E sì che la fame è dappertutto, nel corpus letterario della città. Perciò se davvero aveva promesso al presidente di farsi più napoletano, allora Luciano Spalletti ha scelto la citazione più esatta.
‘A famme nun tene suonno
Proverbio popolare
L’ha ripetuto. Dallo studio di Dazn – dove cordialeggiava con Pazzini e Marcolin – gli hanno chiesto come fa, come fa questo Napoli a tenere sempre accesa la spia dell’appetito. E don Luciano da Certaldo, concittadino di Boccaccio che tanto voleva bene a Napoli, ha ridetto le parole pronunciate per la partita con la Salernitana. Quel detto popolare secondo cui i tormenti della fame non ti permettono di dormire. Dove il verbo tenere in dialetto non è usato nella sua consueta veste di ausiliare che fa da supplente al verbo avere [“Nun tengo suonno”] ma nel senso opposto al significato dell’italiano. Qui sta per portare. La fame non porta sonno. Non induce a dormire. Se si dovesse interpretare il proverbio alla lettera, secondo tenere = avere, allora sarebbe la fame a non aver sonno, a non placarsi cioè. E pure questo in fondo avrebbe un senso calcistico.
Nei proverbi in lingua napoletana, “la fame fa uscire il lupo dal bosco”. Porta la fiera a venir fuori dalla tana. Che ti nascondi a fare, quando lo stomaco si fa sentire? Si chiamano “ppóze dâ famma” scrive Raffaele Bracale nel suo blog di etimologia, alla lettera vada per “fare i polsi della fame”, cioè dimagrire cosí tanto, a causa del digiuno, da avere i polsi esili e rinsecchiti, scheletrici. ‘E ppóze sta dunque per polsi, non come credono alcuni per pose, le pose della fame, una finzione, una simulazione da controllare alla VAR.
È viva e vegeta in napoletano anche l’espressione “puzzarse ‘e famme” che fa da modello anche a “puzzarse ‘e friddo”, il culmine dei morsi, sia dell’appetito sia dei brividi. Poiché in fondo siamo sempre stati barocchi, al sostantivo ogni tanto si antepone un’aurea di misticismo che ingigantisce tutto: “Puzzarsi d’’a santissima famma”.
Ma perché puzzarsi di fame? Bracale spiega: “Perché quando si avvertono i violenti morsi della fame, lo stomaco comincia a secernere i succhi gastrici della digestione che lavorando a vuoto, producono eruttazioni maleolenti donde l’espressione”.
È sterminato l’elenco di personaggi napoletani che si puzzano di fame. In Bene Mio e Core Mio di Eduardo, Gaetano Cannavacciuolo è lo zio di Filuccio. Amministratore dei beni di Virginia, vedova di suo fratello, tenta di sposarla, senza successo.
“Finché Filuccio vive in casa di sua madre – dice Eduardo – sapete… dove mangiano due, mangiano tre: tutto va bene. Ma dal momento che si sposa, che fa? Se morene ‘e famma tutte e tre?”. La morte di fame peraltro è fastidiosa assaje. È lenta, è scucciante. Non te ne vedi bene.
Sono affamati più che altrove i personaggi di Raffaele Viviani, una vera antologia di volti tristi e miseri, semplici, drammatici. Il teatro di Viviani è tutto un riferimento al popolo, alle sue tragedie grandi e piccole, la fame prima di tutto. Quella degli scugnizzi, non più rappresentati in maniera buffonesca, ma alla Sergio Leone, in primo piano, in tutta la loro fisicità minuta e scavata, nei segni inconfondibili della fame. Che lo stesso Viviani patì per davvero. Come la patisce Pulcinella.
È tale la fame che l’atto del mangiare a Napoli è mostruoso. I napoletani mangiano anche i bambini. Come i comunisti. Era la minaccia degli antenati. Massimo Troisi la propone in Scusate il ritardo. “Valeria, basta. Guarda che se non la smetti, ti faccio mangiare da zio Vincenzo” [qui].
Oppure la fame di Totò. Nel libro di Paolo Isotta a lui dedicato, si legge che “Totò non ha mai rappresentato Viviani; in lui l’elemento surrealista non si coniuga col realismo sociale di Raffaele; pure, la provenienza è comune e il comune sostrato noi cogliamo. Totò di Pulcinella non ha nulla: non l’ambiguità sessuale che proviene addirittura da un’ambiguità di natura, fra uomo e pennuto, propria della maschera di Acerra”. Ma la fame sì. La fame “di Pulcinella, a volte ingegnoso e fedele servitore, ma per lo più falso, ladro, sventurato, sublimemente sciocco, e perseguitato da una fame che della fame fisica diviene specie platonica”.
«Pascà, colla fame che tieni, tu digerisci pure le corde di contrabbasso!», dice in Miserie e Nobiltà, al cinema, aggiungendo la battuta al testo di Scarpetta che non la prevedeva. «Mi raccomando, la salsiccia fattela tagliare davanti a te, dev’essere fresca, non pigliare quella appesa al muro», si raccomanda, quando i soldi del paltò impegnato devono servire a fare la spesa.
È la fame che porta i finti nobili all’eccesso, a mangiare con i piedi sul tavolo, a ingozzarsi di spaghetti infilandoli con le mani nella gola, e nelle tasche. Il folklore è nato dalla necessità. Poi uno, con miseria e dignità, cerca di non darlo a vedere. Per questo, a noi finti «nobili piace spiluccare nel gelato degli altri».
Alla fine lo sai che il gelato sempre a loro resta.