La follia di un’Italia senza Paola Egonu

Il giornalista è uno che, dopo, sapeva tutto prima

Karl Kraus

 

Vista dal comodo divano di casa, questa storia è una follia tecnica e un cappotto mediatico. La pallavolo italiana ha la più forte giocatrice del mondo, ma a un anno e mezzo dalle Olimpiadi ritiene che le sporadiche sconfitte si possano cancellare facendo a meno di lei. Questo almeno si capisce, quando si prova a leggere il polverone arrivato da un giorno all’altro, dove tutto si co nfonde. Tra le righe di qualche messaggio per iniziati [scrivo così sai che io so], ieri mattina si poteva intravedere il panorama di una squadra spaccata, un contesto nel quale Paola Egonu sarebbe colpevole di aver sfasciato le relazioni con le compagne. Ecco perché l’Italia ha perso la semifinale contro il Brasile – era il sottotesto. 

Boh. Sarà. Eppure, la stessa Nazionale, con la stessa Egonu, con lo stesso tessuto lacerato, aveva vinto un anno fa gli Europei e qualche mese fa, per la prima volta, la Nations League. Ventiquattr’ore dopo dopo la semifinale persa, non un tracollo, ma con la palla del set-point del 2-1 finita fuori – 24 ore dopo, lo stesso spogliatoio im combutta, in pieno psicodramma, è arrivato alla medaglia di bronzo mondiale, con un successo sulle campionesse olimpiche in carica. Così, sempre dal divano di casa, a noi alici nei paesi delle meraviglie viene da pensare che se vinci pure con dei problemi, vuol dire che non hai perso per quei problemi. Sarà forse che nello sport ci sono pure le avversarie, qualche sera giocano meglio di te, e noi sentiamo – come sempre – il bisogno di dare delle spiegazioni abbracciando i massimi sistemi. 

 

In mezzo c’è lei. Scossa, turbata, esausta. Lei che in un video si sfoga con il suo agente: «Non puoi capire, non puoi capire. Sono stanca. Mi hanno chiesto anche se fossi italiana. Questa è la mia ultima partita in Nazionale. L’ultima. L’ultima». 

Lei che dice: «Quando fanno così, io mi chiedo perché rappresento persone del genere. Io ci metto l’anima e il cuore, non manco mai di rispetto, per questo fa ancora più male».

Così non si capisce più di cosa parliamo. Non si capisce se il punto sia una questione tecnica individuale: Egonu ha commesso 10 e 11 errori punto nelle due partite perse contro il Brasile, e sottolinearli non significa disconoscere la sua grandezza. Cosa c’è di male, se anche la più forte giocatrice al mondo certe volte non ti fa vincere una partita? Non si capisce se il punto sia una chimica perduta. Con le compagne, con l’allenatore. Non si capisce se esista qualcosa di più grande, una questione che chiami in causa il razzismo. O se sia un insieme di cause.

 

A La Stampa le sue parole sono: «Vorrei fermarmi, ci vuole una pausa. Spero che venga capito e non interpretato come una mancanza di rispetto. Mi serve una pausa per me stessa per poi tornare e dare il meglio in campo. Il calendario è diventato troppo fitto ed è per questo che vorrei prendermi una pausa d’estate per potermi riposare, prendermi cura di me come persona. Anche il mio fisico ne ha bisogno, è da anni che gioco sempre senza mai fermarmi». 

L’estate prossima ci sono gli Europei, con un girone in Italia, e le qualificazioni per le Olimpiadi. Egonu accenna pure all’altro momento di riscrittura della sua routine. L’addio a Conegliano per andare in Turchia, al Vakifbank. «Non so cosa mi aspetta, ora si vedrà. È una nuova esperienza e non vedo l’ora di cominciare a lavorare con un grande allenatore (Giovanni Guidetti), spero di imparare tanto da lui. Sono davvero tanto entusiasta». 

 

Gian Luca Pasini stamattina scrive sulla Gazzetta che bisogna proteggere Paola Egonu, ma pure che lei e la Nazionale si devono aiutare da soli e talvolta, riescono a infilarsi in vicoli ciechi da cui è quasi impossibile recuperarli. I tifosi italiani l’aspettano in Nazionale nelle prossime stagioni e all’Olimpiade, convinti che le tensioni di questo Mondiale facciano parte di un percorso di crescita fisiologico per un’atleta forte quando si diventa “tanto” famosi”

Pasini aggiunge: Non è un’eroina, non è una martire, ma è pur sempre una ragazza di 23 anni e nello sfogo che ha avuto dopo la partita vinta con gli Stati Uniti si vede tutta la sua “sofferenza” umana e forse anche fragilità che sta dietro un grande personaggio sportivo.  sembrava anche che ci fosse una ipotesi di episodi di razzismo nei suoi confronti, che tutti hanno smentito. Ma alcuni passaggi restano un po’ oscuri.

Figuriamoci per noi che stiamo sul divano di casa. 

 

Angelo Di Marino su La Stampa scrive che va a giocare in un Paese dove il velo per le donne è una realtà. Gli ultimi giorni sono stati i peggiori per lei, prima per gli errori commessi nel match con il Brasile e poi per il distacco dalle compagne di sempre. Quelle dell’Imoco e della Nazionale. Una per tutte Monica De Gennaro, il libero del team di Mazzanti, con la quale ha un rapporto speciale. Ieri anche De Gennaro piangeva. Egonu è un bersaglio facile: donna giovane, di successo, elegante, mai banale, attenta ai diritti di tutti. Negli anni haters, razzisti, omofobi hanno seminato la sua strada di attacchi, insulti, schiaffi. Deve far tanto male che quella maglia azzurra, portata fieramente sulle spalle in tante battaglie sportive, adesso le pesa. Troppo, tanto da pensare di toglierla, almeno per un po’.  Egonu impersonifica tante cose, dalla voglia di far bene a tutti i costi fino all’integrazione che nel nostro, come in altri Paesi occidentali, è una realtà ma fino a un certo punto. Una giovane donna che è cresciuta e che crede di non meritare quel razzismo strisciante che ancora le capita di incontrare.

Paolo De Laurentiis sul Corriere dello sport-stadio commenta: I grandi cambiamenti culturali si identificano anche nei simboli e lei è un simbolo dell’Italia come dovrebbe essere ed evidentemente ancora non è: aperta, integrata, unita. E’ un peso da portare per un’atleta che magari vorrebbe solo pensare a giocare. Paola Egonu non ha questo privilegio perché è di più, con onori e oneri. La speranza è che resista e ci insegni come si sta al mondo oggi. Continuando a vestire la maglia azzurra, continuando a vincere o perdere assieme alle sue compagne. 

Poi c’è l’aspetto tecnico ma è importante distinguere bene le due cose: nello sfogo di ieri non c’è nessun riferimento al campo, è un malessere molto più profondo da non accostare all’amarezza per quel set-ball sbagliato contro il Brasile

 

Lo scrittore e documentarista Jvan Sica scrive su Fan Page che queste immagini di vero dispiacere, di sconforto totale di fronte a una situazione diventata insostenibile devono parlarci di noi, del nostro Paese, di quello che stiamo diventando o forse siamo sempre stati, senza saperlo solo perché le questioni razziali, di genere e tanto altro non ce l’eravamo nemmeno mai poste. L’Italia è il Paese in cui perdere deve avere un solo colore e non è quello della maggioranza delle persone. L’Italia è il Paese in cui a perdere sono le persone che scelgono strade non accettate dalla maggioranza per quel che riguarda la loro vita sessuale. L’Italia è il Paese in cui a perdere devono essere quelli che sono deviati e non tutti gli altri che sono invece nella correttezza di una moralità innalzata a manifesto politico. L’Italia è il Paese in cui lo sport deve uniformare e non imparare a pensare in maniera laterale. Quando si perde questa è l’Italia che scopriamo in atlete come Paola Egonu. Lei ha perso perché è diversa e non ci rappresenta, non siamo noi. Il suo addio direbbe tanto anche delle istituzioni del volley italiano, un po’ troppo sciatte su queste questioni. Ti chiediamo di restare Paola, anche se adesso è difficile. Resta per un Paese che c’è anche se sembra scomparso, anche se sembra nascosto, anche se sembra impaurito. Può essere proprio il tuo restare una molla per farlo tornare a essere vivo.

Ancora su La Stampa, Giulia Zonca ha scritto che Egonu nell’ultimo chiacchierato Mondiale di pallavolo, si è caricata il nostro sulle braccia lunghe per 275 volte, tante quanti sono i punti che ha realizzato. E nessuno, nell’intero torneo, ha fatto di meglio. Non basta mai. Ogni errore vale stranamente più delle palle messe a terra in campo avversario. Massacrare il talento evidentemente, da queste parti, piace. Continua a succedere come se riportare chi è speciale alla normalità scacciasse i demoni di chi si ritiene banale. Siccome la luce in campo spesso la porta lei, capita che la accusino di spegnerla, siccome è la faccia di un Paese contemporaneo, con tutte le differenze che ogni singolo porta in questi Anni Venti (per fortuna assai diversi da quelli evocati continuamente in questi giorni), qualcuno non la inquadra. Siccome Egonu non ha paura di dire la sua si espone al giudizio. Siccome la sua dà fastidio a chi preferirebbe poster più stereotipati, non è abbastanza italiana.  la migliore schiacciatrice in circolazione si prende una pausa, perché a 23 anni i dubbi degli altri lasciano cicatrici sulla pelle, graffi, segni e non è proprio sempre obbligatorio sfoggiarli con orgoglio

Pierfrancesco Catucci sul Corriere della sera cerca un bagliore di ottimismo oltre l’orizzonte, parla di un gruppo che deve risolvere i suoi problemi. A cominciare proprio dai rapporti con Egonu, meravigliosi nelle parole, più tesi nella realtà per qualche privilegio concesso alla fuoriclasse, ma scrive pure che il tempo aiuterà la riflessione e l’esperienza turca di Egonu la farà crescere ancora. Il motore c’è. Serve un ottimo tagliando.

E così sia. 

 

SALA DI DOPPIAGGIO 

Paola Egonu in tre anni di Slalom

 

#3  Ivan Zaytsev che parla di lei

«Io di critiche ne ho ricevute una marea in vita mia. Con il passare del tempo si impara a gestirle, a trovare un po’ di equilibrio. Per qualcuno può essere uno stimolo a fare meglio. Paola è sovraesposta perché è una campionessa, è fortissima ed è nera: in una situazione come quella italiana, particolarmente ingarbugliata dal punto di vista politico, tutto si amplifica e non è facile». intervista di alessandra roncato, Repubblica [12 settembre 2019]

 

#60 Il ritorno a Novara da avversaria

Alle molte e forse troppe parole dette intorno a Paola Egonu nelle ultime settimane, mancavano quelle di suor Giovanna Saporiti, presidente dell’AGIL Novara, il club dell’azzurra. Da qualche tempo, in modi più o meno civili, di Egonu si scrive per scrivere d’altro, del suo coming out, del bacio con la fidanzata, Kasia Skorupa, al termine della Supercoppa persa a Treviso contro l’Imoco Conegliano della grande amica di Paola, Miriam Sylla. Suor Giovanna, che in realtà vorrebbe non parlarne, ne parla: «I giovani di oggi procedono più per esperienze che per scelte. Paola si è svelata in maniera chiara ed eloquente, sarà lei comunque a capire negli anni, ricordiamo che ne ha solo 19. Sta provando a gestire questa situazione e certamente, forse, avrebbe dovuto essere più cauta. Ma da noi si dice “non sa ancora neanche com’è girata”, è un modo per dire che è presto per tutto». … Paola Egonu e Kasia Skorupa hanno giocato insieme a Novara nel campionato 2017-2018, e poi a maggio l’AGIL, cioè suor Giovanna e il comitato tecnico hanno deciso di separarle. «Io» precisa, aggiunge, sottolinea suor Giovanna, «sono per la libertà dei figli di Dio, è necessario rispettare il modo di essere di tutti. Ora Paola deve solo giocare e non deve farsi strumentalizzare». [Cosimo Cito, la Repubblica, 19 novembre 2018]

«Sono molto emotiva. Prima delle partite importanti sento la tensione. Ci sono quegli attimi in cui le gambe ti tremano.  Certo rispetto a 4 anni fa sono più in grado di sentire e riconoscere le mie emozioni e riesco a essere più consapevole di quello che sto vivendo. Quando mi trovo in quelle situazioni di tensione, mi aiutano molto le mie compagne, che se ne accorgono dalle mie espressioni e dai miei modi, vengono da me e hanno gesti che mi aiutano e mi supportano. Un vero punto di riferimento, per me, è Miriam Sylla, che mi capisce e sa come prendermi». [Intervista di Monica D’Ascenzo. Dall’ebook Donne di Sport, il Sole 24 ore]

Il mago Vital Heynen ama scrivere, in una mail al presidente e ai giocatori, ciò che succederà nelle partite. È successo così anche prima della finale di Supercoppa appena vinta con Modena. Al tie-break, come aveva predetto il nuovo tecnico della Sir Safety Perugia, campione del mondo con la Polonia. Il coach si esprime in un italiano già chiaro e comprensibile («Avrei voluto studiare di più, ma non c’è stato tempo. Mi salvo con il latino studiato 30 anni fa…») e spiega come funziona il suo metodo di predizione: «L’ho sempre fatto. Seguo il mio sistema: mando non solo ai giocatori, ma anche al presidente, la mia idea di come sarà la partita. Non è importante solo il risultato, ma dove sono i problemi, chi ha giocato bene o male. Prima della partita avevo scritto che sarebbe stata una gara lunga. Che, se possibile, dovevamo controllare la loro battuta, e l’efficacia di solito cala con l’andare dei set. … Il mio primo anno da allenatore ho commesso l’errore di non informare tutti, poi non più. Dopo i Mondiali del 2012 (quelli del bronzo con la Germania, ndr) ho riletto le mail scritte alla vigilia e c’era già il nostro obiettivo. Qualche volta non funziona, per esempio nella semifinale europea contro la Slovenia, ero sicuro che avremmo vinto, invece…»[Marisa Poli, la Gazzetta dello sport]

[8 novembre 2019]

 

#80 Conegliano campione del mondo

Le dici che la chiamano «pantera azzurra» e rotea gli occhi all’insù. Non sa. Non le importa e lo fa capire senza un «bah», ma solo con gli occhi e con la postura serrata. 

 Come iniziò a giocare a pallavolo? «Finivo i compiti presto, mi mettevo sul divano. Papà disse: prova uno sport. Ho visto che la pallavolo mi divertiva, ne ho fatto un’opportunità». 

 Il sacrificio più grande? «Lasciare casa. Avevo 13 anni. Lasciavo mamma, papà, fratello, sorella, le amiche, le sicurezze, tutto».

 Il presidente Sergio Mattarella ha detto che il Paese dovrebbe prendere esempio da voi azzurre del volley. In che cosa, secondo lei? «Nella voglia di far bene anche in situazioni scomode e sempre mantenendo il rispetto degli altri».

 L’Italia si è innamorata della multietnicità della squadra, che effetto le ha fatto? «Mi stupisce questa reazione. Siamo italiane. Per me, avere origini diverse è normale».

 Su Instagram, ha messo la frase di Nelson Mandela che dice «nessuno nasce odiando un’altra persona per il colore della sua pelle…». Perché l’ha scelta? «Perché è la realtà. Il bimbo non s’accorge del colore che ha finché, a scuola, una maestra dice che è nero o giallo».

 ➣  E lei ha incontrato una maestra così? «Ho vissuto alcuni episodi di razzismo. È normale, ma non dovrebbe esserlo». intervista di candida morvillo, Corriere della sera, archivio

[8 dicembre 2019]

 

#604 Paola Egonu aspetta di portare la bandiera ai Giochi

Giovedì il CONI comunicherà i nomi dei portabandiera ai Giochi. Potrebbero essere due, un uomo e una donna. Paola Egonu è davanti a molti. Gaia Piccardi per il Corriere della sera ha passato un’ora con lei e stamattina le dedica una pagina. Una chiacchierata piena di spunti e qualche novità. Le chiedi cosa sta facendo in una pigra domenica di maggio – scrive Piccardi – a stagione finita, e ti parla del platano fritto che adora (ricette incluse), vuoi sapere come è stata la sua infanzia e ti racconta della zia suora, ipotizzi che possa portare la bandiera dell’Italia ai Giochi di Tokyo e si finisce, con una svolta imprevista, a discettar d’amore”

E così Egonu racconta del padre, della madre, dell’inclinazione alle lacrime e al riso «quando guardo le serie K-drama coreane, per esempio, di cui vado pazza, una passione condivisa con mia sorella Angela. Dieci puntate per darsi un bacio, intanto non succede mai niente: mi piace l’idea asiatica della lentezza, quell’essere un po’ alieni e stralunati, come me». Lei che confessa di restare a volte a letto 24 ore senza far niente, lei che una mattina, aveva otto anni, disse a suo padre di volersi fare suora. Come la zia. «Avevamo l’abitudine di passare almeno una settimana all’anno a Roma con lei in convitto, travolgevo la zia di domande sui grandi temi della vita e lei sapeva rispondere a tutto: i riti della comunità religiosa mi affascinavano».

Quando le viene chiesto cosa sia la libertà per lei, risponde: «Esprimermi per ciò che sono e sento senza essere etichettata». E alla domanda seguente (Quindi lei non è omosessuale), replica. «Esatto, non lo sono. Ho ammesso di amare una donna (e lo ridirei, non mi sono mai pentita) e tutti a dire: ecco, la Egonu è lesbica. No, non funziona così. Mi ero innamorata di una collega ma non significa che non potrei innamorami di un ragazzo, o di un’altra donna. Non ho niente da nascondere però di base sono fatti miei. Quello che deve interessare è se gioco bene a volley, non con chi dormo. Io sono una pazza che si innamora a prima vista, bang, in due secondi. Non sto lì a pensarci, parto come un treno. Poi prendo anche i miei bei due di picche, batoste micidiali, però almeno me la vivo al cento per cento, senza rimorsi. Devo dire che l’idea del grande amore non mi fa impazzire: mi interessa ciò di cui ho bisogno in una certa fase della mia vita, non deve per forza essere per sempre. Però sono incoerente perché credo che il matrimonio sia un’istituzione fantastica. Boh, forse ho le idee un po’ confuse…».

All’estero andrà a giocare tra qualche anno. Sulla bandiera a Tokyo dice: «Io, di colore, italiana e la bandiera. L’ignoranza e certe cose del passato hanno bisogno di un taglio netto. Sono pronta. Facciamola, bum, questa rivoluzione!».

[17 maggio 2021]

 

#608  Il CONI scarta Paola Egonu

È caduta all’ultimo miglio la candidatura di Paola Egonu, che se lo aspettava al punto da parlarne apertamente in una intervista di pochi giorni fa con Gaia Piccardi per il Corriere della sera. La più forte pallavolista che ci sia, campionessa del mondo e d’Europa per club, uno dei volti che il mondo della pubblicità si contende, è stata bocciata allo sprint. C’è un’Italia che ancora si spaventa. 

Flavio Vanetti racconta sul Corriere della sera i retroscena di una decisione che a un certo punto vedeva in corsa i nomi di Larissa Iapichino, ballava intorno alla coppia Viviani-Egonu oppure Montano-Pilato. In quest’ultimo caso – racconta – sarebbero stati uniti il super-veterano (43 anni) alla sua quinta presenza olimpica e la giovanissima (16 anni) debuttante ai Giochi. Probabilmente l’ipotesi legata a Montano è caduta perché, pur andando a Tokyo, in questo momento è il quarto della squadra azzurra di sciabola. Potrebbe insomma rimanere riserva e dunque, con tutta probabilità, il Coni non ha voluto rischiare di nominare un atleta, per quanto rappresentativo, che rischia di restare in panchina

Boh. Sarà che la cosa di portare una bandiera mi pare più gioiosa che sacra, ma a tutti questi requisiti che non stanno scritti da nessuna parte, gestiti dietro le quinte, poteva essere aggiunto il più contemporaneo di tutti, l’impegno dello sport a essere più di sé stesso, a dire delle cose, a schierarsi, a mostrare una società che cambia, un paese che si muove. Carlton Myers portabandiera nel 2000 non aveva vinto nessuna medaglia d’oro ma aveva un messaggio tra le mani insieme alla bandiera. Miranda Cicognani nel 1952 non disponeva di titoli sportivi e aveva appena sedici anni. Ma solo 12 mesi prima l’Italia aveva avuto la prima donna in una squadra di governo, Angela Maria Guidi, sottosegretario all’Industria e al Commercio, con delega all’artigianato. Andreotti a quel tempo aveva 32 anni ed era già al suo quarto incarico. Anche ai Giochi invernali precedenti era stata scelta una ragazza, Maria Grazia Marchelli. Qualcosa allora il presidente del CONI Giulio Onesti avrà voluto dire, a nome dello sport, al resto del paese. Il potere di una scelta si porta dietro la responsabilità di attribuirle un senso. Altrimenti basta dare un albo d’oro in mano all’onorevole Cencelli. 

Una scelta saggia secondo Mario Nicoliello su Avvenire. Anche il Giornale approva: È salva la meritocrazia. L’altro giorno con Elia Pagnoni, il Giornale aveva esplicitamente fatto sapere la propria posizione: Non vorremmo che dietro alla scelta della Egonu si strizzasse l’occhio anche al fatto che Paola abbia ammesso di aver amato una donna, una sua compagna. Perché questa sarebbe la strumentalizzazione peggiore, visto che lei stessa ha detto chiaramente che sono fatti suoi.

Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello sport, scrive stamattina che non sfugge a nessuno, tantomeno alla Gazzetta, la simbolicità di una designazione della Egonu. Riteniamo però che ricondurre una scelta così significativa al quasi esclusivo tema della multietnicità sia sbagliato. Il senso dei portabandiera è un altro. Oltreché rappresentativi della squadra azzurra, devono anche aver contribuito a fare la storia dell’Italia alle Olimpiadi. Contano i meriti sportivi. Altri requisiti non devono entrare. Essere un’atleta donna o di colore non deve essere assolutamente un discrimine, ci mancherebbe. Ma non deve neppure diventare un requisito. Così come non può esserlo la mediaticità

Emanuela Audisio su Repubblica considera che chi si era illuso che l’Italia potesse anche essere rappresentata da una fortissima pallavolista come Paola Egonu dovrà aspettare. Nata in Italia, da genitori nigeriani, Paola non si è fatta problema di amare una donna e di non nasconderlo. Atleta un po’ troppo arcobaleno per le modalità di oggi, sarebbe stato un bel segnale di un paese multiculturale, capace con lo sport di integrare persone e diversità. Ma appunto, troppo. L’unico nero, portabandiera azzurro, resta Carlton Myers a Sydney 2000. Doveva essere il simbolo di un’Italia che si apriva, resta invece un’eccezione. E resta che il sistema di scelta è ancora dall’alto, poco democratico. L’America sceglie 48 prima della sfilata. Votano i capitani delle varie discipline. Gli atleti, non chi li comanda”.

 

#672 La portabandiera dell’Europa e non dell’Italia

I portabandiera speciali, portatori anche di messaggi di diversità e inclusione.

Giulia Zonca su la Stampa sottolinea come “il Giappone che mette l’ultima torcia in mano ad Osaka, con papà haitiano e vita americana, consegna pure la bandiera a Rui Hachimura, cestista della Nba, madre giapponese e padre del Benin. Si celebrano gli «hafu» che starebbe per «metà e metà», per un’idea di multiculturalismo che la squadra di casa propone con 35 atleti su 583 e che la monocromatica società nasconde. Solo il 4 per cento degli abitanti di Tokyo è nato in un altro stato contro il 35 per cento di Londra. Quando Hachimura è stato scelto, i suoi social si sono impregnati di insulti razziali, ma questo gruppo gioca contro lo stereotipo.

In diretta Rai Julio Velasco, che dell’Iran è stato il Ct della Nazionale di pallavolo, ha detto che la scelta del doppio portabandiera, e dunque di affidarla anche a una donna, è stata una sfida alla porzione conservatrice del paese. 

La Francia ha consegnato il suo tricolore alla judoka Clarisse Agbegnenou e al lottatore Samir Ait Said. Clarisse è figlia di uno scienziato del Togo. È nata prematura ed è stata in coma per 7 giorni dopo un intervento per una malformazione renale. Samir è nato da una famiglia kabyle originaria d’Algeria.

La bandiera USA a Sue Bird, impegnata accanto a Black Lives Matter (leggi qui) e Eddy Alvarez, figlio di immigrati cubani.

La Siria si è mostrata al mondo con la bandiera tra le mani di Hend Zaza (tennis tavolo), la più piccola a Tokyo, 12 anni, qualificata allenandosi tra un black-out elettrico e l’altro durante la guerra.

L’Australia ha scelto il cestista Patty Mills, primo aborigeno di sempre, e la nuotatrice Cate Campbell, nata in Malawi da genitori sudafricani.

La Gran Bretagna si è fatta rappresentare dalla velista gallese Hannah Mills e dal canottiere Moe Sbihi, primo musulmano. 

E niente, invece il CONI ha pensato che il miglior criterio di scelta fosse aver vinto la medaglia d’oro, e che l’Italia fosse tutta ben rappresentata così, da due ragazzi bianchi, belli e biondi, tutti e due nati da Firenze in su. È mancato il coraggio di dare a Paola Egonu il verde, il bianco e rosso. Altro che vantarsi di averla suggerita al CIO. 

[24 luglio 2021]

 

#715 Il suo impatto nella società

In una ricerca dell’aprile scorso a cura dell’Istat dal titolo Identità e percorsi di integrazione delle seconde generazioni in Italia emerge la centralità della pallavolo in quel segmento di società per il quale ancora facciamo fatica perfino a trovare le parole giuste per una sua definizione. Ci stiamo abituando a dire italiani di seconda generazione, formula sulla quale rifletteva Tahar Ben Jelloun già venticinque anni fa nel suo libro Nadia pensando alla realtà francese: Tutto ciò che i media e gli specialisti sono riusciti a trovare – scriveva – è stato di dare un numero a questa generazione: la seconda. Così classificati, eravamo partiti male per forza. Si dimenticava che non siamo immigrati. Non abbiamo fatto il viaggio. Non abbiamo attraversato il Mediterraneo. Siamo nati qui, su questa terra, con facce da arabi, in periferie abitate da arabi, con problemi da arabi e un avvenire da arabi. Siamo i figli di città in transito; siamo arrivati senza che nessuno sia stato avvertito, senza che nessuno ci attendesse; siamo centinaia e migliaia; ci troviamo qui con facce quasi umane, con un linguaggio quasi civile, con dei modi di fare quasi francesi; siamo qui a chiederci perché siamo qui e cosa ci stiamo a fare

C’è in questo brano tutta la complessità di una vicenda che con le Olimpiadi ha trovato la sua semplificazione nel referendum ius soli sì vs ius soli no, con quel risvolto sconcertante dato dal capo dello sport italiano che si dice in sintonia con il leader della forza politica contraria alla cittadinanza per nascita, gli basta che sia concessa ai minorenni che eccellono con un pallone, nel nuoto o nella corsa. 

Nel testo introduttivo alla sua ricerca, l’Istat ricorda che sono ormai passati almeno 40 anni da quando negli anni Settanta si sono registrati i primi arrivi consistenti di immigrati stranieri in Italia e registra che al 1° gennaio 2018 i minori della cosiddetta seconda generazione, stranieri o italiani per acquisizione, risultano un milione e 316mila – pari al 13% della popolazione minorenne complessiva in Italia. Tre su quattro sono nati qui  (991mila). Nella sua analisi della ricerca, la Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità) fa notare come la percentuale dei bambini con genitori stranieri salga al 93% nella fascia entro i 5 anni d’età. Significa che se non cambia la legge, la stagnazione di nuovi italiani riguarderà la quasi totalità di loro. 

I ragazzi diventati italiani nel 2017 sono stati 54 mila, il 5 per mille della popolazione residente in Italia e il 4.9 per cento della popolazione straniera della stessa età residente nel nostro Paese.

Gli spazi di decisione autonoma che la vigente normativa lascia ai ragazzi stranieri di seconda generazione – dice l’Istat – sono molto limitati. Attualmente i minori stranieri possono acquisire la cittadinanza per trasmissione del diritto da parte dei genitori. L’unica finestra per una decisione autonoma è quella data ai nati nel nostro Paese al compimento del diciottesimo anno di età se dalla nascita sono stati in maniera continuativa residenti in Italia. Inevitabilmente, quindi, il comportamento dei ragazzi tra 0 e 18 anni ricalca quello della collettività di appartenenza. Sono sostanzialmente i genitori a decidere per loro

Lo stesso studio ci dice che più di tre quarti degli studenti delle scuole secondarie di secondo grado maschi nella comunità di origine marocchina e i due terzi nella comunità albanese sceglie di giocare a calcio. Un figlio di filippini su due sceglie il  basket e lo stesso un figlio di cinesi su tre. Le arti marziali sono preferite dai ragazzi con origini nell’Europa dell’Est. Tra le ragazze – eccoci qua – la pallavolo sorpassa la danza, invertendo così i primi due posti delle preferenze espresse delle figlie di genitori italiani. È questo un fenomeno che racconta un distacco dagli sport più tradizionalmente radicati nella comunità di provenienza. La pallavolo è diffusa sia tra le ragazze con genitori filippini sia tra quelle figlie di coppie marocchine, albanesi, peruviane, ecuadoriane. In sintesi: la pallavolo è tra la ragazzine della scuola italiana strumento di espressione dell’identità e del proprio percorso di integrazione. 

Non esiste una Nazionale italiana più aperta alla modernità di quella femminile di pallavolo.

[6 settembre 2021]

 

#819 I piedi di Sofia e i piedi di Paola

I piedi di Sofia Goggia sanno di dover restare attaccati alla neve. La chiamano aderenza. Poggiano su due lamine fatte in legno di pioppo e faggio, in titanio, in carbonio, due strumenti che l’azienda Atomic ha reso micidiali con una tecnologia chiamata Servotec. Né più né meno che un servosterzo dentro gli sci. Agisce sull’elastomero, la parte che sta sotto l’attacco. Gli permette sia di comprimersi sia invece di rilassarsi a ogni piega in curva, guadagnando in flessibilità e rendendo la sterzata agile e veloce. I dossi sono ammortizzati, i solchi sui pendii neutralizzati. I piedi di Paola Egonu devono staccarsi eccome, dalla terra, per colpire. Anche lei è aggressiva e prende pieghe pazzesche, ma con il braccio, anche lei salta, per schiacciare la palla da un’altezza che passa i tre metri, tra i cinque e i venticinque centimetri, dipende. Ha iniziato a farlo una novantina di minuti dopo la premiazione di Goggia, da Val-d’Isère siamo passati ad Ankara, un’altra faccia del mondo. Dentro un paio di scarpe numero 46, i piedi di Paola Egonu sono stati due trampolini per mettere 28 palloni a terra.

[19 dicembre 2021]

 

#886  Una ragazza russa per il dopo Egonu

Akureyri è detta la città del sole di mezzanotte. Si trova in fondo all’Eyjafjörður, il fiordo più lungo dell’Islanda settentrionale. Il circolo polare artico dista 100 km. Giro rapido di informazioni reperibili: il vichingo Helgi il magro fu il primo a stabilirsi qui, si dice, doveva trattarsi del nono secolo. Di Akureyri non abbiamo saputo nulla fino alla metà del Cinquecento, quando il suo nome è finito in un documento del tribunale a proposito della condanna di una donna per adulterio. Un bel paradosso per un posto che il crimine non lo conosce. Secondo le statistiche della polizia islandese, il massimo che può succedere oggi ad Akureyri è un’infrazione al codice della strada. Ci sono cinque centrali di pubblica sicurezza ma uno dei tassi di insicurezza più bassi al mondo.

Questo è il posto dov’è nata Ekaterina Antropova, 19 anni tra qualche giorno, poco prima che arrivi la primavera. I suoi genitori vivevano là, sono russi, prima di ritornare a San Pietroburgo. Ekaterina aveva 7 anni quando lasciò perdere la ginnastica artistica per darsi alla pallavolo, chissà che cosa aveva visto in lei sua madre Olga che glielo consigliò. Ora, pare che se nel mondo sei brava a schiacciare un pallone a terra, l’Italia conservi un fascino irresistibile. Anche se i soldi che mette la Turchia sul tavolo sono di più. Così, quando la teenager iniziò a fare i buchi sul pavimento, la indirizzarono da noi, prima in Calabria e poi a Novara, dove l’allenatrice Irina Kirillova capì bene che cosa sta vedendo e la mandò a Sassuolo, in serie A2, perché potesse giocare di più.

Antropova ha vinto l’anno scorso la classifica marcatrici con 790 punti in 33 partite. Marco Arcari su Eurosport offre un parametro per orientarsi meglio. La ragazzina ha finito il torneo di A2 con una media di 6.4 punti per ogni set giocato, una media irreale la chiama. Paola Egonu nel frattempo è arrivata a 5.8. Ekaterina gioca nel ruolo di opposto, lo stesso di Egonu e di tutte le star, ma sa far male anche alla banda, come schiacciatrice e ricevitrice. 

I numeri non l’hanno fatta passare inosservata, così come la sua statura, due metri e due centimetri. In estate la Savino del Bene di Scandicci è andata a offrirle un contratto, in considerazione del fatto che il suo arrivo da ragazzina consentiva perfino di tesserarla da italiana. Qui la faccenda si ingarbuglia un poco. Le voci corrono, la gente mormora, a ottobre la federazione internazionale la ferma per un mese per pronunciarsi sulla questione: questa ragazza nata tra i fiordi islandesi, è russa o è italiana?

La questione nasceva dal fatto che la federazione di Mosca aveva inizialmente concesso il transfer, certificando che Ekaterina non era mai stata tesserata come russa. Aveva solo una convocazione per una nazionale giovanile. Era una delle tante. E però. Dinanzi a numeri e notizie dall’Italia, si sono ingolositi. Vuoi mettere cosa significa una Antropova del 2003 accanto a quel fenomeno di Arina Fedorovtseva, classe 2004? Verdetto: è russa. 

L’Italia non ha fatto passi indietro. Potrebbe aver trovato il dopo Egonu quando Egonu ha solo 22 anni, o più probabilmente potrebbe aver trovato una signora spalla per Egonu in Nazionale. Ekaterina e Scandicci faranno ricorso.

[5 marzo 2022]

 

#1018 Il record della schiacciata a 112,7 km orari

Paola Egonu solleva il braccio a tre metri e qualcosa dal pavimento e schiaccia palloni dal cielo in terra come nessun’altra ragazza al mondo. In cambio di questo lavoro unico, a Conegliano l’hanno pagata 400 mila euro all’anno. Dal prossimo autunno, questa eccellenza italiana va a operare in Turchia, dove lo stipendio toccherà la cifra di 1 milione. Avrà addosso la maglia del Vakifbank, fin qui la grande rivale dello squadrone veneto, in fase di smobilitazione. Nel week-end in Ankara hanno visto di cosa è capace, 21 punti con la maglia della Nazionale in finale contro il Brasile, per la prima vittoria dell’Italia nella storia della Nations League. Sono passati 10 mesi dal titolo europeo vinto in Serbia e ne mancano due ai Mondiali da giocare tra Olanda e Polonia. 

Paola Egonu ha portato l’attenzione delle televisioni intorno alla pallavolo femminile. È l’artefice di un fenomeno sociale non irrilevante, la diffusione del suo sport tra le figlie dell’immigrazione

Proprio così.

Per la legge italiana, fa tutto questo per hobby. Per divertimento suo. È una dilettante. 

Dovrebbe avere un lavoro. Non ce l’ha. È la pallavolo, la sua professione. Ma senza diritti e tutele. 

Lo sottolinea, dopo la vittoria in Nations League, Andrea Ebana su Sportellate, quando dice di voler “lanciare una provocazione, strettamente connessa al dibattito sullo sport femminile in Italia e al (sacrosanto) passaggio al professionismo delle colleghe del calcio femminile. La pallavolo in Italia – ci ricorda Sportellate  – è il secondo sport più seguito, e il solo movimento femminile conta 250.000 tesserate ed ha un ricavo medio di circa 2 milioni (circa il 122% in più del calcio femminile): si calcola che il monte ingaggi delle giocatrici di Serie A1 di volley sia dalle 3,5 alle 5 volte superiore a quello delle colleghe calciatrici. Visto il corretto provvedimento che ha consentito a queste ultime di considerare la loro attività professionistica, sarebbe interessante capire quando questo avverrà anche con il volley, maschile o femminile che sia: oppure continuiamo a pensare che atlete che giocano davanti a 11.000 mila persone e che arrivano a guadagnare milioni siano, semplicemente, dilettanti che non meritano le tutele contrattuali che il professionismo garantirebbe?.

[18 luglio 2022]

 

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