Io son stato marocchino, me l’han detto da bambino
Pino Daniele, ‘O scarrafone
Adesso finalmente può sorridere. Ha dovuto prima soffrire per il suo giocatore migliore che si faceva da parte un attimo prima di partire. Ha dovuto piangere per un figlio suo che portava il colore di un’altra maglia addosso, si rivoltava contro le proprie radici e faceva gol per la terra svizzera che l’ha accolto da bambino. Ha dovuto sopportare che i francesi volessero cancellare davanti a un giudice sportivo la gioia di una vittoria tunisina. Ha dovuto accettare un cartellino rosso mostrato all’eroe del gol segnato al Brasile, l’espulsione dal campo di chi antepone la felicità di un attimo a qualsiasi ipotesi di progetto. Ha dovuto ingoiare il fallimento di una vendetta attesa 12 anni, covata e smosciata con un deja-vu, un altro rigore sbagliato, un pernacchio del Caso, pronto a ricordarci che le maledizioni sono più numerose degli stregoni, che la Storia si ripete e che perdono sempre le stesse facce. Ma adesso no, adesso hanno perso quelli dentro l’altra stanza. Adesso può proprio sorridere, mamma Africa.
3-0 In coda a un lungo periodo di soliti dolori e consuete disgrazie, tra un Embolo e un Mané, un Aboubakar e un Khazri, un Asamoah Gyan reincarnato in Abedi Pelé, al diciottesimo giorno dei Mondiali – e fu sera e fu mattina – la Sfortuna si riposò. Ora il Marocco può dirsi la quarta africana a raggiungere i quarti della Coppa del Mondo, dopo il Camerun nel 90, il Senegal del 2002 e il Ghana del 2010. La prima nazionale del Maghreb. Un passaggio epocale arrivato al calar del sole, con una partita di soli tre tiri in porta, ma con il 23 percento di possesso palla, mentre la Spagna ne ha fatti 2 con il 77%. Una Spagna diventata la prima squadra della storia a perdere per la quarta volta ai rigori, l’unica a non segnarne nemmeno uno dopo la Svizzera contro l’Ucraina nel 2006. Una serie che ha sovvertito studi, credenze e statistiche. Prima di ieri sera, la squadra che iniziava a calciare aveva vinto le ultime sette partite dei Mondiali finite ai rigori.
| L’Équipe parla di avventura sublime e con Mathieu Gregoire scrive che “il Marocco ha deciso di applicare un piano semplice, sopportare il ritmo inquietante degli spagnoli, controllare con il cane da guardia Sofyan Amrabat il loro gioco di passaggi, più efficace di una gomma alla melatonina prima di coricarsi, per poi raccogliere alcune banderillas e pungere. Il Marocco ha subito un solo gol in questo torneo, Nayef Aguerd si è occupato lui stesso di questo compito contro il Canada, in modo che non ci fosse gelosia tra gli attaccanti avversari. La Spagna avrebbe potuto accumulare quattromila passaggi, senza segnare. La serrata marocchina resisterà sabato alla furia portoghese? La coscia di Aguerd ha ceduto, l’anca di Noussair Mazraoui scricchiola, la schiena di Amrabat è anestetizzata dagli antinfiammatori, la caviglia di Ounahi urla di dolore”.
◇ TEMI L’ACCADEMIA ► Nella newsletter Kuratawila di Alex Cizmic stamattina è disponibile un pezzo scritto in origine per la rivista Panenka sul lavoro fatto in Marocco per la crescita del settore giovanile. “L’Accademia Mohamed VI, inaugurata nel 2009 dal re in persona dopo un investimento di 13 milioni di euro, è unica in Africa ed è al livello delle migliori scuole calcio del mondo”, spiega Cizmic. C’è dietro Rabie Takassa, un osservatore di base a Madrid. “È proprio questa attenzione capillare e la volontà di guardare al futuro che sta permettendo al Marocco di godere di tutte le migliori risorse che le diaspore marocchine in Europa stanno producendo. A casa sua Takassa ha una piccola stanza che ha trasformato nel suo personale laboratorio di calcio. Lì raccoglie riviste e registrazioni di partite. «Mi impegno a guardare almeno 5-6 partite durante il fine settimana, più quelle infrasettimanali delle competizioni internazionali» rivela. «Poi, da domenica sera fino a martedì, scrivo i resoconti di tutte le partite che ho visto». Quest’anno il suo focus principale è sulla Youth League, dove ci sono più di 30 giocatori di origine marocchina”.
◇ ARTEFICI IL PORTIERE MAROCCHINO ► Sette partite ai rigori vinte da chi calciava per prima, e poi è arrivato Yassine Bounou. Ha impedito che diventassero otto, con le parate sui tiri di Carlos Soler e Sergio Busquets. È il portiere che non aveva retto Pablo Sarabia aveva aperto la serie prendendo il palo di sinistro. Aveva scheggiato l’altro di destro all’ultimo minuto dei supplementari. Era stato messo dentro da Luis Enrique a pochi sospiri dalla fine proprio per sfruttarne l’implacabilità dal dischetto, 16 gol su 16 tiri. Ma tirare un rigore ai Mondiali è un altro gesto. Nella finale degli Europei 2021, Southgate aveva fatto entrare al 120esimo Rashford e Sancho. Rigori sbagliati: da Rashford e Sancho.
Yassine Bounou, dietro la maglia Bono, è nato in Canada ma gioca per il paese d’origine dei suoi genitori, quel Marocco dove si è trasferito quando aveva 7 anni. All’età di 21 ha firmato per l’Atlético Madrid e non ha più lasciato la Spagna. Il Clarin ricorda la sua passione calcistica per il River Plate. È un ammiratore di Germán Burgos, Amadeo Carrizo e Ubaldo Matildo Fillol. El Mono lo ha allenato durante l’ultimo periodo trascorso come assistente di Diego Simeone. Racconta Bounou che «la prima maglia che mi ha regalato mio padre, era quella dell’Argentina». Il suo idolo assoluto era Ortega, per questo il suo cane si chiama Ariel come lui. [13 rigori parati su 50 nella sua carriera]
Hervé Penot su l’Équipe scrive che il portiere è uscito dal campo sorridendo come un venditore di dentifricio. “Un giorno lo abbiamo visto in Coppa d’Africa rispondere in inglese, arabo, francese e spagnolo con la stessa disinvoltura. Non esagera mai, sembra imperturbabile. A una domanda sulla sua strategia prima dei rigori, ha sorriso: «Un po’ di sentimento, fortuna e basta. Non c’è molto da scoprire. Sono rigori, sai, è così»”.
L’anno scorso aveva vinto il premio Zamora al miglior portiere del campionato spagnolo, quello che prende meno gol in una stagione, furono 24, cinque in meno di Thibaut Courtois. Dice l’Équipe che “in Spagna non hanno atteso che eliminasse La Roja dai Mondiali per scoprirlo”.
◇ TRAME IL CT MAROCCHINO ► Giovanni Battistuzzi sul Foglio scrive stamattina che “non è una favola il Marocco, sarebbe sbagliato e un po’ offensivo pensarlo. Significherebbe ammettere di pensare al calcio come monolite immutabile, basarsi solo su quel che è stato senza considerare quel che c’è. Perché la Nazionale marocchina aveva sì raggiunto gli ottavi di finale di una Coppa del mondo solo nel 1986, ma gli uomini di Walid Regragui, sono tutt’altro che dei parvenu del grande calcio. C’è tutto il meglio che c’è in giro, e con loro il Marocco, che tra le otto sta parecchio bene, perché guidato dalla panchina da un allenatore capace e razionalista, e in campo da giocatori abituati ai palcoscenici di primo livello”.
A Walid Regragui, sempre il Foglio con Battistuzzi aveva dedicato un ritratto ieri, parlando di “strano e riuscitissimo mescolio della cultura marocchina ed europea. Una persona colta, dai modi gentili ma decisi, la capacità, assai rara, di farsi capire grazie a uno sguardo, a un cenno. Era così anche da calciatore: difensore, scoperto da Rudi Garcia al Corbeil-Essonnes, quando giocava nelle giovanili. Per capacità di lettura dell’azione, per abilità nel capire cosa sarebbe accaduto, per intelligenza calcistica «sarebbe potuto diventare uno tra i difensori più forti al mondo», disse il suo ex allenatore ai tempi dell’Ajaccio Rolland Courbis, uno dei tecnici-guru del calcio francese, tanto illuminato e all’avanguardia, quanto incapace di mediazione e ondivago di carattere. Poi aggiunse: «Il suo problema non era la testa, strepitosa, erano i piedi, e i piedi non si possono educare più di tanto»”.
Il calcio assimilato da Regragui è dunque “globalizzazione pura, che parte dall’insegnamento europeo, dall’attenzione italiana per la gestione difensiva, dall’ossessione francese – peraltro recente – per il gioco sulle fasce; abbraccia l’atletismo e l’esuberanza del calcio africano; però in una cornice tattica post-danubiana, fondata su di una difesa a tre e mezzo (i terzini giocano molto alti e solo uno difende davvero), dove però al centro del sistema di gioco non c’è la finta punta, Hidegkuti – ossia l’attaccante centrale che si abbassa per creare il gioco offensivo, in pratica un trequartista ante litteram – ma i due centrali di centrocampo, chiamati a essere il tramite tra l’attacco e la difesa, ma soprattutto tra una fascia e l’altra”.
È diventato il primo allenatore africano a raggiungere i quarti di finale della Coppa del Mondo.
LA PARTWEET
◇ “I marocchini fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, tipo arrivare ai quarti di finale” | Alex Orlowski
◇ “Anche il re del Marocco non ha resistito e si è fatto portare in giro per Rabat sulla limousine reale per fare i caroselli” | Federico Casotti
◇ “Luis Enrique, grande uomo, papà, giocatore, allenatore. Stasera tifo Spagna | Matteo Salvini
Alla fine la Spagna ce l’ha fatta davvero a evitare il Brasile” | Unfair Play
pareri Non esiste una sola Africa
➣ In Europa ci si divide sugli stili di gioco. Quali sono le scuole africane?
«Io vedo una divisione su base linguistica. Esiste il calcio delle nazionali anglofone – il Ghana, la Nigeria – che ha nell’aspetto fisico una componente di rilievo: sono le squadre più complete. Esiste un calcio più attento alla strategia che è quello delle nazionali francofone: penso a Senegal, Camerun, Costa d’Avorio. E poi ci siamo noi, i maghrebini, con uno stile che privilegia la tecnica e la qualità» | Rabah Madjer – intervista a Repubblica, 19 luglio 2019
POPOLI
La festa del mondo arabo
Giulia Zonca su La Stampa scrive: “Il Marocco è il mondo arabo che non solo ospita il Mondiale e non era mai capitato prima, piazza pure una nazionale tra le prime otto. Non ci sono dubbi sulle radici comuni, la religione musulmana così spesso arbitrariamente collegata all’estremismo e qui abbinata semplicemente a quel che dovrebbe essere, un modo di vivere.
E poi la bandiera palestinese portata in campo dai giocatori. L’aveva sventolata il pubblico, poi l’invasore di campo, un singolo giocatore del Marocco al passaggio del turno e adesso tutti insieme, nella foto di gruppo che saluta l’impresa e allarga i confini. Amplia la rappresentanza all’infinito. Non c’è mai stato tanto mondo sotto una sola bandiera e la gente che si sente rappresentata dal Marocco qualificato ai quarti ai Mondiali arriva da tutte le parti, non si somiglia, ma festeggia spinta da un unico desiderio: il riscatto. Nella rosa di 26 uomini, 17 sono nati lontani dal Marocco, in famiglie che lo hanno lasciato per le più disparate ragioni e accettato lavori umili per ripartire e giudizi sommari per andare avanti. Gente che ha accettato una classificazione sempre più superficiale: «marocchini», attribuito a ogni immigrata o immigrato nordafricano o mediorientale, «sono tutti uguali». Oggi forse sì, ma in un modo imprevedibile”.
LA PARTWEET
“Hey Arsène Wenger, com’era quella storia che chi ha preso posizioni politiche ai Mondiali ha fallito?” | Nicola Sbetti
mappe La bandiera della Palestina
“Ho visto la bandiera PALESTINESE, stava in strada nelle città europee, da Torino a Bruxelles, sui balconi, sui tettucci delle auto che sfilavano, annodata alla bandiera marocchina, e soprattutto stava su un campo di calcio in una manifestazione mondiale dopo tanto tempo. Hanno cancellato la compagnia di bandiera, hanno cancellato il suo ultimo vero leader, Marwān Barghūthī, seppellendolo in carcere, hanno cancellato i palestinesi alzando un muro, e la loro lotta è diventata un ricordo lontano per le sinistre europee. Ma poi la prima generazione marocchina che porta la propria nazionale di calcio ai quarti, come un riflesso – sentimentale – condizionato dall’assenza, tira fuori la bandiera palestinese, e dal campo di Doha – che si chiama assurdamente “Education City” – fino alle periferie delle città europee: tornano i palestinesi, fuoriuscendo da dei calci di rigore, pensare con i piedi indossando il vestito buono nel giorno di festa. Un pensiero anche per loro, per una certezza divenuta utopia che ne regge un’altra: la Nazionale marocchina di calcio. Hanno una forza antica, rara, e la memoria di appartenersi” – di marco ciriello, dalla sua pagina facebook
Francesca Sforza su La Stampa racconta come “oggi sulle strade si conteranno cassonetti rovesciati e qualche vetrina spaccata – è stata lunga la notte, per i Diavoli Rossi – e si dirà che «vincano o perdano, sempre danni fanno», ma resteranno fuori dagli obiettivi le molte scene di giovani festanti tirati fuori a forza dalle loro macchine da agenti in tenuta da sommossa e invitati a prendere la metro o a spostarsi con i mezzi pubblici, «per prudenza», per paura, per disprezzo. Così come poco o nulla si saprà di ragazze strattonate, di anziani presi a spinte – «succede, nella calca» – di parole volate malamente che nessuno avrà fatto in tempo a registrare.
In compenso si sono contate, nelle piazze europee, molte catene umane: un esperimento spontaneo fatto di persone – marocchini, algerini, belgi e chissà quanti altri – che si sono prese per mano per difendere i tifosi dalla polizia e anche da loro stessi, dalle frange più violente. Nelle immagini di mani intrecciate che sono rimbalzate sui social – tante ragazze, a giudicare dagli smalti – c’è la bellezza che i bar festanti di soli uomini non riescono a rendere, e che forse tratteggia un futuro più giusto per tutti. La gioia della diaspora, tra l’altro – in quel modo tutto suo – ha la forza di chi partecipa di due mondi, due lingue, due modi di vestire e stare insieme, e che ogni giorno è costretto a passare da un mondo all’altro, a guardarsi indietro e vedere dove mette i piedi, a interrogarsi e provare a cambiare”
L’AFRICA NEL 2022
◇ Febbraio: Il Senegal vince per la prima volta nella sua storia la Coppa d’Africa battendo l’Egitto in finale ai rigori.
◇ Marzo: Per la prima volta nella storia, una squadra africana gioca la finale del torneo giovanile di Viareggio: I nigeriani dell’Alex Transfiguration superano la Fiorentina, il Bologna e l’Empoli, prima di cedere nell’ultima partita ai rigori contro il Sassuolo.
◇ Marzo: L’eritreo Biniam Girbray vince la Gand-Wevelgem. È la prima volta dell’Africa in una Classica del nord. A maggio, sul traguardo di Jesi, batte l’olandese van der Poel allo sprint e vince una tappa al Giro.
◇ Giugno: La 19enne sudafricana Lara van Niekerk è la sola africana sul podio ai Mondiali di nuoto a Budapest, terza nei 50 rana alle spalle della lituana Rūta Meilutyte e di Benedetta Pilato.
◇ Luglio: La tunisina Ons Jabeur è la prima donna africana e araba della storia a giocare una finale di uno Slam nel tennis: perde a Wimbledon da Elena Rybakina. Nel mese di maggio era diventata la prima della storia nella top-10.
◇ Luglio: L’Etiopia è seconda nel medagliere ai Mondiali di atletica leggera alle spalle degli USA con 4 ori, 4 argenti e 2 bronzi. I campioni: Tamirat Tola e Gitytom Gebreslase nella maratona, Gudaf Tsegay nei 5mila, Letesenbet Gidey nei 10mila.
La nigeriana Tobi Amusan vince i 100 ostacoli e batte il record del mondo con 12”12.
Le altre medaglie d’oro dell’Africa: Kenya 2 [Emmanuel Korir negli 800, Fayth Kipyegon nei 1500], Uganda 1 [Joshua Cheptegei nei 10mila], Marocco 1 [Soufiane El-Bakkali nei 3mila siepi]
◇ Luglio: Algeria quarta nel medagliere dei Giochi del Mediterraneo con 20 ori alle spalle di Italia, Turchia e Francia, davanti alla Spagna.
◇ Agosto: Nigeria settima nel medagliere ai Giochi del Commonwealth con 12 ori, davanti al Galles e al Sudafrica
◇ Settembre: Il kenyano Eliud Kipchoge ha battuto il record del mondo della maratona a Berlino, correndo in 2 ore, 1 minuti e 9 secondi
◇ Ottobre: Il senegalese Sadio Mané è secondo al Pallone d’oro, il piazzamento più alto di un calciatore africano dall’anno della vittoria del liberiano Georges Weah [1995]. Il premio va a Karim Benzema, francese di padre algerino.