Nessun albero cresce fino al cielo
Proverbio svedese
Quarant’anni fa il tennis vedeva uscire di scena Björn Borg. All’età di 26 anni e mezzo, lasciava con 11 titoli di Slam raccolti tra il 1974 e il 1981: sei al Roland-Garros, cinque a Wimbledon. Aveva perso per quattro volte in finale a New York, a Melbourne era andato solo una volta [1974], battuto al terzo turno da Phil Dent – La sua uscita di scena quasi di nascosto, la notizia trapelata per equivoco – Il dualismo con McEnroe, le sue innovazioni, la sua eredità
La crema era tutta a New York. I migliori otto del mondo stavano giocando le finali del Masters. Björn era in vacanza. Durava da un pezzo. Non giocava da nove mesi. Ultimo match, aprile 82: contro Yannick Noah, quarti di finale a Montecarlo persi 6-1 6-2. Ultima vittoria, il giorno prima: contro Adriano Panatta in tre set. Era stato il solo torneo giocato in un anno e mezzo. Quando aveva perso la finale degli US Open 81, a rete aveva stretto la mano a John McEnroe, era tornato negli spogliatoi, aveva perso la borsa e la sua roba, si era infilato in un taxi e aveva dato la schiena al tennis. Era riapparso semiclandestino il mese dopo, per vincere un torneo a Ginevra, senza che nessuno potesse immaginare sarebbe rimasto l’ultimo.
A New York aveva capito che era finita, a New York era riunito il suo mondo quando lo disse apertamente. La notizia era girata prima come un’indiscrezione, una soffiata. Chi non voleva crederci, non ci credette. Il giornale svedese Kvaellsposten mise su un volo un suo inviato e lo mandò a Bangkok, dove l’idolo della nazione stava ripetendo il rito nuziale secondo il rito thailandese, sotto lo sguardo dei genitori. Borg sbuffò e disse di sì: «Mi sono accorto che non mi importava più niente di perdere. Non è nel mio stile. Ho pensato che è bene smettere». Chi non voleva crederci, dovette.
Wilander insistette: «Non può essere». Panatta aggiunse che in fondo era normale, si era chiuso un ciclo. McEnroe fece lo spaccone in pubblico: «Tanto non sarebbe mai più diventato il numero uno». Raggiunse il primo telefono e chiamò Mariana Simionescu, la moglie del nemico. «Ti prego, convincilo a ripensarci». Aveva bisogno di lui. Perché erano uguali. Sembravano opposti, erano due facce di una cosa sola, uniti per sempre dalla finale di Wimbledon 80. Quella del leggendario tie-break. Erano divergenti, ognuno la risposta all’altro. Björn era sbucato come un’eccezione e aveva creato una scuola. Era uscito da un piano didattico di diffusione dello sport negli istituti elementari, un progetto della socialdemocrazia andata al governo in un paese senza una vera cultura tennistica, né una tradizione seria alle spalle. Un match di doppio vinto contro l’Italia in Coppa Davis aveva fatto ascolti magnifici alla televisione, preparando il terreno al boom. Borg era arrivato più o meno insieme agli slalom di Ingemar Stenmark e alle canzoni degli Abba. Era venuto per tradurre la Svezia al popolo. Era arrivato tra noi per dirci che potevamo pensare alla Svezia in un modo differente. Non sarebbe stata più solo un argomento di chiacchiere nelle case della upper class. Non era più soltanto i film di Ingmar Bergman e la politica di Olof Palme. Con Borg la Svezia diventava pop.
McEnroe era l’antagonista. Offriva lo scontro di stili. Un regolarista da una parte, con la sua ipnotica ripetitività dei gesti. Un fantasista dall’altra, quello della battuta e della discesa a rete. Un barbaro e un classico, eppure ciascuno a modo suo un eretico. McEnroe aveva cambiato l’idea del gioco di volo. Non era più il tocco da boudoir, lieve e svenevole delle racchette di legno. Le sue volée non erano più carezze. Avevano il rock dentro. Dentro un gesto del passato, aveva messo il futuro, smantellando il canone anche nella condotta. Le racchette le sfasciava, era il Monello, per i tabloid inglesi era il Moccioso.
Borg era più ufficialmente innovatore. Era l’equivalente di Dick Fosbury nel salto in alto. Aveva preso il suo sport e lo aveva strattonato da un’altra parte. Aveva iniziato a colpire la palla dal basso verso l’alto, con un movimento di polso, lo avremmo chiamato top-spin e quello è ancora il nome suo. Il rovescio era diventato un colpo a due mani, imitato da tutti. Qualcuno ha detto che Borg era il Concilio Vaticano II nella chiesa del tennis. Fu il primo a mettere sull’erba scarpe diverse da quelle usate su altre superfici. Così fece la fortuna della Diadora, un’azienda trevigiana specializzata in scarponi da montagna. Vestiva italiano, in tanti pensavano a lui quando Baglioni cantava quella sua maglietta fina, perché la marca si confondeva con l’aggettivo. Fu il primo a far entrare le teenager sui campi da tennis, “una scossa sexy in una gita della parrocchia” ha scritto a suo tempo il Times. Il tennis in televisione è arrivato perché tutti potessero vedere Borg, così come si devono a lui le palline gialle, perché nella famosa partita del 5 luglio 1980, si capì che i conservatori possono imporre il bianco a Wimbledon e le fragole con la panna, ma quando giocava Borg la palline bianche non si riusciva più a vederle.
Ha generato un mucchio di imitatori. Ha nascosto al mondo che aveva un’anima irrequieta come quella di Mac. Così agitata da andarsene senza preoccuparsi di avvertire per bene qualcuno. Lo aveva fatto pure Greta Garbo, nata nella sua stessa zona di Stoccolma, e ritiratasi a New York.
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GLI ANNI CON IL 3
Le cronache dell’epoca
La scoperta per un equivoco
di rino tommasi, la Gazzetta dello sport
“Borg avrebbe voluto annunciare il ritiro durante il prossimo viaggio negli Stati Uniti ma le notizie di stampa sempre più insistenti di questi giorni lo hanno indotto ad anticipare i tempi. Mentre il suo allenatore parlava con i giornalisti, Borg dormiva in albergo e si accinge a partire domani mattina per il Nepal. Secondo quanto mi ha riferito uno degli avvocati del gruppo McCormack, la fuga della notizia è avvenuta per una leggerezza di Julian Jakobi, che avrebbe raccontato tutto a un giornalista senza sapere con chi parlava. Le smentite non avevano convinto nessuno.
Il dente nero che ha sui poster
di gian paolo ormezzano, La Stampa
“Borg è sposato con una tennista romena. Non ha figli, vive tra Long Island, presso New York, e Montecarlo. L’ultima grande immagine smistata in tutto il mondo dai teleschermi è quella di lui in ginocchio sull’erbetta di Wimbledon, a ringraziare un qualche suo dio per la vittoria. Borg non è il primo dei campioni a lasciare ancora in età giovane. Insieme per logorio psichico e per aver già guadagnato abbastanza. Lo sport di oggi, sponsorizzato e visto da tutti in tv, fa i campioni troppo ricchi, e ricchi troppo in fretta. Pochi anni di F.1 bastano a Hunt, Lauda, Scheckter, Jones per lasciare. Tre anni di vero professionismo convincono il pugile Leonard, 30 miliardi nell’ultimo anno, a non rischiare più. Quando staccheranno Lendl e McEnroe? Forse da ieri invidiano Borg che ha scoperto o riscoperto la vita Ci sono ancora, sui muri delle nostre città, i poster giganti in cui lui reclamizza sorridendo una gomma da masticare: quasi sempre qualche ragazzaccio gli ha dipinto in nero un dente”.
Oppure i poster ora li staccano
di francesco saverio alonzo, Corriere della sera
“Ho sorpreso mio figlio più piccolo a tirare giù dalla parete un grande manifesto di Björn Borg. C’erano con lui alcuni compagni di scuola, tutti mesti. In un angolo, abbandonate, le loro racchette da tennis facevano mucchio con le scarpe e con le palle. Ora che non gioca più ha detto mio figlio – che lo tengo a fare il poster? Ho chiesto a lui e ai suoi piccoli compagni se fossero tristi. Certo che lo siamo – ha risposto il più piccolo di statura, mordendosi il labbro, forse per ricacciare indietro una lacrima. La decisione del grande campione di tennis di ritirarsi dalle grandi competizioni ha fatto l’effetto di un fulmine a ciel sereno fra gli svedesi, e quando già i giornali e le agenzie stampa di tutto il mondo davano per certa la notizia dell’abbandono di Borg, in Svezia ci si rifiutava di credere che fosse vero. I giornali sono arrivati al punto di smentire, nel corso del primo giorno, la notizia. Poi, quando hanno dovuto ingoiare l’amara pillola, hanno dedicato al loro grande ex prime pagine ed inserti interi, riassumendo tutta la carriera del grande campione e rielencando le vittorie che hanno dato tanto lustro anche al suo Paese natale. Gli svedesi che sanno perdonare tutto al loro campione del tennis, perfino la fuga all’estero per sottrarsi al fisco, hanno accusato pesantemente la botta. Nel metrò, al ristorante, negli uffici e nelle officine non si parla d’altro. Tutti sono concordi nel dire che Borg abbia fatto bene a smettere ma è innegabile che la Svezia sportiva si senta orba di una delle sue due grandi glorie. Adesso rimane soltanto Stenmark.
«Certo mi diceva un amico – abbiamo il giovane Wilander, una grande promessa, ma Borg era un’altra cosa. Quello, quando era in giornata, macinava tutti, ci faceva saltare il cuore in gola, per qualche ora ci faceva sentire tutti uniti!».
E non si deve dimenticare la spinta poderosa che Borg ha dato a tutto il tennis svedese. Nel 1977, si vendettero di colpo mezzo milione di racchette da tennis. Ragazzi come Wilander hanno ricevuto dall’idolo Björn la spinta ad emularlo, a diventare anch’essi campioni”.
I vecchi sponsor porteranno i soldi altrove
di marco roberti, Guerin Sportivo
“Tra le poche cose certe sembra esserci la cancellazione di una campagna pubblicitaria della Diadora tutta impostata su Borg del valore di 500 milioni e l’interessamento della Fila alle gare di Formula Uno, interessamento che risaliva a tempi precedenti ma che ora, con il forfait di Borg, potrebbe indurre la casa d’abbigliamento di Biella a stringere i tempi per quest’accordo. Tutto questo conferma ancora una volta che lo svedese ha sempre la nausea del tennis e che, dopo avere assaporato la bella vita che si può fare lontani dalle gare ora non vuole più sottomettersi ai sacrifici e alla ferrea disciplina che regolano la carriera di un atleta. Stimoli economici Borg non ne ha più, ma questo ormai avveniva da tempo, dopo che due anni fa aveva tagliato il traguardo dei dieci miliardi di lire di guadagni ufficiali. Rimanevano solo i primati e i nuovi traguardi da tagliare. Ma se si tolgono l’open Usa (e quello meno importante d’Australia e il Grande Slam), nulla è sfuggito alla racchetta dell’Orso e quindi anche sotto questo profilo non è facile per lui trovare stimoli adeguati”