| Che forza, un’aliena! Avete conquistato la Terra?
No, ho un contratto a termine
da Futurama
Non sono più imprendibili, forse sono loro che adesso inseguono. I maestri americani della NBA sono stati per decenni un mito irraggiungibile, anche per una certa scarsità di confronto. Gli alunni sparsi per il mondo si sono messi a studiare. Hanno imparato, hanno preso la valigia, hanno accettato la sfida attraversando l’Oceano. Adesso stupiscono gli americani stessi in casa loro. La prestazione dell’altra notte di Luka Dončić è l’ultima meraviglia che accompagna un dubbio: se l’All-Star Game si giocasse tra USA e Resto del Mondo, siamo proprio sicuri che vincerebbero loro?
Fece un discreto rumore la vittoria del Barcellona sui Lakers nell’estate del 2010. C’erano 17mila spettatori al Palau Sant Jordi, era un tour promozionale, altre 8 squadre NBA avevano perso in amichevole nei 78 precedenti. Ma quelli erano i Lakers, e vederli chiudere una partita quattro punti sotto i campioni d’Europa, con un Kobe Bryant da 2 su 15, zero su 6 da tre, era molto di più di un risultato. Era l’annuncio di qualcosa, una profezia.
Ora siamo con i piedi dentro una NBA che da 4 anni assegna il titolo di MVP a un giocatore europeo, due volte a Giannis Antetokounmpo, un greco nato da immigrati nigeriani, due volte a Nikola Jokić, un serbo della Vojvodina che si sente a casa soprattutto dal post basso.
Adesso, dice John Hollinger su The Athletic, il basket NBA ha due problemi. Il primo: ha un solo titolo MVP e un mucchio di pretendenti. Il secondo: i pretendenti non sono quasi mai americani.
A Nikola Jokić e Giannis Antetokounmpo, bisogna aggiungere Joel Embiid, che ha appena superato una leggenda del passato come Wilt Chamberlain per numero di partite da 40 punti con la maglia di Philadelphia. Embiid è il centro camerunese che nel giro di pochi mesi ha preso sia il passaporto francese sia la cittadinanza americana. Deve solo scegliere con quale maglia andare ai Giochi di Parigi.
Bisogna aggiungere soprattutto questo Luka Dončić da 60 punti, 21 rimbalzi e 10 assist visto contro i Knicks. “Leggendario” secondo Sportando. Uno show che vale i 100 punti di Wilt Chamberlain o gli 81 di Kobe Bryant, “un instant classic da consegnare alla storia” secondo Davide Chinellato, a lungo firma del basket americano per la Gazzetta prima di trasferirsi al seguito della Premier League di calcio. “È già l’europeo più forte di sempre in Nba?” si domanda la Gazzetta, parlando di confronti con Nowitzki, Sabonis, Petrovic, oltre ai contemporanei.
Ieri mattina Slalom ha fatto in tempo ad accennare alla sua impresa, accompagnata da una dichiarazione che si inserisce all’ultimo istante tra le candidate a frase dell’anno.
| “Con quel caratteristico sorriso da un orecchio all’altro, incorniciato sul suo viso angelico, un po’ arrossato dallo sforzo” – scrive El Pais dalla Spagna, dove lo conoscono bene per averlo visto nel Real Madrid fra 2015 e 2018 – al giornalista che al microfono gli chiedeva cosa provasse, Dončić ha risposto: «Sono stanco. Ho bisogno di una birra».
Roberto De Ponti sul Corriere della sera dice che “nemmeno Forrest Gump sarebbe riuscito a concepire una frase del genere a fine partita”.
Dončić aveva appena deciso che a New York non sarebbero bastati 9 punti di vantaggio a 33.9 secondi dalla fine. Negli ultimi 20 anni, nessuna squadra su 13.884 avevano mai rimontato da una simile buca in così poco tempo. Per la semplice ragione che non avevano Dončić. Con poco più di un secondo da giocare, ancora sotto per 112-115, lo sloveno è andato sulla linea del tiro libero. Ha segnato il primo e poi ha realizzato che la matematica non è un’opinione nemmeno per il più geniale dei giocatori di pallacanestro. Aveva una sola via d’uscita. Ha sbagliato di proposito il secondo libero, per permettere a un compagno di prendere il rimbalzo e segnare due punti anziché uno. Ecco – come dirlo – il rimbalzo l’ha preso lui, e “in aria, prima di toccare terra – sono di nuovo parole di El Pais – ha segnato il canestro del pareggio”, raggiungendo la sua 53esima tripla doppia in NBA, la settima della stagione, il secondo più giovane di sempre a farlo [23 anni e 302 giorni] dopo Oscar Robertson, più precoce di Magic Johnson.
| Ha scritto Tim Cato sul magazine americano The Athletic che la NBA esiste da più di 75 stagioni e il suo basket “oscilla tra risultati statistici estremi. Alcune delle esibizioni più sorprendenti – leggiamo – offrono ogni giorno frasi come la prima volta che succede dal 1978 oppure il primo giocatore a farlo dai tempi di Wilt Chamberlain. Ma nessuno – nessun giocatore che abbia mai messo piede in questo campionato, in nessuna partita che sia mai stata giocata – aveva segnato almeno 60 punti, preso almeno 21 rimbalzi e servito almeno 10 assist. Nessun individuo tra i quasi 5.000 che sono passati in NBA. Nessuno fino a Luka Dončić, nessuno fino a martedì”.
Ecco perché col microfono quello insisteva: dicci che provi, dicci che pensi, dicci come hai fatto. Non lo so, ha risposto Dončić, voleva una birra, e secondo The Athletic questa cosa ha un termine teologico, si chiama immanenza, “descrive qualcosa di divino che si manifesta attraverso il mondo materiale che vediamo”.
Massimo Basile su Repubblica racconta che “nella storia sono stati fraintesi Pitagora, Socrate e Galileo, ma Doncic non corre questo rischio. Kevin Garnett ha chiesto a Dallas di fargli una statua, Pau Gasol ha scritto «irreale », Kristaps Porzingis «questo tipo non è normale»”.
| Emanuele Atturo su Ultimo Uomo si domanda: “Quante volte, vedendo in azione Luka Doncic, abbiamo pensato: uno così non c’è mai stato? Del modo di giocare a basket di Doncic colpisce soprattutto una cosa: quando si muove sembra che il tempo attorno a lui rallenti. Quando attacca il ferro non ha la ferocia atletica di uno Ja Morant o di un Russell Westbrook dei tempi bellissimi; trova e gestisce gli spazi andando a una velocità non elevata, ma il suo controllo di palla e del corpo è di una qualità tale che per la difesa intervenire è quasi impossibile. Da un certo punto di vista ricorda un altro slavo diventato una star andando metaforicamente a due all’ora: Dejan Bodiroga”. Un effetto slow motion, dice, che fa sembrare i difensori degli incapaci. “È una specie di stregoneria”.
Ora, diciamo che per arrivare all’anello Dallas avrebbe bisogno almeno di un buon secondo violino, perché Nikola Jokic a Denver, Giannis a Milwaukee e Joel Embiid ai 76ers non sono soltanto dei solisti. Come non lo è Jayson Tatum a Boston, l’unico USA che al momento pare possa negare il quinto titolo mvp consecutivo a uno straniero. Il Giornale arriva a definirlo “uno spreco” e Tuttosport con Piero Guerrini aggiunge che sì, può darsi pure giochi da solo, ma “non c’è un antidoto per Luka Magic. Ci sono squadre che ormai lo raddoppiano appena riceve palla, ma lui è in grado di vedere con il radar, non con gli occhi, qualsiasi suo compagno”.
Figurarsi se ci fosse una squadra così, con Ben Simmons play, Nikola Jokic centro, una liquidità più o meno ordinata in Dončić, Embiid e Antetokounmpo. Riserve? Quante ne volete. Schröder e Dragic in regia, Fournier e Bogdan Bogdanovic nel settore dei piccoli, Porzingis e Sabonis tra le ali grandi, Gobert Vucinic e Nurkic tra i lunghi. Facciamo che concediamo ai canadesi di unirsi agli USA: siamo sicuri che il resto del mondo perderebbe la partita?
CADUTE LO SFOGO DI LEBRON ► Se ci fosse nei paraggi di queste righe il canadese Denys Arcand, regista di Il declino dell’impero americano [1996] e di La caduta dell’impero americano [2018], farebbe notare che questa discussione avviene proprio mentre stanotte LeBron James a Miami, “seduto da solo all’estremità della panchina dei Lakers durante un timeout, con le maglie ritirate dei suoi ex compagni di squadra Chris Bosh e Dwyane Wade appese sopra la sua testa” [Los Angeles Times] si è messo a rimuginare. I Lakers hanno perso la loro 21esima partita su 35 per 112-98. Sono terzultimi a Ovest.
| A due giorni dal compleanno numero 38 LeBron ha confessato di avere «più pensieri differenti. Penso a quanto ancora giocherò. Penso che non voglio finire la mia carriera in una squadra di questo livello. Potrei ancora competere per l’anello, perché so cosa posso portare a qualsiasi club con i pezzi giusti».
Ma i pezzi giusti sono altrove. Rohan Nadkarni su Sports Illustrated dice che Dončić è certamente “il miglior one-man show della NBA, la persona che ha maggiori probabilità di battere la sua tripla doppia da record, ma trovare differenze tra tutti questi grandi giocatori attuali per il titolo di mvp, sarà un compito da pazzi. Lasciamoci stupire da tanto talento”.
Oh, sia chiaro per l’edizione del 2024 aggiungiamo pure il francesino Victor Wembanyama – che stasera gioca l’All-Star Game del campionato suo – e Paolo Banchero, se davvero vuole stare da questa parte. Perché come direbbe il bimbo sulla Strada di McCarthy, siamo noi che portiamo il fuoco.
New York Times: “Rudy Gobert non è preoccupato per le persone che aspettano che fallisca” – È stato dominante a Utah, ora lui e i Minnesota Timberwolves stanno faticando a capirsi. Lui sente le chiacchiere e le ignora.