Gli allievi mangiano ciò che i professori hanno digerito
Karl Kraus
CHE COSA È SUCCESSO | Francesco Bagnaia è il nuovo campione del mondo della MotoGP, il settimo italiano di sempre nella classe regina, a tredici anni di distanza dall’ultimo, Valentino Rossi, e nella prima stagione senza di lui. Ha vinto in sella a una moto italiana, la Ducati, come Giacomo Agostini sulla Augusta nel 1972.
Certe volte lo sport lo fa. Completa giri assurdi e lunghissimi per consegnare scettri, troni, eredità. Il tennis aspetta da 46 anni uno Slam e una Davis dopo Adriano Panatta, nel mezzofondo non c’è una ragazza che corra più veloce di Gabriella Dorio dagli anni Ottanta, mezzo secolo è trascorso dall’ultimo oro olimpico nell’equitazione al salto, la gara dei leggendari fratelli D’Inzeo. Altre volte lo sport taglia la strada. Succede che Federica e Valentino escano di scena insieme, loro che non hanno mai avuto bisogno nemmeno del cognome, per farsi riconoscere. Due Tomba nei loro rispettivi sport. Due che sono arrivati e si sono presi tutto, la scena e il retroscena. Ma al contrario di Tomba nello slalom, hanno visto la successione subito, mentre andavano a spegnere la luce.
Valentino ha perfino dedicato l’ultimo pezzo del suo tragitto a costruirla di persona. Fu chiaro nel settembre di due anni fa a Misano, quando Franco Morbidelli partì dalla seconda posizione della griglia, si mise davanti e non si fece sorpassare più. Aveva un casco che rendeva omaggio a Spike Lee, diceva Do the Right Thing, fa’ la cosa giusta. Arrivò secondo Francesco Bagnaia, e nella storia pareva il piatto del contorno. Sedeva su una Ducati Pramac, trentasei giorni dopo essersi fratturato la tibia della gamba destra durante le prove libere di Brno, sul podio andò con le stampelle. Primo e secondo fecero in Moto2 Luca Marini e Marco Bezzecchi, pure loro allievi dell’Academy di Valentino Rossi, definitivamente certo che non avrebbe smesso neppure quando avrebbe finalmente smesso.
Quando mi ha passato anche Bagnaia durante la gara ho pensato: ma a chi cazzo è venuta questa idea dell’Academy? Mi sono allevato delle serpi in seno. Salire sul podio con loro sarebbe stato qualcosa di incredibile e storico | Valentino Rossi settembre 2020
La forza eversiva di Morbidelli è scemata, l’impeto di Bagnaia si è preso un pezzo del vuoto lasciato dai guai di Marc Márquez e come diceva in diretta al traguardo Guido Meda, con la voce rotta, senza fiato, adesso “una nuvola rossa avvolge il mondo, Nuvola Rossa c’è”, in pista come nelle faccende quotidiane, “arrivano le staccate e ti devi tenere forte, arrivano le curve e devi stare in equilibrio, e poi i rettilinei dove l’aria ti arriva in gola a pieni polmoni, ti riposi e raccogli quello che hai seminato”.
Nuvola Rosa era stato il soprannome di Gianni Brera per Felice Gimondi quando aveva vinto il Giro, una cosa da capo sioux, secondo quell’idea di sport western che aveva il cow-boy della lingua della Bassa.
PUZZLE Che cosa si dice in giro
la festa | ◇ Massimo Calandri, Repubblica: “Quando Valentino buttò via proprio su questa pista, all’ultima gara, un Mondiale che sembrava già vinto, Pecco aveva 9 anni e pianse davanti alla tv. Ieri il Doc lo aspettava dopo il traguardo”.
◇ Matteo Aglio, La Stampa: “Pecco, il ragazzo di Chivasso, quello per cui dopo ogni apprezzamento in tanti aggiungevano un “se” o un “ma”: «Non sei capace» gli avevano detto quando, sedicenne, aveva messo il naso nel Motomondiale, «Non è un campione» lo trattavano con sufficienza appena qualche mese fa”
◇ Daniele Sparisci, Corriere della sera: “I petardi, le lacrime, le parrucche rosse, il rock duro degli Ac/Dc, meccanici e ingegneri con i fischietti in bocca. Il po-po-po-ro-po, colonna sonora di ogni trionfo tricolore, il box della Ducati è una discoteca che non chiude mai. Pecco con gli occhi umidi singhiozza, la bandiera issata sulla moto nel giro d’onore, l’abbraccio al maestro Valentino”
la moto | ◇ Lorenzo Baroni, la Gazzetta dello sport: “Stabile alle alte velocità, potente in uscita di curva ma sopratutto velocissima in rettilineo. Non di rado il suo super motore desmo, marchio di fabbrica di tutti i prodotti di Borgo Panigale, ha supportato i suoi piloti in fase di accelerazione oltre che nella velocità massima. Un risultato tutt’ altro che casuale dal momento che già nel 2003, anno del suo debutto, la moto allora guidata da Capirossi segnò subito record di velocità mai visti prima di allora nella classe regina. Primati confermati negli anni successivi diventando la prima a bucare progressivamente il muro dei 340, 350 e 360 km/h.La “Ferrari delle due ruote” del resto si fa fregio della sua grande tradizione e la “terra di motour” non tradisce le aspettative sul tema”
le radici | ◇ Maurizio Crosetti, Repubblica: “Ci sono paesi minuscoli come i nocciolini, la specialità locale, amaretti a forma di bottone che si raccolgono a manate dal pacchetto rosa. Chivasso, in piemontese Civàss, è una di queste piccole patrie, lo sport italiano ne ha un’intera collezione, margini geografici che nel tempo hanno costruito miracoli e sogni (Ponte a Ema, Castellania, Sequals, Castel D’ario, Settimo Torinese, Barletta, Tavullia, cercate voi i nomi dei giganti che questi luoghi richiamano e suggeriscono)”
◇ Benny Casadei Lucchi, Il Giornale: “Quando mercoledì Francesco, detto Pecco, Bagnaia è atterrato a Valencia c’era invece un Paese che pensava a tutt’ altro, un Paese che motoristicamente parlando, questo meraviglioso finale di campionato aveva praticamente ignorato. Con buona pace di una rimonta epocale che nello sport si è concretizzata raramente, e di un’accoppiata pilota italiano su moto italiana che non vedevamo da mezzo secolo. Colpa di Pecco poco personaggio? No, colpa di Valentino troppo personaggio e troppo tutto per noi. Come se il campione che aveva sdoganato un grande sport rimasto sempre di nicchia e per appassionati, ritirandosi, avesse portato con sé la passione di un popolo”
la figura | ◇ Gabriele Romagnoli, Repubblica: “Pecco non è il classico campione italiano, quello tutto estro e personalità, l’irregolare che si esalta nell’exploit: Adriano Panatta, Alberto Tomba, Marcell Jacobs, lo stesso Valentino. Di quest’ ultimo, alle spalle della linea di partenza nel circuito di Valencia, esiste un immenso murale.
Ha finito correndo all’ombra di sé stesso e non ha più potuto vincere.
Bagnaia l’ha fatto staccandosene, immettendo ingredienti diversi nella formula del successo, quelli che la Ducati non ha riconosciuto per molto tempo, affidandosi a guide fuori tempo (Lorenzo) o fuori posto (Iannone) e non riuscendo mai a trovare nel carattere di Dovizioso la comunità di intenti e di modi garantita dall’ultima, felice scelta.
… Molti anni prima la Ducati aveva prodotto un modello, la TL, accolta dall’articolo di una rivista specializzata con questo titolo: “Sarà l’ultima?”. Era sgraziata, non confortevole, sembrava condurre verso il viale della chiusura. Tra quelli che la comprarono ci fu un giovane futuro ingegnere di nome Filippo Preziosi, che avrebbe poi progettato la Desmosedici, con cui Stoner vinse il Mondiale nel 2007. Raccontò di aver acquistato quell’esemplare sfortunato perché aveva comunque l’anima ducatista: essenzialità, non appariscenza. In un incidente accaduto mentre, guarda il caso, attraversava in moto il deserto, perse l’uso delle gambe. In ospedale andarono a trovarlo con uno striscione che era il motto della casa, tre parole in inglese: “Never give up”, mai mollare, nella traduzione letterale bolognese: mai darla su.
… Non è l’erede di Valentino: è un altro uomo, un’altra storia e non importa quanto durerà, ma che sia accaduta”.
◇ Giulia Zonca, La Stampa: “A Pecco Bagnaia non serve la bandiera che pure compare a un certo punto sulle sue spalle e poi scivola via, serenamente. Bagnaia è un tale concentrato di Italia nel giorno in cui diventa campione del mondo da non avere alcun bisogno di portare colori. Ci sono mille modi di essere italiani, ma almeno per un pomeriggio Bagnaia li porta tutti addosso, pure quelli che non rappresenta proprio. Bagnaia non è esuberante, incarna altri aspetti del nostro modo di porci, piazza più parole che trovate nei passi tra il traguardo e il podio e ha un sorriso educato che trasuda felicità senza mai diventare urlo. Non è vero che gli italiani non cambiano mai. Siamo meglio di come ci descriviamo. Pecco è un italiano che non ha voglia di alzare la voce o di proclamarsi migliore neppure quando la classifica gliene dà il diritto”
◇ Giorgio Terruzzi, Corriere della sera: “Non litiga, non sbraita. Padronanza mentale come segreto per forzare o frenare quando serve. C’è chi dice: tornerà Marquez, una bestia; Quartararo è pronto per la rivincita; Bastianini sarà un compagno scomodo. Con il dubbio insistente che la crescita di Pecco sia solo cominciata. Liberata ora da un traguardo cercato sin da quando era bambino. A Valencia, ieri, dopo aver detto: bene, grazie, sono contento, mentre la sua squadra faceva baldoria, sembrava aver voglia di scappar via. Di tornare nei suoi rifugi silenti, dove impara, ogni santo giorno, come fare meglio, di più”
BINOCOLI Ma Bagnaia non riscalda
◇ David Fioux dalla Francia, su L’Équipe, celebra la vittoria di Bagnaia con la delusione di avere in casa il muso lungo di Fabio Quartararo. “Il neo campione del mondo ha cancellato i dubbi sulla sua solidità, l’italiano in pista ha rivelato un temperamento spumeggiante, il contrario della sua indole discreta. L’Italia ha finalmente il suo primo campione del mondo in MotoGP dopo il titolo di Valentino Rossi nel 2009, ma sa benissimo di non avere un nuovo Rossi. Non perché non possa vincere ancora, su una Ducati dominante, sempre meglio equipaggiata. È solo che il torinese non ha la follia nel sangue, quella che scorreva nelle vene del mito italiano, l’uomo che ha inaugurato una nuova era del motociclismo. Per la sua ultima incoronazione di tredici anni fa, poco più che trentenne, Rossi aveva giocato la carta del vecchio che tiene in scacco i giovani lupi. Durante i festeggiamenti era attraversato da scariche di 100.000 volt, indossava una maglietta con la scritta della gallina vecchia che fa buon brodo, addirittura accarezzò davanti alla folla un vero gallinaceo, e tutti ridevano. Anche Bagnaia ricorda di aver riso, dalla sua casa in Italia. Aveva 12 anni, si alzò presto quella mattina per guardare la gara di Sepang in tv. Ma quando ieri è stato il suo turno di sfilare, non ha avuto molte buffonate da tirare fuori dalla borsa. Ha fatto un giro d’onore, ha abbracciato le persone del cuore e ha trascorso tutto il tempo a ringraziare”.
◇ Dalla Spagna di Marquez, Javier Sanchez su El Mundo parla di “festa più sobria” e di “Mondiale più economico della storia” – economico nel senso che “solo Joan Mir nell’anno del covid aveva vinto con meno punti”. Guille Alvarez su El Pais ne sottolinea a sua volta la normalità: “A casa, gli piace cucinare le ricette per la nonna e può passare ore a guardare programmi e documentari di gastronomia. Al suo fianco Domizia, compagna da sette anni, migliore amica della sorella, lo ha accompagnato nelle ultime gare, nervosa. Ha trascorso la settimana a Chivasso, dove vivono i genitori e gli amici di una vita, ha cercato di fare come se nulla fosse. Ha portato a spasso il suo cane Turbo e non ha perso una sola sessione di ginnastica. Si è recato a Valencia calmo e convinto che avrebbe chiuso il cerchio e aperto il suo nuovo capitolo da idolo in Italia. Difficilmente potrà nascondersi ora”.
I campioni prima di Bagnaia
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① Umberto Masetti
Corriere della sera, settembre 1950: “Nato a Firenze, vive a Parma, dove il padre che voleva fare il pilota, prima di un incidente in una Milano-Taranto del 1921, gestisce un negozio di accessori motociclistici. Tre volte alla settimana frequenta una palestra di ginnastica, dove si dedica al salto della corda e ad altri esercizi atletici. Naturalmente Masetti non solo è un espertissimo pilota, ma anche un abile meccanico”.
◇ Quando nel 1998, all’età di 72 anni, incontra al Motor Show un 19enne Valentino, il Corriere della sera scrive: “Se di Valentino ricordiamo certe divertenti stravaganze in pista, di Masetti rammentiamo il viaggio in moto, che fece nei primi anni 50, da Monza a Trento per correre da una fidanzata. Tornò al mattino, sempre in moto, scese in pista e vinse il gran premio”.
◇ Cesare Fiumi, Corriere della sera: “Tra la via Emilia e il dopo-guerra correva Umberto Masetti. In sella al suo guzzino. Dentro quelle strade diritte di Padania che portano ovunque e in nessun posto e in fondo toccano il cielo, come nelle foto di Luigi Ghirri. Correva scappando di casa, da Parma, anche il giorno di Pasqua: la camicia linda, la cravatta, le scarpe nuove. In sella come un gagà, tra centauri polverosi, per non insospettire il babbo. «Quello però viene a sapere la storia, lascia il pranzo a metà per rincorrermi a Reggio. Arriva tardi, a gara iniziata, e ad ogni giro mostra ciò che mi attende. Ma alla fine mi abbraccia, perché ho vinto e l’ultimo avversario per starmi dietro è caduto dentro a un fosso».
“Umberto Masetti è un romanzo popolare. Faceva cose al limite dell’incoscienza ma senza vanterie. C’era una giocosità smarrita, nelle sue avventure. A cominciare da quel Mickey Mouse che portava stampato sul casco. «Walt Disney, vedendo una foto su Life, mi mandò una medaglia d’oro». E poi quell’avversario acerrimo, Duke, che sembrava il nome di un antieroe da fumetto; e infine i suoi incidenti terribili eppure degni di un cartone animato: «A Imola esco a 260 orari, volo via sull’asfalto per 190 metri, un rivolo fa da trampolino, abbatto un cartellone, attraverso le fronde di un albero e finisco nel Santerno, col sedere pelato che almeno aveva un po’ di refrigerio. Spuntano in alto quelli con la barella e io gli faccio: toh»”.
② Libero Liberati
◇ Stefano Pasquino, Tuttosport: “Lavorò a tempo pieno nelle acciaierie di Terni. Il punto di svolta nella sua vita fu nel 1950, anno del primo Mondiale disputato con una moto Guzzi Dondolino grazie a una… “colletta paesana”. Il salto di qualità, a livello di competitività ci sarebbe però stato nel 1956 con il passaggio in Gilera e il titolo iridato in 500 conquistato la stagione successiva grazie alle vittorie ottenute in quattro delle sei gare in programma. La stagione 1957, quella sarebbe potuta essere la migliore in assoluto per il neo campione, vide invece Libero tornarsene a casa senza contratto poiché tutti i marchi italiani, che partecipavano a quell’epoca nella classe 500, annunciarono il ritiro per mancanza di fondi. L’unica a rimanere in pista fu l’ Mv Agusta del Conte Domenico il quale curava, personalmente quanto gelosamente, l’affido delle sue moto. Il Conte propose a Libero un assegno in bianco pur di vedere vincere la sua moto con un pilota italiano. Ma Libero rifiutò d’istinto: non poteva correre senza la sua amata Gilera. Liberati sarebbe tornato poi alle corse nel 1962 quando però morì nell’incidente stradale nei pressi di Cervara”
◇ Daje Mo’: “Piove e l’appuntamento viene rimandato. Il magnete della Gilera di Libero non funziona e quindi la moto non si accende. Pirro, suo fidatissimo meccanico che nonostante fosse febbricitante non se la sente di restare a casa e di abbandonare l’officina, lo sostituisce in un attimo. In lui, ancora oggi, e come dargli torto, rimane un eterno rimorso mai placato. Si fa tardi. Libero vuole partire comunque ma a quel punto Rossi rinuncia e non va con lui. È mezzogiorno e continua a piovere. L’asfalto bagnato, la strada sulla quale aveva battuto campioni di ogni tempo, la parete rocciosa dove probabilmente urta dopo la caduta, lo tradiscono. Il Cavaliere d’Acciaio sul suo Circuito dell’Acciaio. Non troveremo mai neppure una persona che ci dirà cosa accade in quegli ultimi attimi. Neppure chi, come lo stesso Pirro, alcuni minuti prima lo ha aiutato a riempire il serbatoio della sua Gilera, lì nella stessa officina di Libero e lo ha aspettato per poterlo rivedere nel pomeriggio.
In molti giurano di conoscere come realmente andarono i fatti ma l’unica certezza è quella che la moto viene trovata in terra lungo un tratto rettilineo, poco prima di una curva a sinistra. Una curva che per tutti noi adesso è la curva di Liberati. Quando dopo alcuni giorni viene dato il permesso di esaminare la Saturno, la moto viene accesa e il motore parte immediatamente facendo scartare l’ipotesi del guasto meccanico. Anche tutte le altre componenti risultano essere perfette. La Gilera non mostra grandissimi danni se non quelli causati da una scivolata sull’asfalto. Anche l’ipotesi del malore non viene mai presa in considerazione e quindi, rimane possibilità che, nel momento di frenare, scalare e prepararsi per affrontare la curva, la moto abbia perso aderenza a causa dell’asfalto umido e probabilmente sporco ma nessuno mai potrà dirci come andarono veramente le cose”
③ Giacomo Agostini
«Non volevo sposarmi, mi sono deciso a 46 anni. Molti colleghi portavano in pista la famiglia. Vedevo i bambini salutare papà in griglia. Pensavo: non riuscirei mai a farlo. Si moriva in un attimo allora. Più avanti è stato più facile ed è stato bello condividere, crescere i figli, volersi bene, comprenderci. Sì, due tipi di amore».
➣ Attorno alla sua moto, una quantità di tragedie. Si considera un sopravvissuto?
«Sì. Nonostante fossi attentissimo, mi rendevo conto che poteva succedere qualcosa di grave in un secondo. C’è chi dice che bisogna saper cadere. Balle. Quando cadi non sai mai come va a finire. Eppure prevaleva l’idea che a me, in fin dei conti, non sarebbe accaduto nulla di tremendo. Viene giù un aereo e vai all’aeroporto pensando: beh, non accadrà un’altra volta. È un po’ lo stesso. Fortuna, destino, chissà: sono volato in un prato enorme, niente. Bill Ivy è caduto nello stesso prato, c’era un pilastro, l’ha centrato in pieno».
➣ Rotocalchi, gossip. La fama del playboy aveva qualche fondamento?
«Ero giovane, celebre, non brutto. Ma è accaduto ben meno di quanto si creda».
➣ Coraggio e incoscienza. Il limite dove sta?
«Vado al Tourist Trophy, guardo le strade, conto i morti e mi chiedo: io correvo in un posto così? Più cresci, più pensi. A un certo punto dissi basta. Ma su quell’isola avevo già vinto dieci volte. Certe riflessioni non comparivano. Spericolatezza e spensieratezza. Aggiungi l’esperienza e vai ancora più forte. Sino a quando la memoria di ciò che hai visto, delle tragedie, fa scattare un freno interiore. La ragione, se sei arrivato sano e salvo sin lì, ti protegge». – intervista di giorgio terruzzi, Corriere della sera, 10 giugno 2022
④ Marco Lucchinelli
Nico Cereghini su Riders, nel 2009: “Non avesse fatto il pilota sarebbe stato una rockstar e, comunque, quando correva gli piaceva suonare e cantare. E oggi canta e suona fa anche di più. Talento ne ha tanto, moto e musica, e tutti sanno che sarebbe potuto diventare una grande star almeno del motociclismo, proprio grande, alla Valentino; però era irrequieto, troppo. Non ha studiato, non ha ragionato, tutto istinto e sentimento. Ma poi, forse, gli sono troppo amico per essere obiettivo. Gli stava stretto, il paese; a 16 anni e mezzo scappa di casa per imbarcarsi su una nave da crociera, sei mesi da barista alle piscine, obiettivo Haiti, una bellezza. Poi una seconda fuga lo porta in Francia, a Rouen a lavorare nei campi e la mamma, Teresa, dovrà andare a recuperarlo all’ospedale con una pesante intossicazione alimentare. Un ragazzo vivace e ribelle, poca o niente voglia di studiare, tanta di guidare qualsiasi mezzo a motore, chissenefrega se non ha la patente. Poi viaggiare e sognare. A 19 anni finalmente ha una specie di lavoro: va in tournée al seguito di Marcella Bella, Italia e Svizzera, guida (finalmente in regola) il furgone, il cugino suona la Hammond, la tastiera nella band. Sei mesi con la colonna sonora di Montagne verdi. Nell’89 portava la cravatta e la camicia sotto la tuta di pelle e nella mentoniera del casco integrale aveva fatto un buco, un lavoro accurato, per fumare la sigaretta. Portava l’orecchino e a certi giornalisti parrucconi non piaceva. In quegli anni c’era il bravo ragazzo Virginio Ferrari, bel visino e sguardo diretto; poi c’era il bravissimo ragazzo Franco Uncini, fine ed educato; e infine Marco Lucchinelli, che era magari il più talentoso, quasi tutti lo dicevano, ma era anche quello cattivo. Incazzato e maleducato. La gente lo amò e lo odiò: appena le cose andarono male, 1977 a Imola con il team Life, una parte del pubblico gli voltò le spalle”.
parole Vita di Lucchinelli spacconata da sé stesso
➣ Ha mai provato una Motogp?
«A me piacciono le cose che fanno paura e le moto attuali non mi fanno paura, sono gestite dall’elettronica. Io la chiamo elettronica anti-scemo».
➣ Cioè?
«D’accordo la sicurezza, ma i piloti sono troppo fighetti. Ormai si rischia più per strada che in pista, pensi che le Motogp non impennano al cambio di marcia! E quanti drammi se la ruota dietro scivola un po’. Sa che diceva ai miei tempi il meccanico se mi lamentavo per la tenuta? La moto è come una donna: per essere contenta e andar forte deve bere, fumare e muovere il culo. Noi dovevamo guidare le moto, oggi le moto guidano te. Molti di noi sono morti. Dopo il traguardo di ogni gara ci dicevamo: “Cazzo, sono ancora vivo!”. E per festeggiare si andava a sbronzarci. Per la figa ho fatto più km che per le gare, ne ero e ne sono ghiotto».
➣ Prima gara?
«Nel ’74, arrivo ultimo, ma si accorgono che sono bravo. Poi, però, parto per il militare. E faccio l’asino».
➣ In che senso?
«Piscio a letto ogni notte, apposta, per farmi congedare. E vengo riformato. Prima mia gara vera nel ‘75, la “24 Ore” del Montjuich: ho 21 anni e il mio compagno francese si è portato la fidanzata, una gnocca di 39 anni. In prova cado e così, mentre lui corre, lei si prende cura di me…».
➣ Quante amanti ha avuto?
«Più di tanto non ho potuto fare: dal ’78 tenevo famiglia. Ma in segreto…».
➣ Andava a letto con le tifose?
«Con le donne dei piloti! Loro uscivano a cercar figa e io mi facevo le fidanzate: li battevo in pista e li facevo cornuti fuori». – intervista di alessandro dall’orto, Libero, 4 settembre 2011
⑤ Franco Uncini
«Io mi sono costruito un mio stile, forse di quelli che adesso non vanno più di moda, composto e scontato. Me lo sono imposto ai tempi delle corse perché avevo come antagonista un personaggio come Lucchinelli e ho voluto subito essere il suo opposto. Io mi sento un po’ machiavellico: il fine giustifica i mezzi. Perché sono convinto che nella vita, così come nello sport, tutto ciò che serve a far star bene una persona, ha una sua giustificazione. Mi sono allontanato dalle corse per qualche anno ma sono dovuto rientrare perché la nostalgia era fortissima, logorante. Quando sono tornato nel motomondiale è stato emozionante perché ho ritrovato subito quelle motivazioni che cercavo. Adesso mi sto dilettando con il video editing, raccolgo filmati del passato e faccio montaggi. Mi piace perché dà sfogo alla parte più creativa di me». | intervistato da Riders, 7 ottobre 2010
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