| Gli italiani hanno solo due cose per la testa: l’altra sono gli spaghetti
Catherine Deneuve
Il Tour de France del 2024 partirà sabato 29 giugno da Piazzale Michelangelo di Firenze. È la prima volta per l’Italia, un evento storico, gigantesco. La tappa si chiuderà a Rimini, omaggiando lungo il percorso i due ciclisti toscani che sono stati maglia gialla, Gino Bartali e Gastone Nencini. La seconda andrà da Cesenatico a Bologna nel ricordo di Pantani, la terza da Piacenza a Torino, la quarta da Pinerolo in memoria di Coppi.
In fondo erano tappe già quelle di Stendhal, francese di Grenoble, essenziale nello stile come un cronoman, vertiginoso come uno scalatore. Il suo Tour era Grand, e il percorso prevedeva l’Italia come un passaggio obbligatorio. La corsa si faceva quasi solo per venire qui. Sono trascorsi 205 anni dal suo traguardo volante a Firenze. Veniva da Genova e da Livorno, disse che “questa strada è la più bella d’Italia. Più si va piano, meglio è”, nel più totale disprezzo per qualunque maglia gialla. Due secoli prima che il Tour [non Grand] disegnasse la sua linea di partenza sulle strade del Rinascimento, Stendhal raccontava come “per nove franchi si viene trasportati a Firenze e in più si ha il posto buono, in fondo alla vettura”.
Di questa sua tappa non ha lasciato diari veri e propri, ma quasi degli appunti, dei pensieri scossi come i cavalli al Palio. Il consiglio di alloggiare per esempio presso la signora Imbert, “dove si incontra confusione da grande albergo, venticinque camerieri, disordine; la camera costa 25 crazie. Andare a cena al San Luigi di Gonzaga o al Leon Bianco, via della Vigna; c’è un Bacco dipinto sul fondo del corridoio; è una copia del famoso Bacco dì Michelangelo; si mangia benissimo per 25 crazie: alle cinque, alla tavola della signora Imbert, la cena è ottima ma costa 5 paoli e ci si trova con trenta inglesi. Bisogna soprattutto cercare di cenare con degli italiani. Non bisogna perdere alcuna occasione di conoscere l’indole di questo popolo che, da qualche anno è diventato ancora più diffidente”. E poi spiegava cosa visitare, e dove, e quando, alla cappella di Michelangelo, non una volta, anzi, “tutte le mattine finché si resterà a Firenze”. Bisogna fare il giro delle mura di Firenze, avvertiva Stendhal, e soprattutto salire a San Miniato, una specie di gran premio della montagna, anche se non di hors categorie.
Era il 1817 quando uscì da Santa Croce e cambiò per sempre la nostra percezione verso l’arte. “Ero giunto a quel livello di emozione – scrisse – dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere”. La chiamiamo da allora sindrome di Stendhal.
È da sindrome di Stendhal la magia del Tour de France che arriva in Italia, certamente per ragioni di marketing e forse anche per necessità, nell’anno olimpico di Parigi: la corsa terminerà a Nizza, non agli Champs-Élysées. Porta le sue ruote nella terra del Giro, drenando risorse economiche dalla Toscana, dall’Emilia-Romagna e dal Piemonte. La concorrenza con la corsa rosa è da tempo sbilanciata. È ancora più paradossale che nel braccio di ferro per la composizione del cast, la Francia possa far pesare stavolta il fascino delle strade italiane, un terreno da caccia più mosso e vivace. A occhio la Gazzetta non l’ha presa bene. Ha dedicato a questa strorica missione 71 parole in tutto.
Il Tour arriverà a Rimini, la città di Fellini, al quale un paio di mesi fa ha dedicato uno speciale le Monde, con il giornalista Olivier Razemon alla scoperta della “frescura del primo mattino fra le stradine che si snodano tra le case di pescatori del borgo San Giuliano”. Secondo Le Monde ci sono almeno altre tre ragioni per visitare Rimini: la vecchia pescheria con i suoi locali e la Libreria Riminese, il Ponte di Tiberio, la spiaggia, con i suoi ombrelloni perfettamente allineati. In fondo Amarcord ci è sempre sembrata una parola francese.
Stendhal c’entra qualcosa pure con Piacenza. Quando vide il suo teatro Municipale lo definì il più bello d’Italia, nell’Emilia delle canzoni di Milva, da Goro, provincia di Ferrara, un album dal vivo intitolato La chanson française e una seconda raccolta dedicata al cafè chantant.
Ora, se è vero che ogni tanto prendiamo in prestito il loro vocabolario, è altrettanto certificato che uno dei padri della letteratura francese pronunciò le sue prime parole in italiano. Anzi, in toscano. Victor Hugo, signore di Notre Dame e dei Miserabili, trascorse parte della sua infanzia sull’Isola d’Elba. Portoferraio lo ricorda con una via nel cuore del centro storico e una targa nel chiostro del Palazzo della Biscotteria. La famiglia seguiva negli spostamenti il papà, comandante delle truppe napoleoniche: Marsiglia, Bastia, infine l’Elba, un mezzo esilio per uno scandalo. Per uno scherzo del Caso, da lì a non molto, sarebbe arrivato pure Napoleone.
Mamma Hugo a Portoferraio invece non sarebbe mai arrivata. Rimase a Parigi per chiedere la protezione di Giuseppe Bonaparte. Del piccolo Victor, poco più di un anno, si prendevano cura la balia Claudine e una bambinaia elbana. Così il bambino cominciò a parlare in francese con i suoi, ma con la tata in toscano. Alexandre Dumas scrisse che “la première langue que parla l’enfant fut la langue italienne” e lo confermano gli studi del critico letterario Charles Saint-Beuve: “La prima natura che gli si specchiò nelle sue pupille fu l’aspra e severa fisionomia di un luogo poco notevole allora, ma insigne di poi”. Lo storico Alain Decaux, membro dell’Académie Française, ha confermato: “L’etrusca isola del ferro diede al fanciullo il primo accento”.
62.8% Lo share tv in Francia della tappa 2022 più vista, con arrivo all’Alpe d’Huez: 8,4 mln di spettatori. L’audience medio è stata del 41,3%. France Télévisions ha trasmesso tutte le tappe integralmente su France 2 e France 3, con uno share medio del 37.9% nella fascia d’età fra i 15 e i 24 anni [letta su Bicisport]
► L’Équipe celebra lo sbarco ricordando i precedenti. Nel 1906 la prima volta, alla sua quarta edizione il Tour de France attraversò Ventimiglia durante la Grenoble-Nizza, 345 km al termine dei quali vinse il francese René Pottier in 12 ore e 27 minuti. Nel 1948 il primo arrivo di tappa, un onore per Sanremo, vinse Gino Sciardis, percorso pianeggiante. Louison Bobet consolidò la maglia gialla il giorno dopo, passando in testa al Col de Turini per andare a vincere a Cannes. La stampa dell’epoca scrisse che aveva in mano il Tour. Finì quinto, lo vinse Gino Bartali. La prima salita italiana al Tour è stata il Sestriere, secondo Ledicodutour, anno 1952, arrivo dell’11esima tappa da Bourg-d’Oisans il 6 luglio. L’Équipe scrisse che “Robic è rientrato da solo su Coppi, ma ha dovuto fermarsi cinque volte per ritrovare lo slancio”. Arrivò secondo, alle spalle di Fostò, maglia gialla fino a Parigi. L’ultimo passaggio in Italia è del 2011, quando Pinerolo ospitò l’arrivo da Gap, Edvald Boasson Hagen si mangiò tutti.
A proposito. Anche sulla maniera di mangiare dei francesi, c’entra qualcosa la Toscana. Caterina de’ Medici introdusse a corte la successione dei pasti, il cambio del piatto tra una portata e l’altra, la separazione delle pietanze dolci da quelle salate, l’uso della forchetta. Portò prodotti che all’epoca la Francia non conosceva: il carciofo, gli spinaci, i fagioli bianchi, i fagiolini. Introdusse nel menù regale la zuppa di cipolle, fece sapere ai francesi che le crêpes in Toscana si preparavano già dalla fine del trecento con il nome di ciarfagnoni, pezzole o crespelle. I toscani mettevano cacio e miele, oppure la cosiddetta salsa colla, a base di crema di latte, brodo di carne e spezie. In sostanza: l’antenata della béchamel. Per non dir dei dolci. Il gelatiere fiorentino Ruggeri diventò famoso in Francia per l’invenzione del sorbetto, il pasticcere Pantanelli per uno speciale impasto, la pasta choux. È grazie a quella che a Parigi ci fanno i profiteroles. Gli lasciamo la canard à l’orange, per non infierire. Ma in Toscana risulta una ricetta di anatra cucinata con alloro, bacche di ginepro e agrumi, in tempi precedenti.
Sono francesi molti attori che hanno lavorato con Benigni, da Jean Reno in La Tigre e la neve, a Laurent Spielvogel, il commissario Frustalupi ne Il Mostro. E se dovesse piovere, se una delle tappe si dovesse tenere in condizioni drammatiche, mai come stavolta L’Équipe potrà titolare che è stata Dantesque.
2496 I cittadini francesi residenti in Toscana al 1 gennaio 2022 secondo i dati ISTAT, in calo dell’8% rispetto all’anno scorso.