lunedì 20 febbraio 2023
#1216
C’è solo un modo per dimenticare il tempo: impiegarlo
Charles Baudelaire
DISCUSSIONI
C’è qualcuno che ha fatto le scarpe a Jacobs
Dopo aver perso l’imbattibilità sui 60 metri a Liévin contro Ferdinand Omayala, ieri Marcell Jacobs è stato battuto in uno sprint da un italiano per la prima volta dal settembre del 2020. A 17 mesi di distanza dalla sconfitta contro Filippo Tortu, agli Assoluti di Ancona è arrivato secondo [6.55] dietro Samuele Ceccarelli [6.54].
I primi due-tre passi sono stati stretti, corti. Jacobs li ha usati per tirarsi su. Era già dietro. Il quarto, il quinto e il sesto sono stati i primi veri balzi, al rallentatore impressionano. Paiono gesti da salto triplo. Alla maniera del miglior Marcell mai visto e mai più rivisto, quello di Tokyo, sulla pista magica, con le scarpe magiche. È stato il solo passaggio della finale in cui il campione pareva potersi mangiare il suo improbabile avversario, nella corsia alla sua sinistra. Invece i balzi e i ruggiti sono rimasti dal settimo in avanti scena muta, un teatro che non è diventato mai un monologo. A contarli uno per uno dal divano – con fatica, un fotogramma alla volta – i passi sembrano in tutto ventinove e qualcosa, diciamo per semplificare ventinove e mezzo. Se l’occhio non ha commesso errori – ma potrebbe – uno in più rispetto all’esordio di Lodz. Dove Stefano Tilli, seconda voce in Rai, ne aveva contati ventotto e mezzo, senza nascondere le sue perplessità per il tentativo dichiarato di accorciare la frequenza, cercando una superiore ampiezza della falcata.
È il piano tecnico-strategico confessato da Paolo Camossi per il 2023: mangiare con rimbalzi più ampi sulla pista quei centimetri che nei 100 metri separano un 9.80 da un 9.70. Ieri sera Tilli non era in telecronaca per sciogliere in tempo reale i molti dubbi che circondano la preparazione di Marcell Jacobs, e non da ieri – a volerli vedere. Si sono manifestati nel 2022 con ripetuti allarmi alla vigilia delle gare, un percorso di infortuni muscolari e insicurezze, accompagnato da rinunce, ritiri, più gare saltate che onorate da campione olimpico in carica, fino al punto di non avere i crediti per partecipare alle finali di Diamond League. Gli infortuni muscolari, quando si ripetono, non sono un accanimento della sorte. Sono i segnali di un disagio, di qualche errore. Anche ieri al traguardo Jacobs si è toccato la coscia.
Il 2021 è stato l’anno del miglioramento improvviso e dell’esplosione. Il 2022 quello della stagnazione, pur con due risultati rumorosi come il Mondiale indoor e il titolo europeo sui 100. Il 2023 era annunciato dal coach Camossi come la stagione delle novità. In effetti ce ne sono state tante. Il ritiro per la prima volta a Dubai, le nuove scarpe [“Jacobs come Bolt”], la ricerca di una meccanica alternativa nella corsa. Nelle interviste Camossi è sempre ottimista. Ci sono sempre bellissimi segnali che gli arrivano dagli allenamenti. Tra palco e realtà, ogni tanto qualcosa va per conto suo.
Anche ammettere la necessità di un periodo di conoscenza del nuovo è complicato. In modo implicito significa ammettere che le scarpe hanno avuto un valore nel 9.80. Con molta cautela, perché in giro ci sono molti permalosi, Tilli si domandava a Lodz se non fosse un azzardo cambiare tante cose insieme, nella stagione dei Mondiali, con l’ossessione del 9.70 [secondo Tilli più 9.72]. Ma ossessione per chi? Per chi corre, per chi lo allena, per i nuovi sponsor?
Meglio cambiare qualcosa oggi che nel 2024, si potrebbe obiettare. Ma i Mondiali di Budapest in estate non sono per Jacobs un passaggio banale come per altri atleti che preparano Parigi. Dopo essere sparito a Eugene, non può permettersi d’essere di nuovo una comparsa, senza far nascere il dubbio che la notte di Tokyo sia stata un meraviglioso falò d’estate. Non c’è niente di male nei falò d’estate, nelle labbra smisurate, i baci sporchi di sabbia e sale, sono meravigliose fotografie, ricordi immortali. Basta riconoscerli e dirselo, quando si torna in città.