Tutti i dolori che si sentono fino a Roubaix
Che si tratti del nord, del sud, dell’est o dell’ovest, ai ciclisti importa poco. È comunque un inferno. Oppure una merda, come ha detto Filippo Ganna, nella scia di un’antica definizione di Bernard Hinault. Una maledizione lanciata con il cuore. Non c’è nessuno che non voglia gettarsi nell’abisso e risalirne scorticati. Lewis Askey, per esempio. L’anno scorso è arrivato al traguardo con il ginocchio sinistro che era un grumo di sangue. Era caduto al terzo settore in pavé, restavano 150 km fino al Vélodrome e ancora più motivi per lasciarsi andare. Invece Askey ne trovò per proseguire. «Non aveva più senso arrendersi» ha detto il 22enne inglese a L’Équipe Magazine in un ribaltamento di senso. «Se entri in the zone, tutta quella roba non la senti».
La roba è il dolore, the zone è lo stato di astrazione mentale che consente di fare l’impensabile. «Mi dicono che in televisione mi hanno visto sorridere negli ultimi chilometri – ha raccontato Fabian Cancellara nel 2006 – io volevo solo urlare il mio dolore, perché ho sofferto come mai prima».
Il magazine francese ha messo in fila tutto il dolore che si prova alla Roubaix.
“Il contatto con il catrame generalmente genera abrasioni e piaghe. La pavimentazione particolare porta ferite spesso sporche di terra, di fango, difficili da suturare. Qualche volta anche fratture”. Cadere a Roubaix significa passarsela dieci volte peggio del solito. Nel ciclismo si riesce a vincere anche dopo essere caduti. A Roubaix quasi mai. Johan Museeuw si ruppe il ginocchio nel 1998 nella foresta di Arenberg e temette di averci lasciato la carriera.
Secondo Marc Madiot, che la corsa l’ha vinta due volte, quello che fa più male sono le vibrazioni. Si diffondono in tutto il corpo, lasciando solo l’energia che serve per stare in sella, e pesa ancora di più nei giorni successivi. “È come se avessi l’artrite. Pensi di essere andato in guerra”, scrive L’Équipe Magazine.
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Le mani che servono a Roubaix
E poi le mani. Bisogna guardarle nelle foto, per capire cosa succede, cosa serve. Se vorrà vincere un giorno a Roubaix, ha spiegato Tadej Pogacar dopo il Giro delle Fiandre, deve rafforzare quelle. Forse perfino prima di aggiungere chili. Ne è consapevole. Secondo Askey, il dolore che si sente nelle mani, arriva fino ai polsi. Il belga Oliver Naesen ha detto che è il punto che fa più male, quando arrivi al traguardo. Il palmo si apre e sanguina. Anche se non sei caduto. Le dita restano indurite per dei giorni. Il medico della Groupama-FDJ racconta che – certo – ci sono delle precauzioni, i guanti ammortizzanti, per esempio, ma non prevengono del tutto fenomeni neurologici come disturbi sensoriali, la difficoltà nell’eseguire movimenti di precisione.
Madiot racconta che non esistono argomenti scientifici in grado di provare che alla Roubaix il cervello è disconnesso, ma è quello che dicono spesso i corridori, pedalano e si sentono da un’altra parte. A differenza del Giro delle Fiandre, la Parigi-Roubaix è una lunga giornata in cui devi risparmiare le energie il più a lungo possibile, un grande momento di sopravvivenza, secondo la definizione di Tom Boonen che l’ha vinta quattro volte. Uno di quei pomeriggi, al traguardo, sentiva il bisogno di vomitare. Si trattenne perché il velodromo di Roubaix non è il posto adatto. Ha una sua sacralità. Ci arrivi che non senti nulla, solo il dolore. Il dolore e un desiderio folle: tornare l’anno prossimo.
L’identikit del vincitore
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Ora magari non ci crederete, ma stamattina L’Équipe è uscito con 10 pagine sulla corsa. A lettere: dieci. Una più bella dell’altra, graficamente e per contenuti. Un pezzo prova a raccontare l’identikit del vincitore ideale, una specie di Frankenstein da Roubaix, costruito sulla scorta dei risultati dal 2001 in avanti. Viene fuori che è di nazionalità belga, ha la testa di Johan Museeuw, la sua esperienza, la sua conoscenza del campo; ha gli occhi di Philippe Gilbert: il suo senso dell’attacco e del piazzamento, il suo sguardo tattico, la sua scaltrezza nel sapere quando muoversi, quando gli altri non ti guardano; ha le cosce di Fabian Cancellara, il suo fisico da bulldozer, la sua potenza straordinaria che lo ha portato due volte a presentarsi da solo al Vélodrome; ha la versatilità di Tom Boonen, che ha vinto allo sprint oppure partendo da lontano, una volta al Carrefour de l’Arbre a 15 km dal traguardo, e un’altra addirittura a 55 km dall’arrivo, per dimostrare al suo Belgio che ne era capace. Oppure serve la fortuna di Magnus Backstedt, lo svedese che approfittò dei capricci del caso, una serie di cadute dei favoriti, e andò a prendersi la vittoria più clamorosa e prestigiosa della sua carriera.
STRADE
C’è un pezzo bellissimo sul settore di pavé del Mons-en-Pévèle, uno dei più aspri, che ci vorrebbe più tempo per tradurlo, invece di doverlo fare di corsa, senza goderselo abbastanza: ma è anche sul sito del giornale, casomai, ne vale la pena. Lo ha scritto l’immaginifico Alexandre Roos e parla di gatti che si aggirano sulle alture di villaggi, di una vacca dal manto fulvo con cui si sono guardati negli occhi [“breve ma intenso”], di campi di cicoria, leggende di ferri di cavallo e di nipoti di Carlo Magno che hanno fatto decollare una volta una zolla di terra schiacciata sul versante di Tournai e dal Mont Saint-Aubert fino a qui.
“Non sappiamo nei vapori di quante birre d’abbazia – scrive Roos – si sia formata questa storia popolare. Il marciapiede di questo settore è ancora più brutto, spoglio e arrotondato, come madeleine imburrate”.
Come madeleine imburrate vince il premio Metafora dell’anno con otto mesi d’anticipo.
Sì, ma chi vince? La gente vuol sapere chi vince
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Secondo Roos, secondo tutti, i favoriti sono i due van. Solo che il belga [van Aert], arrivato all’età di 28 anni, senza un titolo al Fiandre e senza ancora la pietra della Roubaix, deve cominciare a sentire “una ferita intima”, una specie di sudditanza verso l’olandese [Van der Poel], suo “fratello d’armi”. In sostanza, scrive Roos, “il nipotino di Poulidor sta trasformando Van Aert nel suo Poulidor”.
“La marcatura tra loro potrebbe essere determinante per favorire i disegni di outsider come Filippo Ganna, Mads Pedersen o Stefan Küng, soprattutto dopo la foresta di Arenberg. Ma servirà sangue freddo e lucidità per destreggiarsi tra l’asciutto e il bagnato, in particolare nell’avvicinamento a Mons-en-Pévèle, dove l’asfalto in certi punti è unto come una marmellata di Pasqua”.
Alt. Fermi tutti. La classifica cambia.
La marmellata di Pasqua scavalca le madeleine imburrate.
C’è la storia delle gomme che si gonfiano e si sgonfiano. Slalom ve l’ha segnalata qualche giorno fa. Jumbo-Visma e DSM le testeranno per la prima volta alla Roubaix, ma non con tutti i corridori. Van Aert pare intenzionato a farne a meno, per paura che l’elettronica ti molla in mezzo alla strada, e dopo a chi lo vai a raccontare. Dovrebbero montarla, secondo quanto dice il giornalone francese, Dylan van Baarle [vincitore lo scorso anno], Edoardo Affini e Christophe Laporte.
Dietro le cinque stelline attribuite a Mathieu van der Poel e le quattro a Wout van Aert, con tre viene anche Filippo Ganna. Se dovesse vincere lui, mi è venuta una bella idea. Si potrebbe fare un titolo Top Ganna. È bello, no? Non si capisce? È un gioco di parole con il film. Top Gun, Top Ganna, vabbè se non vi piace pazienza.
Di Ganna scrive stamattina Pier Bergonzi sulla Gazzetta: “Un tempo si diceva anacronistica, oggi invece va considerata postmoderna. Chi ha passione per la bicicletta va alla ricerca della fatica, delle strade sterrate e di uno stile di vita che possa riconciliarci con lo “stato di natura”. La storia ci dice che dall’Inferno del Nord escono ingigantiti i campioni che hanno un grande motore, sanno usare bene la bici, e sanno sopportare quelle progressioni, ripetute, che “uccidono”. Passisti veloci, cronoman e soprattutto inseguitori. Franco Ballerini, nobile passista, fuoriclasse del pavé che ha conquistato due volte la Roubaix (1995 e 1998) ci raccontava che i tratti in pietra, per chi non ha quel tipo di abilità, diventano come montagne. E soprattutto dopo 200 chilometri ognuna di quelle lingue di strada in pietra si trasforma in un Mortirolo. Ogni tratto può risultare decisivo per selezionare i più forti. Filippo Ganna, che l’ha già vinta da dilettante, nel 2016, fa parte della tribù dei predestinati. . Più la gara sarà veloce, più le variazioni di ritmo tra asfalto e pietre saranno violente, e più Ganna potrebbe salire in cattedra”.
Altri nomi caldi: Mads Pedersen, Matej Mohoric , Christophe Laporte, Stefan Küng , Dylan van Baarle, Yves Lampaert, Nils Politt.
A Slalom ci vogliamo rovinare e prendiamo per un posto nei primi dieci il francese Matis Louvel. Pronti alle pernacchie.
A soli 19 anni e 53 giorni, il britannico della Ineos-Grenadiers, Joshua Tarling è il più giovane al via, al suo esordio nella Roubaix, e secondo L’Équipe “simboleggia il ciclismo moderno, nel quale i corridori nascono sempre prima”. Alla partenza della Roubaix non c’era un ragazzo così giovane dal 1937. Era il francese Paul Botquint, anche lui 19enne, arrivò 22esimo, sarebbe morto precocemente l’anno dopo. Il record assoluto sembra irraggiungibile. Nel 1904 Fernand Moulet si presentò al via e ne aveva appena 15.
ULTIMI Daniel McLay, esausto ma più veloce di Pogacar al Fiandre
Oggi è quello con la maglia rossa e il numero 135. Si chiama Daniel McLay, neozelandese di nascita, inglese di adozione. Domenica scorsa si è piazzato 96esimo al Giro delle Fiandre. Ultimo.
«Non mi sono mai sentito così male in bici. Totalmente vuoto. Come se non avessi mangiato niente per tre giorni», ha detto. Uno così, che arriva in coda a tutti, tanto sfinito, può aver corso gli ultimi 7 km più velocemente di Tadej Pogacar arrivato primo? McLay l’ha fatto. Casomai viene da chiedersi come.
Il giornale fiammingo Het Nieuwsblad ha scritto che “Dio vede tutto. Ma Strava molto di più”.
McLay è andato alla media di 45.3 km orari quando era sfinito, mentre Pogacar andava a 42.9 km orari. Con una discreta dose di meravigliosa faccia tosta, ha risposto ai belgi: «Ops, forse ho esagerato. Ero rimasto dietro sul Kwaremont, poi sul Paterberg da solo, arrancavo tra le file delle auto dietro il gruppo. A quel punto, lo confesso, mi sono infilato. È stata la mia fortuna. Andavano veloce». Insomma: ha preso la scia. Si è fatto tirare.
“Non lo diremo al commissario di gara” gli hanno promesso quelli di Het.
Risposta: «A nessuno importa, amico. Se pedali dove ho pedalato io, nessuno ti guarda. Molto probabilmente non sapevano nemmeno che ci fosse un corridore in fondo, ancora in gara».
McLay ha tagliato il traguardo sette secondi dopo il penultimo.
«Quando ho visto la linea e ho capito che potevo arrivarci, mi sono lasciato andare. Sulla linea andavo forse a tre all’ora. Nell’ultima ora, ogni colpo di pedale faceva malissimo. Era terribile. Non sono mai stato così felice di vedere il traguardo. La sofferenza è cominciata subito. Normalmente c’è qualcuno che va subito in fuga e tu resti tranquillo in gruppo. Non è andata così. Ecco perché c’è stata la media record. Ho pregato sulla mia bicicletta che qualcuno potesse finalmente scappare. Eravamo all’80esimo km e stavamo ancora tutti insieme. Si andava così forte che nessuno riusciva a scattare. Un circolo vizioso. Al secondo passaggio sul Kwaremont non ne avevo più. Le gambe si rifiutavano di spingere. Il giorno dopo non ho potuto fare nemmeno un giretto d’allenamento. Il mio sedere mi faceva ancora troppo male. Ma se mi chiedessero di rifare il Fiandre l’anno prossimo, direi subito di sì. Le gare fiamminghe rimangono le mie corse preferite. Ho rinunciato a tutto per arrivare a questo. Avevo diciannove anni, quando mi sono trasferito nelle Fiandre, da Tim Harris, l’ex ciclista britannico che possiede qui alcune case, piene di ciclisti britannici. Cavendish, Wiggins, Froome, sono rimasti tutti a vivere lì. Quindi anche io. Si può imparare a correre solo vivendo nelle Fiandre».
In effetti, McLay non è un broccaccio. Nelle categorie giovanili ha vinto la Dwars door Vlaanderen e qualche settimana fa s’è piazzato decimo alla Gand-Wevelgem, a lungo in corsa per il terzo posto. Sette anni fa vinse il GP di Denain alla Super Mario Bros, in questo modo qua. Chissà che combina oggi sul pavé.
Alison Jackson ha vinto tra le donne
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La Roubaix femminile s’è corsa nel segno dell’impossibile. All’età di 34 anni, la candese Alison Jackson è partita in fuga prima che arrivasse il pavè. È arrivata con un gruppetto di reduci fino in fondo, allo sprint nel velodromo ha bruciato Katia Ragusa, che aveva iniziato a crederci, sebbene non abbia mai vinto una corsa da professionista. Le favorite sono state tagliate fuori da una super cadutona a 37 km dal traguardo, quando stavano riducendo il distacco. Elisa Longo Borghini è scivolata e le ha tirate tutte a terra. Sono arrivate a cinque secondi di distanza.
Alison Jackson alla fine era congelata. Ha festeggiato qualche secondo dopo il traguardo, incredula. Viene raccontata come un tipo spiritoso e divertente, deve essere così perché alla fine ha raccontato che da bambina le piaceva andare a raccogliere sassolini, e adesso deve portarsi a casa questa pietra gigante.
il libro | I vagamondi, di Claudio Gregori (66thand2nd)
la recensione
di mario baudino, La Stampa
“Per Maurice Le Blanc, il creatore del ladro gentiluomo Arsenio Lupin, la bicicletta era «la regina incontestata, l’imperatrice assoluta … più forte della tristezza, più forte della noia, forte come la speranza. Riduce le seccature al loro valore, ci allontana dal passato, ci insegna a vivere nel presente e ad andare verso il futuro».
In qualche modo, sfrondata dalla retorica ottocentesca, lo è ancora. E in queste giornate di primavera, ottime per riprendere a pedalare anche da parte dei più pigri (come il sottoscritto) ce lo ricorda un libro divertente e curioso di Claudio Gregori, «I Vagamondi» (editore 66THAND2ND) che mette in fila 30 medaglioni di «scrittori in bicicletta» raccontando una grande passione che non ha risparmiato Conan Doyle o Mark Twain, Emilio Salgari o Émile Zola, George Bernard Shaw e scienziati come Albert Einstein o Marie Curie.
C’erano gli sportivi, dominati dallo spirito di competizione, e i ciclisti distratti (Einstein e Shaw si scontrarono rovinosamente in una discesa ripida verso Tintern Abbey, la celebre abbazia gallese, e la cosa finì sui giornali); i creativi (Salgari concepì il personaggio di Sandokan mentre sfrecciava sulle colline intorno a Verona pedalando su uno di quei terribili bicicli con una grande ruota anteriore e una piccola posteriore, e la «La Nuova Arena» di Verona pubblicò la prima puntata del romanzo La Tigre della Malesia il 16 ottobre 1883); gli stoici.
… La bicicletta, nell’immaginario dei tempi eroici, sembra risolvere qualsiasi situazione: nel caso di Zola gli consente di dimagrire (era un panzone) e conquistare così l’amata Jeanne, la donna della sua vita; Sherlock Holmes, dato che Conan Doyle sa tutto sulla bicicletta, può risolvere casi intricatissimi grazie alle conoscenze del suo creatore, come in “L’avventura della scuola del priorato” (1904) dove dice a Watson: «Conosco 42 diverse impronte di pneumatici”, e naturalmente individua quella giusta che porta all’assassino. Si potrebbe continuare a lungo (il libro di Gregori è documentatissimo), fino al Gabriel García Márquez di “Memorie delle mie puttane tristi”, dove il protagonista novantunenne dona una bicicletta e una prostituta di 16 anni, ma prima ha un sussulto di felicità e gioventù pedalando nelle vie del mercato.
Né va dimenticato l’unico “eretico” dell’illustre compagnia, Edmondo de Amicis, che di sport ha scritto parecchio, e di bicicletta pure, ma sordo a ogni invito non la inforcò mai per davvero. Rese piene confessione: e si definì «un biciclista del cuscino». Due elementi incompatibili? Mica tanto”
un brano
di claudio gregori
“La fama di Leblanc però è legata ad Arsène Lupin. È la bicicletta a produrlo. Come? Leblanc conosce Pierre Lafitte, giornalista sportivo che nel 1891, a diciannove anni, aveva coperto la prima Bordeaux-Parigi, 580 km, e che poi, divenuto editore nel 1899, aveva organizzato la squadra degli écrivains cyclistes, di cui entra a far parte anche Leblanc. Lafitte è alacre e creativo. Ha pubblicato Pédalons! (1892), una serie di racconti di bicicletta. Chiede un racconto a Leblanc per una nuova rivista, «Je sais tout».
Leblanc gli consegna L’arrestation d’Arsène Lupin, pubblicato il 15 luglio 1905. Subito Lafitte lo va a trovare e gli propone di scrivere un romanzo d’avventure con protagonista Arsène Lupin. «È in carcere» obietta Leblanc. «Fallo evadere» ribatte Lafitte. «Sarai il Conan Doyle francese».
Quando in autunno Leblanc torna a Parigi ha già in testa dodici racconti. Così nel giugno del 1907 Lafitte pubblica il primo volume di avventure di Lupin. Titolo: Arsène Lupin, gentleman cambrioleur. Lupin si muove tra rovine e castelli, nelle campagne normanne, nei boschi e sulle falesie della Manica. Anche lui usa la bicicletta. Ad esempio in La contessa di Cagliostro e in La lampada ebraica, il cui titolo originale era Arsène Lupin contre Herlock Sholmès e rivelava in modo trasparente la sfida con il celebre detective. Perché quel nome storpiato? In un precedente racconto Arsène Lupin aveva già sfidato Sherlock Holmes e Conan Doyle aveva rivendicato i suoi diritti letterari. Così Leblanc, temendo guai legali, modificò il nome in Herlock Sholmès.
Sholmès è abilissimo ma, alla fine, Arsène Lupin riesce a beffare con eleganza anche l’investigatore più famoso d’Inghilterra.
[Il brano estratto è disponibile in versione integrale sul sito della casa editrice: qui]