopo: “Alla televisione sono disabituati dal dare delle notizie che non riguardino la presenza di sua eccellenza all’inaugurazione del viadotto”. È il nuovo linguaggio del quotidiano dal quale se n’è andato Indro Montanelli, più aggressivo verso il potere. Quella stessa mattina, per esempio, Gianni De Felice aveva firmato un editoriale sul caso di un orologio d’oro regalato dalla Juventus all’arbitro Lo Bello.
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DISCUSSIONI
Ma allora questo calcio italiano non è così malmesso
Paolo Condò su Repubblica fa notare che “siamo nelle tre finali con l’Inter cinese, la Roma statunitense e la Fiorentina italo-americana. Però queste tre finali contemplano presenze azzurre promettenti”.
C’è roba per Mancini, insomma, andando di corsa verso le finali di Nations League, c’è roba “a partire dal blocco difensivo interista, esteso a due titolari fissi di Mancini come Barella e Dimarco, passando per la guida di Pellegrini, l’abnegazione del giovane Bove e la protezione di Mancini e Cristante nella Roma, e arrivando al rilancio nella Viola di Castrovilli, un principino che s’era guadagnato la partecipazione al trionfo europeo del 2021 prima di eclissarsi nei guai fisici. Se unite i puntini alla leadership ormai acquisita di Tonali nel Milan, all’emersione consolidata dei giovani juventini (Fagioli e Miretti, ma anche Gatti), al capitano dello scudetto Di Lorenzo, al portentoso Frattesi e ad altri ragazzi divenuti adulti quest’anno (Scalvini, Ricci, il nostro prediletto Baldanzi), questa è una stagione costituente che diventerà preziosa il giorno in cui il ct riabiliterà Zaccagni, ritroverà Immobile, richiamerà Retegui, recupererà Raspadori e magari anche Scamacca. E Chiesa, naturalmente: era arrivato a essere il miglior giocatore italiano, l’errore marchiano nel finale a Siviglia è un disperato grido d’aiuto”.
Paolo Tomaselli sul Corriere della sera dice che “la risalita è certificata dal ranking Uefa stagionale, dove l’Italia è seconda a un passo dall’Inghilterra (4.484 punti contro 4.442) e ha staccato nettamente Spagna e Germania. Anche nel ranking decennale i passi in avanti sono evidenti: il nostro calcio tallona quello tedesco per occupare il secondo posto, dietro gli inglesi. Anche se il City è primo nel ranking e l’Inter decima, la Fiorentina addirittura ottantesima, siamo di fronte a una crescita notevole, specialmente se si considerano le capacità di spesa della serie A, ben certificata dalla distanza con le altre finaliste: il monte ingaggi del City (213 milioni lordi) fa ombra a quello dell’Inter (133), che è il secondo in Italia dietro alla Juve. Il West Ham spende per gli ingaggi il doppio della Fiorentina (95 a 51) mentre Roma (90) e Siviglia (88) si guardano negli occhi, per ricordarsi che la classe media esiste ancora e lotta assieme a noi”.
PAROLE
Albertosi non scherzava: i bucatini in carcere erano buonissimi
➣ Sandro Mazzola ripeteva che «il segreto di Albertosi è che si allena poco». Solo perfidia o c’era del vero?
«Perfidia: lui era già in spogliatoio quando facevo l’allenamento vero, specifico».
➣ Per Rocco era «il migliore al mondo, anche se ha tutto quello che odio in un calciatore: fuma, beve, piace alle donne, gioca a carte, punta sui cavalli». Sintesi efficace?
«Sì, è vero, sono sempre stato così, non ho mai nascosto niente. A differenza di altri facevo tutto alla luce del sole e in campo alla domenica facevo il mio dovere».
➣ Nel ’76 il Corriere le chiese: «Quante volte fa l’amore alla settimana?». E lei: «Se lo dico, a Milanello scoppia un casino!». Un po’ ci marciava attorno al suo personaggio?
«Certamente. Non facevo l’amore ogni giorno, ma due-tre volte alla settimana sì».
➣ Il mitico gol di testa di Pelé nel 1970 era parabile?
«Lo è se mi aspetto che Burgnich non la prenda: lui saltava benissimo e quando l’ho visto scendere ho pensato che Pelé non l’avrebbe più colpita. Invece è rimasto in sospensione, ha dato forza al pallone e l’ha messo sul primo palo, dove un portiere raramente deve prendere gol: ho peccato di troppa fiducia in Burgnich».
➣ Quando Zoff alzò la Coppa da capitano lei era squalificato per il calcioscommesse. Che sentimento provò?
«Sono stato contentissimo, specie per lui: un grandissimo, che ha meritato tutto».
➣ Il trionfo portò l’amnistia.
«E andai all’Elpidiense».
➣ Lei giocò sulla vittoria della propria squadra: di solito non è il contrario?
«Sì e tra l’altro avevo riportato tutto al mio presidente: sono stato un ingenuo, non avrei dovuto parlare con questo amico che mi ha contattato. Abbiamo vinto con la Lazio una partita regolare, feci due parate eccezionali. Io ho sempre giocato per vincere, perché sono un giocatore nato».
➣ In carcere quanto restò?
«Una quindicina di giorni».
➣ Disse: «Mai mangiati bucatini all’amatriciana così buoni». Altra provocazione?
«No, è vero: c’era un carcerato che li cucinava benissimo. Eravamo rinchiusi, ma liberi e in giro tutto il giorno». – intervista di paolo tomaselli, Corriere della sera
PROSPETTIVE
Come lentamente si profilano gli addii di Spalletti, Mou, forse Allegri
CREPE
Monica Scozzafava sul Corriere della sera riprende le parole dette da Aurelio De Laurentiis a Sky per fare il punto sulla situazione di Luciano Spalletti, parole che definisce “all’apparenza sibilline”, mentre probabilmente “dicono tanto, probabilmente tutto, su un rapporto giunto al capolinea”. «Chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato» è il verso di una canzone della tradiziona classica napoletana, quella che poi fa Scurdammoce ‘o passato. Al cinema è la canzone che Nino Manfredi ascolta in treno, nel suo vagone, quando si fa prendere dalla nostalgia di emigrante in Svizzera e dalla tentazione di tornare a casa, in Pane e Cioccolata. Quella canzone gli fa cambiare idea.
Scrive Scozzafava che De Laurentiis “ha già riaperto l’agenda, ha cominciato a sondare i possibili sostituiti. Nulla di nuovo, Aurelio non improvvisa sulle scelte importanti. E come quando ingaggiò Spalletti che corteggiava da tempo, così ha ripensato a tecnici che stima come Gasperini, Italiano e soprattutto Antonio Conte con il quale ha un rapporto di amicizia piuttosto datato. Presto per fare pronostici su chi sarà il prossimo allenatore del Napoli campione d’Italia, del resto c’è sempre da aspettare la decisione ultima che spetta a Spalletti, ancora sotto contratto per un anno”.
Antonio Barillà su La Stampa parla delle “prime crepe sulla continuità del ciclo” di Allegri e “coincidono con il rinfocolarsi delle voci su Igor Tudor, autore di un’ottima stagione a Marsiglia e già secondo – ruolo obiettivamente angusto – di Pirlo, e con la rivelazione di Paolo Berlusconi su un sondaggio bianconero per Raffaele Palladino, tecnico rivelazione del Monza. Di sicuro, che resti Max o la panchina cambi inquilino, ad avere continuità sarà il progetto giovani”.
Maurizio Crosetti stamattina esamina la situazione di Spalletti e Mourinho, commenta così su Repubblica: “Gli allenatori che se ne vanno, proprio lì, sull’orlo della gloria appena posseduta, sembrano una stranezza, una contraddizione. Ma come? Assaggiare la torta più buona del mondo e non volerne più? Passare direttamente al caffè per paura dell’indigestione? Questo. Ma anche la sottile vanità di voler essere rimpianti, dunque amati di più. Lasciarsi da amanti, nel colmo della passione, non da amici. Ripenserete sempre a me, sembra dire Spalletti al suo presidente, e magari a quelli che non credono del tutto alla paternità del suo scudetto. Di chi è la vittoria, davvero?”
MEDUSE Le penalizzazioni della Juventus
Arianna Ravelli sul Corriere della sera si concentra viceversa sul calendario dei processi della Juventus: “L’arrivo dei deferimenti certifica che non c’è stato un patteggiamento, ovvero un accordo tra il club e la Procura, anche se qualche interlocuzione in merito pare ci sia stata. È ancora possibile raggiungerlo: prima del deferimento lo sconto di pena è della metà, poi si riduce a un terzo, ma c’è anche una differenza «qualitativa» tra chiudere la vicenda senza che sia stata esercitata l’azione disciplinare o chiudere a fronte di una contestazione formalizzata. A questo punto il dialogo tra le parti potrà forse ripartire dopo lunedì, quando si saprà l’entità della penalità del primo filone, che comunque potrebbe costare la Champions (se non le Coppe). Difficile dire cosa succederà dopo. Entro giugno potrebbero concludersi i primi due gradi del secondo filone con una nuova penalità che potrebbe anche essere pesante, da applicarsi o sempre su questa classifica o, non ci fossero le tempistiche, su quella del prossimo anno. Ecco perché l’ipotesi del patteggiamento mettendo «in continuazione» gli illeciti dimostrando che rientrano nello stesso «disegno criminoso» non si può scartare: tecnicismi giuridici consentono vie di uscita anche rispetto al fatto che il primo filone è passato in giudicato. Bisogna volerlo però.
La Stampa racconta le minacce ultrà giunte sotto casa del calciatore dell’Inter Dimarco, per dei cori anti-milanismo cantati dopo la partita di Champions. Anche la curva nerazzurra, dice il giornale, ha preteso una spiegazione, non per lealtà, correttezza, queste cose demodé, ma per “un patto di non belligeranza con la Sud”.
Monica Serra racconta: “La prima telefonata da casa Dimarco è stata per la Sicurezza dell’Inter. Poi quella alla polizia e nel giro di venti minuti sono arrivate le scuse ufficiali del calciatore su Instagram. Ma sul caso dello striscione comparso intorno al la mezzanotte di giovedì sotto casa di Federico Dimarco ora vuole vederci chiaro la procura di Milano, che attende l’informativa della Digos per aprire un fascicolo per minacce aggravate. Del resto, il contenuto dello striscione è inequivocabile: «Dimarco pensa a giocare…O la lingua te la facciamo ingoiare». Nessun dubbio sul mandante: la curva Sud rossonera”.
[ultimo aggiornamento;: ore 9.30 del 20 maggio]
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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