Il mio cuore per un cavallo
La nostalgia di Brighenti per Tornese
9 gennaio 1963 – Sono trascorsi pochi giorni dal ritiro di Tornese, il cavallo di nove anni che aveva vinto tre volte il Lotteria di Agnano, 36 Gran Premi, 133 corse su 229, per primo era sceso sotto l’1’16”. La Gazzetta gli dedica un omaggio in tre puntate. In una di esse, il suo allenatore e driver Sergio Brighenti confessa tutta la sua malinconia per il distacco dal suo compagno di avventure.
Un monumento d’oro, o almeno di granito
di luigi gianoli La Gazzetta dello sport
“«Di Tornese non mi resta che questo sediolo, la briglia, i finimenti del record di Firenze, quando si fece 15.7; e quel ritratto, che per me è bellissimo. Tutto qui».
Così recitava Brighenti per la Televisione in uno stanzino nel suo feudo di Nosate, dove tiene tutti i suoi ricordi. Ma in verità parlava per sé soltanto. Ed era l’imminente distacco da Tornese a suggerirgli le parole che, arrivando dritte dal cuore, vibravano della forza d’ogni confessione. La fronte corrugata, il respiro che gli si faceva via via più grosso e gli rendeva più aspra la voce già profonda e roca, non staccava gli occhi da quel dipinto che bellissimo forse non è, ma espressivo: la testa, un po’ leziosa, di un Tornese idealizzato da mano femminile.
Per Sergio, ad ogni modo, è bellissimo, incorniciato dall’elisse del sediolo verde appeso al muro per il sellino, e guai tentarne una critica. Si offende. D’altra parte cinque e più anni di vita con un cavallo, e quale cavallo, formando con esso il più straordinario binomio visto in Italia, accumulano una così densa carica sentimentale che nulla, nessuno, potrà disperdere. Brighenti lo sa, e sa pure che rischia di restare il guidatore di Tornese, un segno di gloria, ma anche un fastidio, un cruccio simile a quello dell’artista che per tutta la vita rimane l’autore del libro scritto a vent’anni.
… «Guardate come è buono, Tornese – diceva – Lui non ha caprette, pecore, cani nel box. Ha due amici soltanto: Orestino, il suo uomo di scuderia, e Pinuccio, il figlio di Orestino. Guardate come è buono». E prendeva Pinuccio in braccio, un bambinello biondo e pallido che vive con Tornese e che Tornese rispetta, quasi venera come tutti gli animali ogni essere fragile. A me mi dà qualche pizzicotto, a volte, ma a Pinuccio mai».
Ora Tornese dovrà dire addio anche a Nosate, dire addio alla sua palestra, la pista nera e soffice, al suo box appartato e comodo. Lo attende un altro box, un’altra scuderia, un allevamento addirittura, di cui diventerà il sire. E Brighenti resterà solo, senza Tornese, come già una volta, e non per rancori o dissensi, ma perchè il tempo vuole così. Gli resterà il sediolo del record, i finimenti di Tornese, il ritratto. E i ricordi. Il brivido di tante vittorie, il clamore delle folle, gli applausi degli innumerevoli giri d’onore.
«Mi restano queste cose – dice con voce ormai soffocata – ma vorrei fare per Tornese una cosa che non è mai stata fatta: un monumento tutto d’oro della sua grandezza. Ma questo è impossibile per me. Spero almeno di potergliene fare uno di granito. E poi… ».
Si ferma un poco. Forse già l’indomabile ansia del traguardo insorge? …vivere finché possa vedere in pista un altro cavallo, biondo come lui, forte come lui… E poi morire. Non mi resta altro».”