TENNIS | LA DOMANDA DI STAMATTINA
Ci siamo. Gira e rigira torniamo qua. Ma alla fine: chi è il più grande di sempre?
Oliver Brown sul Telegraph dice che il nome di Djokovic sarà ricordato per delle generazioni. “Con questa ultima lezione a Melbourne ha dimostrato di poter prevalere non solo su qualsiasi avversario, ma anche su tutti i critici ipocriti che un tempo godevano della sua sfortuna. Solo uno sciocco ora lo condannerebbe come il cattivo della storia”.
Tumaini Carayol sul Guardian ha pochi dubbi. Ha scritto che la vittoria a Melbourne serve a ricordarci quanto infallibile sia il suo gioco.
“Il rovescio di Djokovic – dice – è uno dei migliori colpi nella storia di questo sport, eppure a Melbourne non funzionava. Ha risposto allora ai suoi problemi semplicemente dominando con il diritto. Per tutto il torneo è stato ultra aggressivo con quel colpo”.
Così è arrivato al picco di 22 Slam, sette mesi dopo Wimbledon, e dunque secondo il Guardian c’è “poco da discutere sulla classifica di tutti i tempi. Djokovic ha già vinto almeno due volte ogni torneo dello Slam e Masters 1000. Questa settimana si gode la sua 374esima settimana al numero 1, già in più del secondo classificato Roger Federer. È solo questione di tempo prima che superi il record assoluto di Steffi Graf di 377 settimane. Resta da vedere per quanto tempo potrà continuare così, ma è ancora del tutto motivato, si muove ancora in modo fluido, è ancora in salute”.
Ecco perché il suo coach, Goran Ivanisevic, dice che il bello verrà in primavera, quando «andremo a giocare a casa di Rafa questa partita di pallamano del 22-22». Lo spareggione per il titolo di più glorioso della storia.
Più glorioso o più grande. Joel Drucker su Tennis si domanda proprio com’è che analizziamo la grandezza, anzi “che cos’è la grandezza?”. Ci avverte subito: se state cercando qualcuno che vi parli del numero 1 di sempre, siete nel posto sbagliato. “Su questo argomento – spiega – mi sento un obiettore di coscienza”.
In realtà, con tutta la sua intenzione di non far nomi, mette sul tavolo una serie di argomenti che guidano. Tennis ricorda per esempio che i titoli prima dell’era Open [1968] sono difficili da valutare. Era un tennis senza soldi, amatoriale, dove alcuni grandi come Ellsworth Vines, Don Budge, Bobby Riggs, Jack Kramer, Pancho Gonzales, Frank Sedgman e Tony Trabert hanno giocato pochi Slan prima di diventare professionisti. Era un tennis nel quale Rod Laver ne ha vinti 11, ha completato lo Slam due volte [62 e 69], ma in mezzo ne ha saltati 24, per i suoi 6 nel circuito pro.
Anche dopo l’arrivo dell’età Open esistono degli asterischi di cui tenere conto. Bjorn Borg ha giocato a Melbourne solo una volta e Jimmy Connors due.
“Che ci crediate o no – scrive Ducker su Tennis – per molti anni eventi come il torneo indoor a Philadelphia e come quello di Roma sono stati molto più importanti dell’Australian Open”.
Poi è arrivata quella che chiamo “l’era delle sfere di influenza”. Dagli anni ’80 fino agli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, le superfici erano piuttosto diverse l‘una dall’altra, così come gli stili di gioco, in una sorta di specializzazione che impediva accumuli massicci di titoli. C’erano in giro giocatori alla Edberg e Becker prima, alla Sampras poi, che non vincevano su terra. Oppure giocatori come Lendl che non vincevano a Wimbledon. Jim Courier finalista in tutt’e quattro gli Slam era un’eccezione, e nessuno oggi si sognerebbe di metterlo fra i più grandi di sempre, non tra i primi-5, forse nemmeno tra i primi-10. Solo Andre Agassi li ha vinti tutti e quattro in quel periodo. Eppure, continua Tennis nella sua analisi, abbiamo avuto formidabili giocatori da fondo campo come Sergi Bruguera, Thomas Muster e Gustavo Kuerten. “Eccellevano al Roland-Garros e non lasciavano segni altrove.
Quella che Tennis chiama “L’età dell’Impero”, i giorni in cui sono arrivati Federer, Nadal e Djokovic, “tre superbi concorrenti con un eccellente gioco di gambe, disciplina, colpi, forma fisica e una vocazione incessante al miglioramento”, si è manifestata quando sono mutate le condizioni. Quando il campo di Wimbledon è diventato più lento e quello del Roland-Garros più rapido, quando palle e racchette hanno uniformato il gioco rendendo tutto un po’ simile al cemento. Sono nati gli universali.
Prima di loro, continua Tennis nella sua analisi, abbiamo assistito a picchi di grandezza. Le 82 partite su 85 vinte da John McEnroe nel 1984. La supremazia di Ivan Lendl nel 1986 e nel 1987. Pete Sampras che ha chiuso l’anno al primo posto in classifica per sei volte consecutive, record tuttora in piedi. Sbalorditivo fu Borg – che in quel contesto di difformità di superfici vinse sia cinque Wimbledon sia cinque Parigi. Ci sono stati i tre quarti di Slam di Connors [1974] e di Wilander [1988], prima che riuscisse di farlo a Nadal, Federer [tre volte] e Djokovic.
Tennis non vuol dire chi sia stato il più grande. Ma la mette così.
A chi affidereste la racchetta per giocare una partita in cui sia in palio il destino del pianeta?
Bello, dai. Messa così è bellissimo.
Mmm. Mumble mumble. Vediamo.
Oh, ve lo dico subito. Federer non c’è.
Non cominciamo, eh. Federer non c’è.
Prima di arrivare alla Mozione Amedeo Nazzari, Tennis esamina il dilemma passando da grandi battitori come Gonzales e Sampras, per arrivare all’immancabile Laver e allo stratega John Newcombe.
Cita la famiglia dei “grintosi guerrieri” come Connors e Nadal. E poi alla fine – oh alla fine non lo dice ma ce lo fa capire – alla fine scrive che “sicuramente Djokovic merita un posto a questo tavolo”. Perché ha battuto due volte Federer da due match point sotto in semifinale agli US Open un decennio fa e l’ha rifatto in finale a Wimbledon 2019. Così come ha cancellato due set di vantaggio a Tsitsipas nella finale per il suo secondo titolo al Roland-Garros.
“Di volta in volta, Djokovic ha dato il meglio di sé quando contava di più, Con il passare degli anni, sarà interessante vedere come Djokovic continua a ridefinire la grandezza”.
Sta’ a vedere che questa qua ci risolve pure il problema del riscaldamento globale.
64 I tornei vinti da Federer, Nadal e Djokovic da Wimbledon 2003, quello in cui Roger ha aperto l’Età dell’Impero [da oggi la chiamiamo così]. Sessantaquattro su 78 complessivi, l’82.1 percento.
titoli | Repubblica: “Green pass falsi, il medico inguaia Madame e Giorgi” – La dottoressa: “Nessuno della famiglia della tennista è stato vaccinato” E sulla cantante: “Mai vista prima, ma conoscevo i suoi genitori”
◇ L’Équipe: “La sfida di Marion Bartoli” – La vincitrice di Wimbledon 2013 è stata l’allenatrice a tempo pieno di due giovani indiane per un anno. L’opportunità per lei di applicare i suoi principi di formazione. Sei giorni alla settimana, tra le cinque e le sei ore alla settimana, l’ultima francese titolata in un Grande Slam va al Patel di Dubai, dove si è stabilita con la sua famiglia. Allena la giovane Pallavi (13 anni) e sua cugina Hursh (12 anni), figlie di ex giocatori della Virginia Tech, università americana. Un progetto in cui si è lanciata a fondo e con convinzione.
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