Il Re ragazzino che portò il calcio a tutti. La morte di Pelé

Meglio di lui, forse Gesù. E qualche volta Dio

César Luis Menotti

 

Edson Arantes do Nascimento, per tutti Pelé, è stato l’unico nella storia del calcio ad aver vinto tre volte la Coppa del mondo [1958, 1962, 1970] e uno dei cinque della storia ad aver fatto gol in due finali. Fino al 1965, quando aveva 25 anni, andava a una media di 1,25 con 521 gol in 407 partite. In Nazionale ne ha segnati 77 in 92 presenze. Lo chiamavamo O Rei. 

 

È stato il Santo[s] di una sola chiesa e l’astronauta di un nuovo Cosmo[s]. 

Ogni volta che Pelé segnava, si staccava dal pianeta Terra. Gli restavano il cielo sopra il pugno chiuso e un piccolo vuoto sotto i piedi, in aria. Oplà, un saltello e festeggiava. Un’esultanza che lo lasciava sospeso a galleggiare nello spazio, prima che Yuri Gagarin ci andasse per davvero e dopo che dal viaggio tra le stelle fosse tornato Neil Armstrong. Un gol e un decollo, un decollo e un gol, così per oltre mille volte dice lui, e la notte della millesima fu la folla a sollevarlo dal suolo che calpestiamo noi umani, mentre in quello stesso giorno Charles Conrad e Alan Bean passeggiavano sulla Luna, il terzo e il quarto uomo nella storia, con la missione Apollo 12. 

Era come se con quella posa – il saltello, il pugno, la sospensione in aria – Pelé potesse fermare per un istante il tempo, il vero potere da cui si riconoscono i più grandi. Nel suo ufficio di Itahim Bibi a San Paolo, sopra la sua scrivania, teneva la statuetta di un bellissimo Cristo, giovane, sorridente, un ragazzo pieno di energia, non un re ferito sotto una corona di spine, un atleta con le braccia aperte come al Corcovado e non inchiodate su una croce. Aveva detto a France Football di preferirlo così, il suo Dio, perché stava meglio dentro il cammino di vita che si era scelto. Un mondo celeste, lontano dai Giuda e i Goikoetxea. 

 

È morto pochi giorni dopo Natale, undici dopo la finale dei Mondiali, il torneo che lo riportava in mezzo a noi ogni quattro anni, che lo aveva reso un uomo-museo e che gli ha dato la vita eterna. Tutto può essere raccontato come un equivoco, intorno al Re Pelé. Sin dal primo pianto. Non era venuto al mondo il 23 ottobre del 40 come sta scritto sul certificato, forse due giorni prima, forse due giorni dopo, non si sa. Non si chiamava neppure Edson, il nome venne amputato di una i sull’atto di nascita. Un malinteso è il suo soprannome di Pelé, ereditato dal padre e da un vecchio portiere del Vasco da Gama. L’originale Bilé finì storpiato sulla sua bocca da bambino, primo in Pilé e dopo nel bisillabo più famoso al mondo. Ha avuto quasi certamente più dei 7 figli che gli sono riconosciuti e meno illibatezza di quanta gliene venga attribuita. Del suo gol più bello non ci sono immagini e la sua rovesciata più famosa era una finzione. I suoi gol non sono stati 1.281, ma in fondo è sempre importato più a lui che a noi. Era l’ingordigia di chi ha conosciuto il piatto vuoto. Anche Arthur Friedenreich ne ha segnati mille, ma i re siedono sui troni, non si mettono a contare le monete. 

L’ha detto al posto suo il poeta Carlos Drummond de Andrade: «Non è straordinario fare mille gol come Pelé. È straordinario farne uno come Pelé». Come racconta Le Monde stamattina, di lui abbiamo celebrato anche gli errori, l’unico calciatore i cui fallimenti sono stati elevati al rango di capolavori. Come il pallonetto da cinquanta metri perché il portiere ceko Ivo Viktor era lontano dai pali: fuori di pochi centimetri. Come la finta, il ponte, o come diavolo si chiamerà, che fece a Ladislao Mazurkiewicz, quando lasciò scivolare la palla alla sinistra, aggirò il malcapitato sulla destra e incrociò il tiro: troppo, di nuovo fuori. Come il colpo di testa schiacciato in terra su cui Gordon Banks costruì il mito della parata del secolo. Ha reso indimenticabili tre ottimi portieri. Ha dato a Tarcisio Burgnich un riflesso di fama dentro una foto iconica.Perché Pelé illuminava, bastava passargli vicino per salire di energia ha detto una volta Mario Sconcerti.

È questo che ti fa diventare O Rei. Uno solo. Lui. Nessun altro. Tutto il resto, Pelé, che cosa conta. 

 

 

peh-LAY La corretta pronuncia del suo nome secondo il New York Times

Il significato di Pelé

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Un punto di riferimento. Un’unità di misura. Ecco che cosa è stato Pelé, secondo la Folha di San Paolo, uscita poco prima dell’invio di questa newsletter con un inserto di 20 pagine dedicate al suo campione. Luís Colombini, autore delle biografie di Gustavo Kuerten e di Mauricio de Sousa, scrive che è stato l’uomo che ha aperto porte di ogni tipo. Pelé era in carne e ossa, ma non era come gli altri. Una volta, attraversando la dogana negli Stati Uniti, si rese conto di aver perso il passaporto. Passò con un autografo.

Tostão, suo compagno in Nazionale nel 70, oggi editorialista del quotidiano brasiliano, ha scritto: Quando voglio sentirmi orgoglioso e importante, dico che ho giocato con Pelé. Mi ha dato l’impressione che il genio e l’essere umano fossero la stessa cosa

 

LA MODERNITA Le pagine per Pelé su L’Équipe sono 23 e Régis Dupont ricorda che nel 1981 il prestigioso quotidiano sportivo francese scelse lui come atleta del secolo. 

I nostri colleghi anziani – dice – si sbagliavano. Il terzo millennio è appena iniziato e anche lo storico sfarzo del duello tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo non ci fa venire dubbi. Pelé è il più grande, da sempre. È ovvio stamattina e sarà ovvio nel 3000 dopo Cristo. Prima di Pelé ci sono stati grandissimi giocatori, dopo di lui ce ne saranno molti altri, ma Edson Arantes do Nascimento è l’uomo che ha portato il calcio nell’era moderna. La tecnica, la velocità, la forza atletica, questa forma di sinfonia e armonia nel suo modo di giocare, tutto ciò costituiva una sorta di meraviglia originale. La televisione era appena entrata nelle case, il 10% delle persone ne era provvista in Francia nel 1958, quando al centro dello schermo in bianco e nero, danzò un attaccante nero che spiegava al pianeta perché il paese del futebol fosse il Brasile.

 

IL PRIMOSantiago Segurola sullo spagnolo As dice che a un certo punto, il calcio si è diviso in due epoche: prima e dopo Pelé. Ha spinto la natura del gioco a espandersi, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, l’ha portata in altri continenti, posseduto da una mistica sacra. Quell’espansione reclamava un prescelto, un calciatore prodigioso mai visto prima, destinato a provocare il delirio universale. Voglio dire, reclamava Pelé.

| E il football futitola Libération in Francia, riconoscendo appunto a Pelé, al di là del suo genio di giocatore, un’importanza storica nell’affermazione del calcio come fenomeno planetaro.

Ha scritto Gregory Schneider che la globalizzazione del gioco è lui. La gioia che ne emana è ancora lui. La sua mercificazione è ancora lui: è stato il primo a fare fortuna con il proprio nome e la propria reputazione. L’innocenza del calcio era lui, volata via quando si è ritirato con i dollari dei Cosmos

| Emanuela Audisio su Repubblica stamattina: Leggerete che Pelé è stato l’infanzia del calcio, quello in bianco e nero, anzi color seppia, come i ricordi, quello molto passato. Non è vero: Pelé è stato il futuro, ha fatto tutto prima degli altri, ha pianificato calcio, gol, carriera. Prima che esistessero i brand, lui è diventato patrimonio nazionale del Brasile. Pelé, il bisillabo più famoso dello sport, ha anticipato un’epoca. Non ci sarebbero Ronaldo, Messi, Neymar, Mbappé senza di lui. E nemmeno Federer, Woods, Hamilton, LeBron. Non ci sarebbero campioni che firmano contratti per cambiare marca, incidere dischi (due con Elis Regina, la Mina brasiliana), fare film, tv, serie, sponsorizzare prodotti (lo ha fatto anche per il Viagra), vendere multiple fantasie, diventare logo. È stato lui a farci entrare nella modernità, nello sport versione intrattenimento.  Pelé aveva tutto: destro, sinistro, testa, fisico, classe, rapidità, spietatezza, senso del tempo. Un 10 e un 9 messi insieme. Un artista che ubriacava, stordiva e divertiva.

| Luigi Garlando sulla Gazzetta fa notare che il suo nome con quella elle in mezzo, rimbalzava come ball, come bola, come palla. Pelé è tutt’uno con il gioco, il vero creatore ha preso quella cosa inventata dagli inglesi, rozza come un ciocco di legno, e ne ha ricavato un violino. Tutto ciò che nel corso degli anni hanno fatto Best, Platini, Zico, Ronaldo, Ronaldinho… per spalancare gli occhi alla gente, sombreri, elastici, rabone, tunnel e diavolerie varie, Pelé le ha fatte per primo. È stato l’Adamo del gioco, anzi dio, il creatore. Così ci appariva anche perché non lo vedevamo quasi mai. Le vere divinità si sognano, si pregano, ma non si vedono.  Non gioca, danza. Futebol bailado. È così che il dio ha ricreato il calcio che gli inglesi avevano messo al mondo da una costola del rugby. Pelé ha immerso il gioco nella danza e ne ha fatto un’arte. Ha preso la ginga , passo base della capoeira , e l’ha fatta sposare con il pallone. Ha regalato al calcio il senso del ritmo, della musica e la sensualità del ballo

| Di elle e di sensualità scrive pure Marco Ciriello sul Mattino: Ha illuminato i giorni e le notti, gli stadi e le periferie, mostrando la sacralità del calcio, e anche se ora ci dicono che è scomparso, sappiamo che l’immortalità esiste e passa per un gol. Pe-Lé, quattro lettere, due coppie, tre mondiali. Dolce più di Lo-li-ta, che non ha l’accento finale e non salta, dribbla, segna, conquista

 

IL POLITICO Nel 1974 João Havelange vinse le elezioni per la presidenza della Fifa, ponendo fine al dominio britannico sulle poltrone del pallone. È in questo momento che Libération colloca il passaggio del calcio da una visione chiusa e conservatrice, dove era importante rispettare regole immutabili e codici, a un panorama aperto a tutti i mondi, nel quale ogni nuovo arrivato portava la sua sensibilità e la sua differenza. Attraverso il suo potere come giocatore e con il suo impatto in tutto il mondo, Pelé ha preparato questa transizione. È diventato il simbolo globalizzato del gioco, consensuale, a dire il vero anche un po’ vuoto, così come l’arrivo di Maradona avrebbe permesso poi di considerare il calcio concitato e rivoluzionario”

È stato Ambasciatore per l’ONU e per l’UNESCO, si è vantato di avere avuto un’azione positiva per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Libération si diverte a ricordare la sua propensione un po’ comica a scommettere sui perdenti quando gli veniva chiesto un pronostico, come la Scozia vincitrice ai Mondiali del 1978, tutti dettagli – scrive il giornale della gauche francese, che ci hanno distratto dal suo ruolo politico. Non un politico alla Sócrates o alla Romário, la nuova generazione, quella che ha giudicato duramente il suo silenzio durante la dittatura militare, fino ad accusarlo di complicità”.

Un politico che ha accettato l’incarico di ministro dello sport offertogli nel 1995 dal governo socialdemocratico di destra, guidato da Fernando Henrique Cardoso, il primo nero a ricevere un ruolo del genere nel suo paese. Lo lasciò dopo 40 mesi con il suo nome sotto una legge, oggi considerata una delle prime cause della fuga dei giovani calciatori brasiliani verso l’Europa. Un paradosso micidiale per chi dal Brasile non si mosse mai. 

 

UN MOSÈ NERO Cherif Ghemmour su So Foot lo difende: Negli anni ’60 segnati dall’indipendenza in Africa e dalla lotta per i diritti civili negli USA, Pelé è stato il primo a entrare nella schiera dei grandi leader neri della fratellanza mondiale, un predecessore di Martin Luther King, di Bob Marley e di Nelson Mandela. Nipote di Dona Ambrosina, il cui padre era stato schiavo nel Brasile del 19esimo secolo, Pelé ha restituito alla sua famiglia l’orgoglio e la dignità che erano stati calpestati. Una sorta di Mosè nero che ha guidato il suo popolo verso la redenzione e la resilienza e che si è imposto senza volerlo, come figura tutelare della diaspora. Peccato per gli idioti che non hanno mai smesso di criticare il suo apoliticismo e il suo sorriso da zio Ben

| Lawrie Mifflin sul New York Times dice che Pelé era amato in tutto il mondo, dai più poveri, tra i quali è cresciuto, e dai ricchissimi, nei cui circoli viaggiava. Ecco perché secondo Paul Quinio, ancora su Libération, non ci sono paragoni possibili con Pelé, perché è stato il primo. Il primo a incarnare il pubblico globale e il business. E proprio perché primo è stato al riparo dagli eccessi. È soprattutto a questa verginità che Pelé deve il suo status speciale. Pelé è una vergine globale a cui rivolgersi per cercare di mantenere la fede in questo fantastico sport.

Bruno Lesprit su Le Monde ricorda che il suo narcisismo lo portava spesso a parlare di sé alla terza persona singolare, a valutare la sua unicità con il metro di un Michelangelo o di un Beethoven, rari esempi, ai suoi occhi, di personaggi che avevano ricevuto come lui un dono di Dio. Come Elvis Presley per il rock, Pelé si sentiva un prescelto. Secondo l’esatta formula di Johan Cruyff, era l’unico calciatore oltre i limiti della logica

| Il Corriere della sera ha ripubblicato dall’archivio un brano di Mario Sconcerti. Quando aveva compiuto 80 anni nel 2020, di lui aveva scritto: Pelé dice che quando andrà in Paradiso spera che Dio lo tratti come lo hanno trattato tutti sulla Terra. Pelé è una delle pochissime buone leggende universali del dopo guerra, con Einstein, i Beatles e la Ferrari, forse Bob Dylan. Sorrideva comunque perché quello voleva sembrare, il simbolo tranquillo, gioioso, del calcio in Sud America e nel mondo. Più Maradona si accostava alla parte oscura, più lui si vestiva da Migliore. Ha coltivato con cura la sua leggenda, ne ha fatto un mestiere, apparire come un fuoriclasse deve essere, il sacerdote di un calcio buono. Sempre con vestiti brillanti ma classici, sempre con cravatte firmate e moderato champagne, un uomo di mondo inventato dal pallone, la parte ingenua, infantile del calcio, corretta e presentabile.

| Sempre due anni fa, Tony Damascelli sul Giornale scriveva appunto che Pelé non divide, non prevede fazioni, opinioni differenti. È il football riassunto in quattro lettere, è la storia del gioco esaltata in un dribbling, in un tunnel, in un colpo di testa, in una rovesciata, è la recita dell’artista nell’aria del mondo. Le sue cosce ipertrofiche, il tronco potente, la fulminea e felina rapidità dei movimenti, quasi accucciato sull’erba, lo rendevano diverso fra gli uguali. Siamo stati fortunati a essere schiavi noi di Pelé, riscatto di un ragazzo che ha regalato la realtà a un Paese, il Brasile, che conserva profumo e fascino lontani, il riscatto di un uomo che ha offerto sogni al resto dell’universo affollato dagli appassionati per questo sport unico

 

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I piedi di Pelé

 

 

Il giornale spagnolo As ha messo in prima pagina i piedi di Pelé, nella fotografia di Anne Leibovitz. L’ha preferita a tutti gli scatti in cui il Re è vestito da qualcosa, da numero 10, da icona del calcio, da stella del Brasile, da ministro dello sport, da testimonial di qualcosa, da ambasciatore. Non è in posa con Ford, con Carter, con Obama, con Mandela, con Gorbaciov, con i papi, con Brooke Shields, non gioca a biliardino con Zidane e con Diego. È solo. È scalzo. C’è la nudità della sua arte, i ferri del mestiere, la parte del corpo più sconcia tra i giocatori, le ossa distorte, le unghia consumate.

Per restituire dignità al piede ha scritto cinque anni fa un bel libro Vikash Dhorasoo, Comme ses pieds. Ne parlò con Gigi Riva su Repubblica. «In francese si dice di qualcuno che è coglione come i suoi piedi, o che si hanno due piedi sinistri. Messi è esaltato perché “ha le mani al posto dei piedi”. I piedi sono un peggiorativo, sono sporchi, si cammina con i piedi. Ma non è un controsenso giocare coi piedi. La forza di gravità fa sempre cadere il pallone per terra. Tutti gli altri sport con una palla si praticano con le mani. La palla appartiene a chi la controlla, sta più vicina alla testa e si vede cosa succede. Quando la hai tra i piedi è fuori dalla tua visione, non è mai completamente tua anche se sei Messi. Rotola, e ciascuno ha il diritto di andare a prendersela. È di tutti, e io sono contro la proprietà privata… Molti dicono che il football è popolare perché c’è bisogno solo di un pallone. No, lo è perché si gioca coi piedi. Ed essendo imprevedibile scatena la fantasia».

 

La sua infanzia

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Libération ha ricostruito la vita di Pelé in un lungo pezzo che ha per fonte la sua autobiografia, ed è il riferimento anche di queste righe. 

Nella cittadina di Três Corações, nella casa di famiglia, in una strada che oggi porta il suo nome, Dona Celeste faceva da capofamiglia. Suo padre Dondinho giocava per un club di quarta divisione, con i legamenti del ginocchio destro lacerati, per dare da mangiare a una famiglia di mixarias, che più o meno vuol dire meno di niente. Nel libro, Pelé lo descrive così: Penso che le volte in cui mi parlava, non eravamo solo padre e figlio, ma amici. Dondinho era un uomo di grande bellezza, con un fisico perfetto. Non quel tipo di fisico così ammirato negli Stati Uniti, dei frequentatori di pesi e manubri, tutto muscoli e spalle, ma un corpo flessuoso e dritto, un ventre piatto, braccia e gambe sinuose, la conformazione ideale per un calciatore. Dona Celeste si arrabbiava facilmente, lui era calmo, equilibrato, rifletteva sempre prima di esprimere un giudizio.

I primi ricordi di Pelé risalgono a un viaggio in treno fatto dalla famiglia a Bauru, dove i dirigenti del club locale avevano promesso a Dondinho un lavoro nel servizio pubblico, come ricompensa per la sua bravura in campo. Sarebbe diventato un argomento di eterne discussioni dentro casa. Dona Celeste rimproverava il marito di aver portato la famiglia in un vicolo cieco. Per consentire a suo figlio di andare al Santos dieci anni dopo, Dondinho avrebbe usato proprio questo argomento: Cogli la tua occasione. Non fare la fine di tuo padre. Così Dona Celeste non poté rispondere più nulla, perché l’incapacità di mio padre di guadagnare abbastanza – scrive Pelé nella sua biografia – era stato il suo argomento preferito per anni e anni. In una casa dove dormivano in sette dentro due stanze. 

| Il tetto era pieno di buchi, come un setaccio, ma a differenza di un setaccio non lasciava mai passare l’acqua, quindi non eri mai sicuro avere il materasso asciutto durante la stagione delle piogge torrenziali. Ma la povertà non era quel tetto che perdeva, né consisteva nel dover brancolare nel buio per trovare il saliscendi dei gabinetti e sedersi lì impauriti, chiedendosi cosa fossero gli strani rumori nella notte fredda. La povertà non era indossare abiti troppo larghi o stretti, non avere scarpe, dormire in cucina rannicchiati attorno alla stufa a legna. La povertà era chiedersi dove prendere i soldi per comprare la legna da bruciare. Povertà era odiare ogni pezzetto di legna sparita nella bocca affamata della stufa e doverla comunque alimentare. La povertà ti priva del rispetto di te stesso e della fiducia. La povertà è paura. Non la paura della morte, ma paura di fronte alla vita

Così nasce il bambino lustrascarpe. Aveva 7 anni. Dieci anni dopo, era Pelé. 

 

La sua epifania

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Quando il bimbo Pelé appare sulla scena, il Pallone d’oro è stato assegnato solo due volte.

La prima a Stanley Matthews, inglese. Ha già 41 anni e sembra soprattutto un premio alla carriera. Erano tempi di grandezze origliate.

Si dice che. Qualcuno ha visto. Si racconta.

Volendo attenersi ai fatti, Matthews ha una ventina di campionati alle spalle divisi tra Stoke City e Blackpool e non ne ha mai vinto uno. Ha una quarantina di presenze ufficiali in Nazionale con una decina di gol, due passaggi ai Mondiali con tre partite giocate e nemmeno una vinta

Pallone d’oro. 

Anche se in giro quelli che vincono si chiamano Kopa, Gento e Di Stéfano.

Proprio al señor Alfredo i giornalisti di France Football assegnano il secondo, siamo nel 1957, le Coppe dei Campioni del Real Madrid sono salite a due su due, la Coppa Intercontinentale che mette di fronte i più bravi d’Europa contro i più bravi del Sudamerica non esiste ancora. 

Quando il bimbo Pelé si manifesta ai Mondiali svedesi del 1958, questi sono i miti che occupano la scena e che Pelé è chiamato a superare

Ovviamente li supera.

Nel giorno del suo primo gol contro il Galles, Nino Oppio sul Corriere della sera annota che il gol è stato meraviglioso, scrive un dettaglio poi svanito (si chiama Santarosa, ma non è – stian tranquilli i dirigenti italiani – oriundo) e chiama ancora con il soprannome di Mazzola il centravanti José Altafini. Ma nell’articolo di vigilia della finale contro la Svezia, Pelé non è mai citato. Ha incantato, ma è pur sempre un ragazzino. [da Slalom del 24 ottobre 2020]

 

Nel pezzo scritto da Jacques Ferran quel giorno su L’équipe si legge: Si può pensare che senza l’incomparabile Garrincha, il Brasile, nonostante la sua classe superiore, avrebbe avuto qualche difficoltà a battere gli svedesi. La vittoria del Brasile è stata quella di un uomo prima che di una squadra. La difesa di ferro – zero gol subiti nelle prime quattro partite – organizzata attorno a Bellini ha messo in orbita la Seleção. Garrincha ha fatto il resto. Pelé – cresciuto bene tra i due, bambino prodigio 17enne, è stato ereditato da collettivo d’oro

Era un ragazzino che nel tempo libero – racconta la biografia – passeggiava in riva al Mar Baltico mano nella mano, in tutta innocenza, con una piccola svedese della sua età che veniva ad aspettarlo fuori all’albergo. Non si scambiarono mai una parola.

È il 1958. Non nasce solo il mito di Pelé. È l’anno in cui in un ristorante di Trastevere comincia la Dolce Vita, l’anno in cui al Vaticano inizia il pontificato di Giovanni XXIII, l’anno della prima incisione dei Beatles a Liverpool. 

 

SU RIMBALZI

          Quando Pelé diventò Pelé

Il 43esimo episodio del podcast Rimbalzi, prodotto e realizzato da Chora Media, era dedicato a fine novembre a Pelé, dal suo primo gol mondiale in Svezia contro il Galles nel 1958 al colpo di testa in finale contro l’Italia nel 1970. Su Spotify si trova a questo link | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme

 

Gigi Garanzini su La Stampa ricorda stamattina che il calcio in tv era agli albori. Qualcosa si era cominciato a intravedere ai Mondiali svizzeri del ’54, qualcosa in più sbucò dai teleschermi in bianco e nero quattro anni più tardi, a Svezia ’58 una volta entrato non ci furono occhi che per lui. Per la perfezione del suo movimento naturale nella corsa, nello stacco, nel governo del pallone, nella battuta. Per un’armonia suprema che era, alla fine, la cifra assoluta della sua unicità. Facendolo sembrare, già a quell’età, di un’altra categoria rispetto anche a due fuoriclasse come Didì e Garrincha che gli giocavano a fianco. Il più bello dunque, il più ammirato di sempre. Non necessariamente il più amato.

 

Pelé e Garrincha

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Se Pelé è davvero stato un’unità di misura come dice la Folha, questo è il primo paragone che gli è toccato. Con il leggendario 7 compagno in Nazionale. 

«Il guaio di questa finale è che noi non avevamo visto nessuna partita del Brasile prima. Loro invece ci conoscevano. Ma l’impressione che ha lasciato Pelè quel giorno non è nulla in confronto a quella che lasciò Garrincha. Sapete perché i campioni del passato sembrano più grandi di quelli di adesso? Perché allora giocavano con compagni più scarsi, e allora la loro luce brillava molto di più. Ma anche adesso che lo so preferisco il calcio degli anni ’50». Così parlò Nils Liedholm, intervistato da Corrado Sannucci per Repubblica del 5 novembre 2007

«Garrincha è stato il più forte giocatore del mondo, senza dubbio. Più di Pelé. Fu lui il vero costruttore della squadra brasiliana. Dopo, solo Eusebio può essergli paragonato». Sono parole di Luis Sepùlveda, intervistato da Daniela Cotto, la Stampa, ottobre 2003. Otto anni fa, su Repubblica, Gabriele Romagnoli raccontava che in Brasile nei sondaggi sul calciatore del cuore viene dopo Garrincha. Perché? Quello era cuore, lui cervello. In Europa è un simbolo, in Brasile no. Semmai lo è Socrates. Il Dottore si batteva per la gente, Pelé è andato al seguito di qualunque governo, dittatura o democrazia che fosse. Rappresenta il passato, la storia, non il presente, mai il futuro. Disse Romario: «È un poeta, quando tiene la bocca chiusa»

In Ode per Mané [Limina, 1996], Darwin Pastorin ha scritto: Pelé non avrà mai la pancia, lui è un Buffalo Bill riuscito: donne tante, belle donne, una è stata anche la fidanzata di Ayrton Senna. Pelé vuole sempre dominare la scena, – mi dice il vecchio giornalista, il taccuino zeppo di appunti, i capelli bianchi, gli occhiali spessi, da miope – Pelé deve arrivare per ultimo, come certe dive di Hollywood, c’è solo lui in cima alla scala della celebrità, gli altri sotto, ai suoi piedi Ovviamente sorridente, ovviamente giovane, ovviamente pronto a salutare, il pollice alzato, tutti e nessuno. Lo riconosci, Mané? È lui, è Pelé. Il diciottenne che in Svezia dimostrò al mondo che il calcio è favola. Tu eri già famoso quando lui, come te nato povero, diventò il cigno nero di una Nazionale superba. Il cigno nero. Tu, Mané, eri la pantera.

 

Pelé patrimonio del Brasile

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Eppure è stato Pelè a diventare patrimonio del Brasile. Attraverso un uomo d’affari, Pepe Gordo, aveva investito in un’azienda di attrezzature per l’edilizia e poi nella costruzione stessa, nell’acquisto di terreni. Tre anni dopo, Pepe Gordo gli dice che le cose stanno andando male. Il terreno comprato non era edificabile, i materiali da costruzione erano stati acquistati da proprietari disonesti, negli edifici tirati su in qualche modo nessuno voleva andare a vivere. Per evitare il fallimento personale, Pelé dovette firmare un contratto a lungo termine con il Santos. Così cominciarono i tour in tutto il mondo, mentre due Mondiali li saltò quasi del tutto per degli infortuni. Nel 1962 il Brasile vinse lo stesso con Amarildo al suo posto, capocannoniere. Nel 1966 uscirono presto, battuti dal Portogallo di Eusébio. 

Quando Pelé andò in luna di miele nel febbraio 1966, dopo aver sposato Rosemeri dos Reis Cholbi, corteggiato per una mezza dozzina di anni, il sindaco di Vienna andò a prenderlo in carrozza, in albergo. Papa Paolo VI lo ricevette nella biblioteca del Vaticano. Era già chiaro il divario tra le origini e quello che stava diventando, il pupillo del governo e del generale Olimpio Mourão Filho, comandante della Quarta Regione Militare, il militare che lanciò la rivolta armata da cui è nata nel febbraio 1964 la dittatura con la benedizione della CIA. Il musicista Caetano Veloso verrà sbattuto in prigione come il suo compagno Gilberto Gil. 

Pelé non è né a favore né contro. Lo ha spiegato in un documentario andato in onda all’inizio del 2021 su Netflix. Dice che stava spesso all’estero, che per i brasiliani lui faceva tanto giocando a calcio. La giunta usò la sua faccia per un francobollo. Le pressioni dei militari furono forti affinché allungasse ulteriormente il suo contratto al Santos, anziché andare in Europa. Pelé non ha mai confermato. 

| Emanuela Audisio su Repubblica racconta: Nel ’69 in Colombia un arbitro espulse Pelé, e il pubblico iniziò ad urlare e a infuriarsi, allora i suoi compagni spinsero l’arbitro nella porta e giù botte, così Pelé rientrò in campo e ad uscire fu l’altro. Nel 1967, invece, quando il Santos andò a giocare in Africa, c’era la guerra tra Zaire e Congo, ma per fare disputare la partita i due Paesi fanno la pace, a condizione che Pelé giochi un incontro a Kinshasa e uno a Brazzaville. Un capo tribù gli regala perfino una moglie: «Prendila, è tua».

| Gigi Garanzini su La Stampa dice allora che fu questo bando del governo a impedire, allora e per sempre, una gerarchia definitiva tra i tre, al momento, più grandi di tutti i tempi: perché gli altri due, Di Stefano e Maradona, con il calcio europeo si misurarono. Pelè no. Da qui la riserva mentale che in Brasile la sua incolumità fosse almeno entro certi limiti un parametro da rispettare: con un paio di controprove, indirette quanto significative. La prima al Mondiale cileno del ’62, quando la rudezza degli avversari lo costrinse sin dalla seconda partita a cedere il posto ad Amarildo. La seconda quattro anni più tardi in Inghilterra dove il bulgaro Zhecev lo timbrò al ginocchio all’esordio, e al rientro alla terza il macellaio portoghese Morais completò l’opera, mirando senza pietà al bendaggio sulla gamba dell’artista. Se anche Pelè, come Maradona, fosse passato nel frattempo attraverso fior di delinquenti calcistici come Goicoechea, quei due Mondiali li avrebbe magari giocati per intero.

 

Pensavo fosse un tramonto invece era un trionfo

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Stanno arrivano gli anni Settanta. Su un set televisivo, Pelé incontra il suo nuovo agente, Marby Ramondini. Gli apre le porte di una telenovela brasiliana, gli procura contratti per scarpe, biciclette, orologi, caffè, attrezzature sportive. Il 19 novembre 1969 è il giorno del millesimo gol al Maracanã. Pelé arriva ai Mondiali del 1970 in Messico come una superstar. Ma intorno a lui, il suo mondo scricchiola. Dà appuntamento ai suoi critici al campo per discutere con loro, certe volte si presenta armato, l’allenatore João Saldanha – giornalista – non gli piace. Viene licenziato quando si fa venire la tentazione di non convocarlo. La giunta impiega un attimo a sollevare dalla panchina un uomo di sinistra. 

Paolo Bugialli, inviato del Corriere della sera, scrive così alla vigilia del torneo. il 30 maggio del 70: 

Forse Pelé ha cominciato a venire a noia anche a se stesso. Pure gli onori, a lungo andare, stancano. È il faraone di un paese misero, il talismano di un popolo depresso, il dio di cento milioni di persone che, dal presidente all’ultimo mendicante, considerano il gioco del calcio una religione. Ha esaltato la sua gente con i “miracoli” e l’ha mortificata quando i “miracoli” non è riuscito a farli. È un idolo, e come un idolo è stato trattato: nella buona e nella cattiva sorte. Dopo la sconfitta del Brasile ai campionati mondiali d’Inghilterra, la sua casa fu sorvegliata dalla polizia, perché pareva volessero picchiarlo. Fra poco avrà trent’anni. Ha già detto che fra due anni smetterà di giocare. È sul punto di diventare una vecchia gloria, personaggio malinconico come tutte le vecchie glorie. Qualche giornale del suo paese ha scritto che non ha più lo scatto di un tempo, e sarebbe stato meglio se fosse venuto in Messico, anziché come giocatore, come uomo di pubbliche relazioni: per distribuire autografi, fotografie, per farsi intervistare. Il precedente commissario tecnico del Brasile, Saldanha, voleva lasciarlo fuori squadra, dicendo che è diventato un po’ miope per il bestiale sfruttamento cui è stato sottoposto. Questo tecnico, soltanto per aver espresso l’idea di lasciare a casa Pelé, è stato quasi accusato di deicidio, e ha perso il posto. Il gioco del calcio, in Brasile, è anche uno strumento politico: insieme al carnevale, serve al regime per coprire di fumo una quantità di magagne. Perciò Pelé è in Messico, e, adesso che il campionato deve cominciare, è ancora una stella. Può darsi che, attingendo alla sua classe miracolosa, possa esserlo anche quando il campionato sarà finito. Ma, per la prima volta da quando Pelé è Pelé, ciò non è garantito”.

 

Doveva essere un tramonto, invece è il suo trionfo. 

Alberto Polverosi sul Corriere dello sport-stadio ricorda stamattina la finale contro l’Italia. C’è ancora la foto nel corridoio del centro tecnico di Coverciano. Un’aquila in volo e il suo falconiere che si torce per afferrarla. Ma è tardi, l’aquila è già oltre le nuvole. Il falconiere tira tutti i muscoli del collo, non solo quelli dei polpacci, per arrivare fin lassù, ma ha capito che è un’impresa impossibile. Si mette per obliquo, ma niente da fare. L’aquila di Pelé spalanca le ali e resta sospesa nell’aria e nel tempo. È un attimo regale. Burgnich non può competere con chi abbatte le leggi della natura. Deve per forza arrendersi. Allora Pelé fa una cosa che non si è mai vista in un campo di calcio e mai più si vedrà: fa una finta di testa, mentre è in volo. Resta così a lungo per aria che, un attimo prima di girare in rete il cross di Rivelino in arrivo dalla sua sinistra, fa immaginare a tutti di mettere la palla sul palo lontano. È meno di una frazione di secondo, anche Albertosi forse è convinto che la palla finirà laggiù e non potrà prenderla. Invece Pelé decide di cambiare e la mette sul primo palo. E Albertosi non la prende lo stesso. Non è la rete decisiva eppure mezzo secolo dopo ce la ricordiamo prima di tutti gli altri quattro gol di quella partita. Perché lì dentro c’è Pelé, c’è la grandezza di un istante che supera i decenni, i secoli e i millenni

 

testimoni Sandro Mazzola

 ➣  Qual è il suo primo ricordo di quel giorno?

«Entrammo in campo per il riscaldamento e guardavamo soltanto lui, come si muoveva, cosa faceva. Gli osservai le scarpe, cercando di carpire chissà quale segreto, se avesse i tacchetti di gomma o di cuoio, come potesse accarezzare il pallone in quel modo. Inseguivo la risposta a un segreto che risposte non ha: si chiama arte».

 ➣  Voi due vi parlaste?

«A un certo punto, nel riscaldamento si avvicinò e mi disse: “So chi era tuo padre e tu sei degno di lui”. Mi mancò il respiro, quella frase mi paralizzò. Dopo, non ricordo nemmeno come la giocai quella finalissima». «Quando ci schierammo a centrocampo prima dell’inizio, eravamo ancora tutti lì a guardare Pelé. Era come giocare contro Dio, eppure mica eravamo ragazzini.

Un’emozione del genere non l’ho mai più provata in vita mia». intervista di maurizio crosetti, Repubblica

 

pareri Roberto Boninsegna

«Avevano cinque trequartisti – prosegue Bonimba -. Dal numero 7 all’11 c’era un concentrato di classe, eleganza e tecnica calcistica. Jairzinho, Gerson, Tostao, Pelé e Rivelino. Noi ne avevamo tre (Mazzola, De Sisti e Rivera) ma uno lo lasciammo in panchina Quando Pelé seppe che Rivera non giocava, si preoccupò. Se questi non mettono in campo il Pallone d’oro, disse, sono davvero forti». – intervista di carlo baroni, Corriere della sera

 

Pelé e Maradona

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Eccola che ritorna l’unità di misura. Per la domanda più abusata negli ultimi 40 anni di calcio. Pelé o Maradona? 

Per Schneider su Libération, a parte le comuni origini nello squallore, tutto li divideva. Quando Maradona frequentava gli emarginati del mondo, il leader cubano Fidel Castro, il potentato bielorusso di Alexander Lukashenko o il clan Giuliano, Pelé faceva vedere con Mastercard, Pepsi e marchi di orologi di lusso. Quando l’argentino bruciava la sua candela con una fiamma ossidrica e si faceva mettere un bendaggio gastrico in mondovisione, Pelé faceva visite discrete agli istituti di chirurgia estetica. Quando Maradona usava il calcio come arma politica, chiamando in causa la Fifa e la CIA come un Falstaff, Pelé stava sdraiato sulla pancia dei potenti. Pelé una volta disse di Maradona: «Non gli darei un passaggio in macchina nemmeno se lo sorpassassi in una giornata piovosa». Maradona ha risposto: «Se non mi fossi drogato, di Pelé non si parlerebbe più». Eppure i due si adoravano – sottolinea Libération – c’è una bellissima foto dell’aprile 1979 in cui Maradona, affascinato e intimorito, fissa le dita di Pelé mentre quello suona una chitarra. Per farsi sentire dalla sua gente, Maradona ha usato il calcio come megafono. Ma è stato Pelé, O Rei, a darglielo. Il gioco preferito dagli uomini deve a lui il suo pubblico planetario, la sua genialità, questa appartenenza originaria al subcontinente sudamericano che non tramonterà mai del tutto, questa miscela di innocenza e di gioia che controbilanciava l’egemonia culturale americana del secondo dopoguerra

 

Darwin Pastorin su Huffington Post scrive: Il migliore del mondo, certo. Prima dell’arrivo del Borges della pelota: Diego Armando Maradona, e il mondo, a quel punto, si divise. Ora, i due assi sono diventati eterni, alla pari. E il calcio dell’epica è terminato, definitivamente: per la nostra profonda, lacerante nostalgia. Dieguito fu l’urlo dei disperati e degli emarginati, il ribelle che sempre si è schierato contro il Potere, anche nei giorni del labirinti e dello smarrimento. La Perla Nera fu la voce di tutti, la saggezza, le parole chiare e le ferite racchiuse nella sfera del privato.

Nell’ottobre del 2010, in occasione dei 70 anni di uno e dei 50 anni dell’altro, Gianni Mura scrisse sul Venerdì: Finché si trattava di Coppi e Merckx, la risposta era automatica: Coppi è stato il più grande e Merckx il più forte. La grandezza è qualcosa che sfugge anche agli stessi numeri. Pelé segna un gol a partita e Maradona uno ogni due. Pelé è diventato un uomo-immagine della Fifa, una sorta di ambasciatore del pallone, grande amico di Henry Kissinger e di Sepp Blatter. A modo suo, un uomo di potere Maradona è stato il grande campione e il cattivo ragazzo (sottaniere, drogato, frequentatore di feste della camorra) ma uno dei complimenti più centrati gli viene da un avversario (in panchina, Arrigo Sacchi): «Giocare contro Diego era come giocare contro il tempo. Sapevi che prima o poi lui avrebbe segnato, o fatto segnare». Ha anche fatto sognare, più di Pelé, che rappresentava la perfezione e giocava nella squadra più forte, il Santos. A Napoli ha cambiato un copione che sembrava già scritto a favore delle potenze (calcistiche ed economiche) del Nord. Pelé giocava un calcio forse più bello, ma con meno allegria. Va anche ricordato che il calcio in tv era assai meno presente e quindi Pelé lo si poteva ammirare solo ai mondiali (nel 1962 e nel 1966, segnati da sistematici pestaggi avversari) o in qualche amichevole giocata in Italia dal Santos. Maradona l’abbiamo visto di più e una cosa si può dire serenamente: regalava consapevolmente allegria, non buoni esempi. Poi, ognuno è libero di perdersi (e ritrovarsi) come gli pare, ma se oggi affermo che Diego è stato più grande di Pelé è perché mi riallaccio a quello che dicono in Brasile. «Se parlate di Pelé, la gente si toglie il cappello. Se parlate di Garrincha, piange. Era l’alegria do povo, l’allegria del popolo».

Mario Sconcerti pensava che oer definire la sua storia sul campo bisogna evitare di paragonarlo a Maradona. Erano due giocatori diversi, unici, le cui qualità a confronto sono sempre state soltanto opinioni. Erano un tesoro inestimabile, tra loro potevi scegliere a occhi chiusi, non sbagliavi mai, eri pronto per vincere.

Fabio Bianchi sulla Gazzetta di stamattina dice che il giochino con loro funzionava alla perfezione: brasiliano contro argentino, l’eterna rivalità; un uomo più funzionale alle istituzioni, contro il Che Guevara del pallone, il rivoluzionario che andava contro gli organi del calcio, il bad boys che si lasciava anche andare agli eccessi. Almeno questo era l’immaginario collettivo. Ma anche Pelé, per dire, sapeva trasgredire

Ne scrive stamattina anche Maurizio De Giovanni su La Stampa: Tutti noi che oggi piangiamo la fine di un tempo, la conclusione di un’epoca, siamo consapevoli di averne fatto parte. Di essere stati in volo e in sospensione per colpire di testa, vincendo un mondiale non contro avversari ma contro il diventare vecchi. Siamo certi che entrambi, il brasiliano e l’argentino, hanno vissuto una parentesi all’interno di un sogno e che il sogno eravamo noi. È questo che ne scolpisce la grandezza, è questa l’unicità che nessun Ronaldo e nessun Messi, nessun Mbappè e nessun Pincopallo che calcherà i terreni semisintetici di ultima generazione potrà mai replicare. Perché, vedete, nessun video tridimensionale avrà mai lo spessore di un sogno. Dice che Pelè, ci raccontavamo alle elementari, ha segnato con una rovesciata da metà campo. Dice che Maradona ha dribblato tutti e undici gli avversari, e pure un paio di compagni, ci confidavamo nei cortili delle ricreazioni. Dice che Pelè ha segnato palleggiando e senza far toccare terra al pallone per quaranta metri. Dice che Maradona ha fatto due gol di rabona nella stessa partita. Non conta niente la verità, sapete. Conta quello che serve al cuore per volare. Che è poi l’unico motivo per cui oggi piangiamo la fine del nostro tempo, dell’epoca dolcissima dei nostri sogni. Perché ieri, con quel re brasiliano, ha chiuso definitivamente gli occhi una parte del nostro cuore che aveva le ali”. 

Paolo Condò su Repubblica considera che la verità sui confronti e sui GOAT è che Messi lo vediamo giocare in tv tre volte alla settimana, di Maradona ricordiamo gli highlight delle partite di campionato o di nazionale, di Pelé conserviamo in memoria esclusivamente il Mondiale del ’70. O meglio la finale, con la straordinaria elevazione per segnare l’1-0 sul salto disperato di Burgnich e i due assist perfetti per il 3-1 di Jairzinho e il 4-1 di Carlos Alberto. Una prestazione da 10, di numero e di fatto, che gli portava il terzo titolo mondiale in bacheca e la conferma visiva di ciò che in gran parte era tradizione orale.  È anche per questa scarsità di materiale che Pelé più di altri, e da ben prima di questo congedo, merita di essere definito una leggenda: perché è stato descritto, narrato e ammirato come se fosse circondato da una nebbiolina che ne rendeva labili i contorni ma eroici i gesti

 

L’ode di Gianni Brera per Pelé

Dolce, chiara è la notte e senza vento. Pronunciate le comunissime parole di questo che è fra gli endecasillabi di più limpida trasparenza. Continuate: e cheta sovr’ai tetti e dentro gli orti… È mia nonna che parla affacciandosi nottetempo alla finestra. Mia nonna analfabeta e grande. Posa la luna e di lontan rivela – serena ogni montagna. Sapete che è Giacomino: ha il Parnaso fra le scapole, e i coglioni dicono che è gobbo. 

Bene: adesso guardate Pelé. Dolcechiaré: ha alzato il piedino prensile: la notte: la palla si è fermata al primo contatto e senza vento: ricade ammansita sull’erba: un piedino prensile l’accarezza mentre l’altro spinge: echetasovraitetti: accorreva un avversario: si è coricato come un birillo: tettiposalà: avanza un altro: piroetta; lalùna: ecco un compagno smarcato: oppure, ecco una nuova battuta di dribbling: si corica il secondo birillo: o magari no, questa volta il birillo non si corica e vince il tackle: Pelé ha sbagliato il dribbling: capita: anch’io ho dimenticato: sovr’ai tetti e dentro gli orti. Ripetizione: posalalunedì lontàn e rivèla: ora parte Pelé in progressivo. Serenognì montàgna. Correndo, senza sforzo apparente, ha fissato i bulloni in terra ed ha scaricato fulmineo la pedata: ha mirato, si è visto: mentre correva ha mirato e battuto a rete. Serenognì montàgna. Punto. Gol

Mi dico di non aver mai visto nulla di simile. Gli dedico epinici. Mi esalto e lo esalto. L’ho veduto far questo: coricare tre birilli e battere di sinistro sul portiere: palla che schizza verso il fondo: prima che esca, continuando la corsa, Pelé compie un gran balzo e ricade col sinistro sulla palla: la colpisce a volo, in modo che s’infila tesa e bassa in diagonale. O Gòngora ti cheta, ch’io non son poeta. Se avete capito “dolce chiara è la nottesenzavento” non ho bisogno di proseguire. Pelé vede il gioco suo e dei compagni: lascia duettare in affondo chi assume l’iniziativa dell’attacco e, scattando a fior d’erba, arriva a concludere. Mettete tutti gli assi che conoscete in negativo, poneteli uno sull’altro: stampate: esce una faccia nera, non cafra: un par di cosce ipertrofiche e un tronco nel quale stanno due polmoni e un cuore perfetti: è Pelé. Ma ce ne vogliono molti, di assi che conoscete, per fare quel mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione. di gianni brera, Guerin Sportivo, 15 ottobre 1962

 

Le reazioni

 

«Il re del calcio ci ha lasciato ma la sua eredità non sarà mai dimenticata» | Mbappé

«Prima di Pelé, 10 era solo un numero. Ho letto questa frase da qualche parte, ad un certo punto della mia vita. Ma questa frase, bellissima, è incompleta. Direi che prima di Pelé il calcio era solo uno sport. Pelé ha cambiato tutto. Ha trasformato il calcio in arte, in intrattenimento. Ha dato voce ai poveri, ai neri e soprattutto: ha dato visibilità al Brasile» | Neymar

«Arrivederci all’eterno Re Pelé» | Ronaldo

«Riposa in pace» | Messi

«Pochi brasiliani hanno portato il nome del nostro Paese fino a lui» | Lula

«Per il pallone Pelé è come Dante, Omero o Shakespeare per la letteratura. Lui era, è e resterà il calcio». | Angelo Sormani a La Stampa

 

voci José Altafini a cui Pelé tolse il posto nel Brasile

«Mi raccomando, comportatevi bene, siete i più giovani…, ci disse la mamma prima di partire per la Svezia».

 ➣  Pelé fuori dal campo come se lo ricorda?

«Una persona perbene, un galantuomo come si dice in questi casi. Non faceva mai pesare la sua popolarità, un aspetto che lo ha reso così amato».

 ➣  Nel documentario-film “Pelé” qualcosa non torna…

«Non torna quella che è una raccolta di balle, su di me e il mio amico: non è vero che ci conoscevamo fin da bambini perché abitavamo a 500 chilometri di distanza e, quindi, non è vero che io ero di una famiglia ricca e che sua madre faceva la cameriera da noi. Alla prima del film ci siamo fatto una bella risata insieme». intervista di guglielmo buccheri, La Stampa

testimoni Platini da ragazzino si firmava Peléatini

 ➣  Cosa ha significato Pelé per te?

«Era Monsieur Football, la storia del calcio, la scoperta del calcio, tutto il calcio. Nel 1970 avevo 15 anni, sono cresciuto con la sua figura nella mia immaginazione. Mio padre mi parlava di Pelé, a scuola mi firmavo Peléatini (sorride). Anche se non sempre lo abbiamo visto giocare e abbiamo solo parlato di lui. Non era più un uomo, non era più un calciatore, era il Dio del calcio».

 ➣  Ti sentiamo commosso…

«Sì, sono molto, molto commosso. È la mia vita. Questa è la mia storia. È Pelè. Sono i miei sogni. Ho visto i suoi gol, le sue imprese, non ho mai dimenticato il suo Mondiale del 1970. Guardavo spesso i suoi filmati, le immagini dei suoi gol in Brasile, con il Santos. Mi ha fatto sognare».

 ➣  Rimane il più grande giocatore di tutti i tempi?

«Sì! È quello che ci ha regalato più emozioni. Con le statistiche, nel calcio, a volte confrontiamo cose che non sono paragonabili. In termini di gioco e di emozione, non c’è molto che possa essere paragonato nella storia della Coppa del Mondo a ciò che ha fatto Pelé nel 1970, né, altrove a ciò che ha fatto Johan Cruyff nel 1974. Per me, Pelé è il più grande, e con Cruyff sono i due più grandi».  intervista di vincent duluc, L’Équipe 

 

Il Paese

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Mauricio Cannone sulla Gazzetta dello sport scrive che la veglia funebre per Pelé si terrà lunedì presso lo stadio Urbano Caldeira, Vila Belmiro, «lì dove Pelé ha incantato il mondo», ha scritto il Santos in una nota. Martedì il funerale. Il feretro di Pelé – leggiamo – sarà portato in un corteo funebre per le vie della città, prima di celebrare una cerimonia religiosa in forma privata. O Rei riposerà al Memorial Necropole Ecumenica della città di Santos. La società ha decretato il lutto con la bandiera a mezza asta per sette giorni. Per lo stesso periodo lo ha fatto il comune di Santos. La famiglia di Pelé chiederà al Santos di ritirare la maglia numero 10, immortalata dal Re

COME RIMINI  Emiliano Guanella su La Stampa aggiunge che allo stadio di Vila Belmiro hanno preparato da una settimana due grandi tende bianche, non è un segreto per nessuno che il suo desiderio fosse essere salutato proprio lì, a pochi passi dall’Oceano atlantico e dalla sua casa di Guaruja, il rifugio di tutta una vita. La logistica è tutta da disegnare e preoccupa non poco, perché Santos è come Rimini, qui siamo in estate e quindi tutto è pieno. Decine di migliaia di tifosi si sono riversati davanti allo stadio, vogliono essere lì per riceverlo, per dirgli bentornato a casa. Obrigado, grazie, è la parola che percorre l’animo di 210 milioni di brasiliani, i nonni hanno raccontato di lui ai genitori che oggi fanno lo stesso con i figli

DOPO ELZA  ►  A gennaio, ricorda Carlos Passerini sul Corriere della sera, era morta a 91 anni Elza Soares, altra leggenda del Brasile, nel campo della musica. Pelé la salutò così: «Storica, genuina, unica e ineguagliabile. Oggi ci lascia, ma nel cuore sarà sempre eterna». Passerini ricorda che condividevano le medesime origini, la stessa straordinaria parabola esistenziale: cresciuti nelle favelas, arrivati in cima al mondo. Una delle canzoni più belle di Soares, Somos Todos Iguais, Siamo tutti uguali, dice: «L’uomo muore, il fiore muore / Figlia mia non essere triste». Impossibile, O Rei. La partita è finita – conclude Passerini – ora siamo più soli. Obrigado. Resterai.

PAROLE D’AUTORE  ►  Lo scrittore Jorge Amado di lui ha detto: Ha fatto per decenni la felicità degli occhi e del cuore della gente, ogni gol era un capolavoro, è un genio del football, il simbolo della dignità sportiva. Giancarlo Dotto sulla Gazzetta recupera un frammento di Nelson Rodrigues dell’8 marzo 58 su Manchete Esportiva: «Quando prende il pallone è come se cacciasse via da sé un popolano ignorante e pieno di pidocchi». Lo fa per raccontare come Pelé non è solo il riscatto di un Paese, è il prodigio entusiasmante di un re spuntato dal nulla, destinato a dispensare felicità a un Paese che non si fa troppe domande e preferisce cantare con la voce di Tom Jobim muita calma pra pensar e ter tempo pra sonhar. Molta calma per pensare e aver tempo per sognare.  

 

UN BEL GIRETTO DI PAROLE DOPPIATE  

Pelé nell’archivio di Slalom

 

FINZIONI

Il millesimo gol mai segnato

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E se si fosse buttato apposta? L’arbitro Manuel Amaro de Lima ebbe un momento di incertezza. Solo un attimo. Impossibile. Quello era Pelé. Il grande Pelé. L’immenso Pelé. Il loro Pelé. O Rei. Un re non si tuffa, un re viene abbattuto. Allora gettò via i dubbi, mise il fischietto tra le labbra e soffiò. Undici minuti alla fine. Calcio di rigore per il Santos. Quello che la gente aspettava.

Penalti, gridò tre volte il telecronista. Rildo Da Costa Menezes capì immediatamente che stavolta non glielo avrebbero fatto tirare. Manco s’avvicinò. Al Maracanã si misero a cantare. Pelé, Pelé, Pelé. Aspettavano un suo gol. Rio, il Brasile, il mondo. Tutti. Li avevano contati giorno dopo giorno e stavano aspettando il prossimo, il numero mille. Lo aspettava finanche il portiere avversario del Vasco, Edgardo Andrada, un argentino di Rosario: sotto la maglia ne portava un’altra con cui lui stesso celebrava Pelé, anche se fino a poco prima gli aveva parato cinque tiri e una volta s’era salvato grazie alla traversa.

Il cielo minacciava pioggia. Pelé si scrollò dalle gambe un paio di fili d’erba e si rialzò. Tirava lui, non se ne parlava proprio. Non ci fu la solita corsa dei fotografi dietro la porta, erano già tutti lì. O Rei alzò gli occhi e sentì galleggiare il gol nell’aria, era come sospeso, questo è l’effetto che fa un calcio di rigore. L’attesa. Il più dolce e rischioso degli attimi. Illude, consola, tradisce. Muore chi non sa aspettare, si distrugge chi aspetta invano. Pelé né l’uno né l’altro, Pelé neppure pensava. Andrada andò a posargli un braccio sulle spalle e a fare due chiacchiere, come per riconoscenza visto che Pelé lo stava portando nella storia. Uno dei difensori del Vasco andò a fargli i complimenti, ce l’hai fatta, ci siamo, e Pelé sorrise, fece sì con la testa, hai ragione, ci siamo. Ripensò orgoglioso agli altri 999, mentre un avversario picchiettava con i tacchetti sul cerchio di gesso, quasi scavava, per rendere accidentato quello spicchio di terreno. In ogni film del resto c’è un cattivo.

Pelé non se ne curò. Il vantaggio di essere il migliore. Mise il pallone sul cerchio di gesso e partì per il suo viaggio. Fu a quel punto che la storia andò da un’altra parte, infilò una porta girevole e finì in un mondo parallelo.  ➔  CONTINUA QUI 

 

MA ALLA FINE QUANTI SONO? Massimo Perrone sul Corriere dello sport-stadio fa riferimento alle ricerche dello statistico russo Vladimir Kolos sul sito Rssf. 

Gol totali di Pelé: 1.303, quindi più di quelli rivendicati dallo stesso O Rei. Gol totali “top level”, sempre amichevoli comprese: 1.256. Gol ufficiali: 778, in una classifica che comprende campionati minori, coppe e coppette, incontri senior e All Star e perfino le partite poi cancellate, e che vede Pelé solo all’11° posto. Gol ufficiali “top level”: 769

Perrone ne riconosce 757, perché ne abbiamo tolti una dozzina segnati con la Nazionale militare e le Selezioni statali: un totale già ampiamente scavalcato da Cristiano Ronaldo e Messi

 

|  La gente mi chiede sempre: Quando nascerà un nuovo Pelé? Mai. Mio padre e mia madre hanno chiuso la fabbrica

 

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