A cosa pensano le nazionali quando schiacciano

È il giorno dei quarti di finale ai Mondiali femminili di pallavolo. L’Italia sfida la Cina, battuta sabato nell’ultima partita del girone di seconda fase. Chi passa, trova in semifinale la vincente di Brasile-Giappone. Sono di fronte per la 49esima volta in un torneo internazionale. Nel bilancio la Cina è avanti 26-22, ma l’Italia ha vinto le due più recenti delle tre giocate nel 2022. Questi sono i pensieri e le parole delle ragazze italiane alla vigilia dei giorni cruciali per l’assalto al titolo. 

 

Caterina Bosetti

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È al secondo posto nel torneo per numero di ace [14]

 

L’infortunio al ginocchio

 ➣  Caterina, che cosa ha temuto di più in quel periodo?

«Che fosse finita. Mi hanno detto subito che non sarei tornata in Serie A, ci ho provato lo stesso, anche se ho messo in conto di non essere più la giocatrice di punta di una squadra».

 ➣  Che cosa ha scoperto di sé in quel viaggio all’inferno e ritorno? 

«Tutto: avevo 24 anni, se penso alla Cate di prima vedo una ragazzina un po’, come dire?, “trasparente’; cui non riesco a dare aggettivi. Ora mi riconosco caparbia, capace di resistere. Ne sono uscita formata come persona. Negli ultimi due anni mi sento cresciuta anche come giocatrice, non credo sia un caso: rendi al 100% quando sei matura e sai darti una disciplina anche fuori dal campo in quello che mangi, in come riposi…». 

 Sua sorella maggiore, Lucia,è schiacciatrice di vaglia. Lei ha seguito una strada segnata?

«Non direi, ma è un fatto che in famiglia si respiri passione per la pallavolo. Siamo quattro fratelli, quando eravamo piccoli, non avendo baby-sitter, i genitori ci portavano in palestra con loro. Io amavo e amo anche nuotare, in piscina mi accompagnava il nonno, quando non ha più potuto guidare ho scelto la pallavolo, ma non c’è stata pressione, ha inciso il caso».

 ➣  Avete giocato a volte da compagne, più spesso avversarie. Com’è? 

«Da compagne molto naturale. Da avversarie dipende: se la partita conta poco è emozionante. Se c’è in gioco qualcosa di importante, fa un po’ male sapere che se vinci “ferisci” il sogno di una persona cui vuoi bene». intervista di elisa chiari, Famiglia Cristiana, 25 settembre 2022

 

 

Cristina Chirichella

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Anema e Core

 Come vive una napoletana a Novara?

«Bene. Mi sono ambientata in fretta. Me ne sono andata a 15 anni, ma di Napoli mi manca tutto: la città, il clima, le persone… » [26 gennaio 2016, intervista di Andrea Ramazzotti, Corriere dello sport-stadio]

 

Il complesso dell’altezza

«Per me lo sport è stato una rivelazione, ha formato più velocemente il mio carattere. Ringrazio la pallavolo perché mi ha fatto scoprire chi sono: ero una ragazza timida e riservata, il campo mi ha aiutata a diventare più estroversa e anche autonoma. Mi ha insegnato a rialzarmi dopo una sconfitta, a saper fare un gioco di squadra, a convivere con persone che hanno i tuoi stessi obiettivi, gli stessi sogni, e a lavorare insieme per raggiungerli. Ha avuto anche la fortuna di due genitori disposti ad assecondare i suoi sogni. Senza la loro approvazione non avrei mai preso quel treno. Ricordo la frase di papà: «Vai! Qualsiasi cosa accada ti vengo a prendere e ti riporto a casa». 

  Come si vive in 193 centimetri? 

«Ora molto bene, ho imparato ad accettare il mio corpo. All’inizio era diverso: a 14 anni non ero la più alta della classe ma dell’intera scuola! Una ragazzina “diversa” rischia di essere emarginata. Adesso, invece, lo apprezzo, mi distingue come donna. Soprattutto quando mette il tacco 12. Li trovo anche col numero 46! Negli ultimi anni mi sono dedicata alla cura di me stessa, amo vestirmi elegante e con i tacchi quando devo uscire la sera, andare agli eventi». intervista di alessia cruciani, Io Donna, 27 aprile 2019

 

Il tatuaggio del fratello

  Cosa rappresenta la sconfitta per lei? 

«C’e chi la patisce, io la accetto: le sconfitte mi danno la consapevolezza di ciò che mi manca per vincere».

  Non vorrebbe un po’ di leggerezza nella sua vita? 

«No, la mia vita è tutta leggerezza. Ho fatto di ciò che amo un mestiere»

  È vero che porta la O di Gaetano, suo fratello, tatuata sul braccio? 

«Verissimo, sono legata a lui in maniera forte. Il tatuaggio è in realtà il simbolo dell’infinito: a un estremo c’è un’ancora e la G di Gaetano; dall’altra la C di Cristina e degli uccelli. Io sono sempre quella pronta a volare via. Lui quello piantato a terra: per me è un riferimento».

  Cosa fa suo fratello? 

«L’architetto, in Olanda». intervista di paola centomo, Io Donna, 2 luglio 2022

 

Certe inquadrature

  L’anno scorso, durante le Olimpiadi, si è aperto un grosso dibattito, soprattutto in Germania, sul modo in cui la pallavolo femminile e il beach volley vengono riprese dalle telecamere. Molte giocatrici si lamentano per alcune inquadrature che indugiano troppo sui dettagli dei corpi. Lei che ne pensa? 

«Quando gioco, non ci faccio caso. Penso alla partita. Nel rivedersi, non è piacevole. Servirebbe più consapevolezza del tema, servirebbe più competenza tecnica in chi riprende, così come è stata inseguita e ottenuta in telecronaca con la seconda voce di chi commenta. È la società in cui ci troviamo a vivere. Vince ancora troppo spesso questa dimensione dell’effimero» [17 settembre 2022, intervistata da il Mattino]

 

Anna Danesi

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È la terza per muri vincenti [32], la numero uno per percentuale di successo tra chi ha attaccato non meno di 25 palloni [62,77%].

 

Quando il muro non le veniva

  Quale pensa sia la sua quaLità migliore e quale invece il punto debole da eliminare?

«Ora vado meglio in attacco che a muro. Il punto debole da eliminare è che se non attacco, entro difficilmente in partita. Il muro è il fondamentale che mi riesce meno ed esco dal gioco. Questo è un difetto da eliminare» intervista di leandro de sanctis, Corriere dello sport-stadio, 16 giugno 2016

 

Le esultanze senza decibel

  Quanto al carattere?

«Intende se è tra un altro punto di forza? Non saprei, a ogni modo cerco sempre di essere positiva. Dipende dai momenti, certo. Però se qualcosa va male mi ostino fino a migliorare quell’aspetto. Preferisco investire così la mia grinta piuttosto che in qualche urlo sguaiato. Qualche compagna mi ha anche criticata per questo (ride)». 

  Cioè? Sarebbe carente in decibel? 

«Mi dicono che sono troppo tranquilla quando festeggio il punto appena conquistato. Ma io preferisco sfruttare quell’adrenalina, incanalarla, per il punto successivo! Spronarmi a dare sempre il meglio». intervista di christian marchetti, Corriere dello sport-stadio, 21 agosto 2018

 

L’adrenalina di un muro

  Il muro: un concentrato di adrenalina? 

«Come un rigore parato nel calcio. Ma l’adrenalina dipende sempre da quanto arriva veloce la palla e da chi l’ha schiacciata». 

  Come si tiene a bada un gruppo così giovane?

«Lasciandoci libere: Mazzanti dice sempre che le avversarie soffrono l’energia che riusciamo a mettere in campo. E lo abbiamo dimostrato: quando ci “accendiamo” riusciamo a fare di tutto». intervista di gianluca cordella, Il Messaggero, 19 ottobre 2018

 

Monica De Gennaro

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È il libero con più palloni difesi nel torneo [182] e con la migliore % di successo fra le quindici giocatrici con più azioni [67.58%]

 

Scene da un matrimonio

  Vantaggi e svantaggi di avere un marito come coach?

«Siamo professionisti, chi ci conosce sa che il rapporto nello spogliatoio è esattamente quello tra atleta e allenatore. Sono trattata alla pari delle compagne. Per tornare a casa, dal palazzetto di Treviso a Conegliano Veneto, ci sono venti minuti in auto e in questo tragitto parliamo tanto. Ma si lascia il lavoro fuori dalla porta di casa, dove gli argomenti sono quelli di una coppia normale, dalla cena al film da vedere in tv».  

  Cosa pensò quando il Politecnico di Torino inseri il volley tra gli sport più rischiosi nello studio per il Coni? 

«Mi fece sorridere quella ricerca perché non capisco quali possano essere i rischi di uno sport in cui i contatti sono limitati. E il basket allora?». intervista di francesco de luca, Il Mattino, 4 agosto 2020

 

Paola Egonu 

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È la terza migliore marcatrice con 191 punti dietro la belga Herbots [222] e la polacca Stysiak [200], la quarta nel torneo per numero di errori [51], di cui 22 commessi al servizio

 

La scoperta

 È molto giovane.

«Sono andata via di casa presto, a 13 anni. È stata dura lasciare Cittadella e i miei, ci stavo bene nella sfera di cristallo che mi aveva costruito mio padre. Ho dovuto abituarmi a vivere con altre compagne al Club Italia, persino a parlare durante i pasti».

 Prima non lo faceva?

«Per tradizione i nigeriani mangiano in silenzio, per rispetto al cibo e digerire meglio. Per me tutti sapori nuovi, lontani dai risi speziati di mia mamma. Infatti per un bel po’ non ho mangiato, anche per via di un sacco di problemi ai denti».

 Ci racconti.

«Mi sono operata per ridurre la sporgenza dell’arco superiore e ho messo questo apparecchio. Una vera rottura masticare, ma visto che c’ero non mangiavo anche per rimanere magra. Certe mattine guardarmi allo specchio è una pena. Dell’altezza non mi sono mai vergognata, però è ovvio che non sono come le altre adolescenti. E non solo per via del colore della pelle».

 E tu ci pensi al tuo futuro?

«Voglio iniziare un’altra avventura: prendere la patente, iscrivermi a Economia all’università, magari un’esperienza all’estero. Sono secchiona, devo ragionare finché una cosa non la sviscero super bene. L’amore? Un disastro, nessuno che mi coccoli. No che non mi sento bella, ma vabbè, ho interessi: il francese, l’hip hop e New York. Ci sono andata l’estate scorsa a trovare i miei zii nel Queens, una folgorazione. Lì puoi davvero essere come ti pare, nessuno ci fa caso e non ti devi giustificare». intervista di alessandra retico, Repubblica, 9 maggio 2016

 

Gli studi 

 L’esame di maturità in?

«Ragioneria, con un indirizzo in relazioni internazionali».

 Come è andata?

«Settanta. Devo dire che sono abbastanza soddisfatta di me stessa considerando che avevo saltato buona parte dell’ultimo mese di scuola e sono riuscita a uscire comunque non col punteggio minimo. Ci ho messo del mio. Anche i miei genitori erano contenti». intervista di valeria benedetti, La Gazzetta dello sport, 11 luglio 2017

 

La suora e la lentezza

Piange spesso?

«Mi capita, però amo più ridere. Quando guardo le serie K-drama coreane, per esempio, di cui vado pazza, una passione condivisa con mia sorella Angela. Dieci puntate per darsi un bacio, intanto non succede mai niente: mi piace l’idea asiatica della lentezza, quell’essere un po’ alieni e stralunati, come me».

 Da bambina, a Cittadella, com’era, Paola?

«Sempre in movimento. Una mattina, avrò avuto 8 anni, vado da Ambrose: papà, voglio diventare suora come la zia Loreto, gli dico. Avevamo l’abitudine di passare almeno una settimana all’anno a Roma con lei in convitto, travolgevo la zia di domande sui grandi temi della vita e lei sapeva rispondere a tutto: i riti della comunità religiosa mi affascinavano».

 Ha finito per scegliere uno sport di squadra, non a caso. Suo padre cosa rispose?

«Va bene Paola, okay, tanto domani avrai già cambiato idea! È andata così, infatti».

 L’impatto dei suoi genitori con l’Italia fu traumatico?

«Non ho mai sentito racconti tristi. I miei erano molto giovani quando lasciarono la Nigeria per ripartire da zero in Italia. Fu una scelta di sopravvivenza per aiutare i genitori e i fratelli, senza perdere tempo a piangersi addosso. Questo mi dimostra il coraggio che hanno avuto. E non si sono fermati: oggi vivono a Manchester». intervista di gaia piccardi, Corriere della sera, 17 maggio 2021

 

Il nonno, la famiglia

In che modo nonno le ha insegnato a sognare?

«Con la luce che aveva negli occhi: puro amore che veniva dal cuore. Era uno sportivo anche lui, capiva di volley. Faceva il tifo per me da lontano, però non gli piacevano i pantaloncini corti che indosso in campo. “Paola sono troppo corti!”, protestava. E io: “Ma nonno, guarda che prima si giocava in body, è molto meglio così”. E allora si metteva tranquillo».

Famiglia numerosa, la sua.

«I cugini li ho contati di recente: sono arrivata a 18. Gli zii e le zie, inclusa Loreto, sono 13. I miei punti di riferimento, senza nulla togliere a papà Ambrose e al mio fratellino Andrea, sono mamma Eunice e mia sorella Angela. Ci sono discorsi che faccio solo con loro perché solo loro due possono capire».

È più suo padre o sua madre?

«Sono alta, longilinea, forte come lui. Anche di viso, gli somiglio moltissimo. Vorrei avere la sua compostezza nei momenti difficili, la dote di non perdere mai la lucidità. E invece, emotivamente, sono tutta mamma: ho ereditato il suo lato sentimentale, l’empatia, la lacrima facile. E poi io non riuscirei mai a tenermi tutto dentro, come papà».

Francesca Piccinini si è ritirata a 40 anni. Immagina una carriera altrettanto lunga, Paola? 

«Assolutamente no. Non c’è niente di sbagliato nella longevità ma non è la mia storia: ci sono troppe cose da fare nella vita perché io corra il rischio di giocare a volley per altri vent’anni». intervista di gaia piccardi, Corriere della sera, 19 maggio 2022

 

Essere invisibile

Che cosa sogna oggi Paola Egonu?

«Di vivere in un mondo dove la gente si fa i cavoli propri».

Lei però è un personaggio pubblico, la curiosità ci sta.

«Non quella morbosa, mi sento spiata, come se aspettassero la cazzata per puntare il dito». intervista di giulia zonca, la Stampa, 12 febbraio 2022

 

Essere o non essere

Se non avesse giocato a pallavolo cosa sarebbe diventata?

«Una pediatra. O un avvocato. Ma sa, cambio idea molto spesso». intervista di ilaria ravarino, Il Messaggero, 26 ottobre 2021

 

Il fuoco dentro

 ➣ Ma è vero che quando ci sono i finali di set punto a punto ti trasformi?

«Ragiono in modo strano. A volte capita che quando siamo in vantaggio io mi lasci coinvolgere e trascinare dalle compagne. Se vedo invece che siamo punto a punto, mi si accende qualcosa dentro così forte da spingermi ad essere io a trascinare anche gli altri. Vorrei che tutte le persone che ho intorno in quell’istante sentissero dentro di loro quello stesso fuoco, che ti dà la convinzione di potercela fare. In quei momenti cruciali sono un fiume in piena, lo ammetto».

 ➣  Di cosa hai bisogno per fare questo?

«Fiducia. Ho bisogno della fiducia da parte delle mie compagne».

 ➣  Ti capita spesso di diventare scomoda per le persone che ti stanno intorno?

«Eh si, succede. Il mio carattere, il mio essere diretta a volte blocca un po’ sul nascere dei rapporti. Se dopo una partita in cui ho fatto tutto il possibile e qualcun’altra che secondo me non ha fatto benissimo, magari dice qualcosa di inopportuno, in quei momenti rischio di esplodere».intervista di matteo piano, La Gazzetta dello sport, 27 luglio 2020

 

Alessia Orro

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L’ascesa e la metamorfosi

 ➣ Cosa consiglierebbe a una sua coetanea che gioca a pallavolo e che sogna di imitarla?

«Di giocare divertendosi. Se non mi piacesse così tanto la pallavolo, non sarebbe stato facile lasciare la Sardegna per andare a Milano, al Club Italia, quando avevo da poco compiuto 14 anni».

 ➣  All’epoca non era neppure una palleggiatrice, vero? 

«In Sardegna giocavo schiacciatrice e tra i miei allenatori c’era mamma Caterina, che invece da ragazza era una centrale. Ed era una centrale anche la mia giocatrice preferita, Valentina Arrighetti».

 ➣  E com’è avvenuta la metamorfosi in alzatrice? 

«Il Club Italia è servito a questo: mi hanno fatto capire che con la mia altezza non avrei mai potuto puntare davvero in alto giocando come schiacciatrice. Così il mio primo anno a Milano mi sono alternata in due ruoli: giocavo in serie B1 come libero e in serie C come palleggiatrice» intervista di andrea schiavon, Tuttosport, 27 dicembre 2015

 

Lo stalker

L’incubo è cominciato a inizio estate, con attenzioni sempre più morbose (messaggi sempre più spinti) ricevute sui social da Angelo Persico, il novarese che aveva perso la testa per lei. «All’inizio ero convinta che fosse un ammiratore, poi sono arrivati messaggi più pesanti. L’ho bloccato sui social network e pensavo fosse finita, me lo sono ritrovato praticamente da tutte le parti. Mi sono sentita seguita, ovunque. Quando sono tornata a Busto per la ripresa degli allenamenti mi sono resa conto che purtroppo era solo l’inizio. Lui era ancora lì».

 ➣  Con chi si è confidata quando le sono arrivati i primi messaggi «pesanti»?

«Ero in nazionale. Ho parlato con le mie compagne che sono state le prime a vivere con me questo momento, standomi vicina» intervista di fulvio d’eri, Il Giorno, 27 settembre 2019

 

Lo stalker si ripresente

«I messaggi non avevano niente di sportivo. Scriveva cose come “Ti amo”, “Sei bellissima”, “Sono pazzo di te”, riferimenti sessuali espliciti, e anche se io non rispondevo insisteva, inondava la mia bacheca con decine di messaggi, fino alle minacce. “Se non vieni subito ti disintegro”, diceva».

Ha provato a bloccarlo? 

«È stato inutile. Bloccavo un profilo e ne apriva subito un altro. I carabinieri mi hanno detto poi di avere contato almeno una trentina di profili intestati a lui, magari cambiava una lettera, aggiungeva un numero, ma alla fine era sempre lui: moltiplicava i profili e riempiva i post di cuori e di richieste pressanti».

Che tipo di richieste? 

«Soprattutto richieste di incontri. Era un continuo: “quand’è che ci vediamo?” “Sono qui che ti aspetto”. “Non resisto più”. “Non farmi aspettare”».

Lei ha pensato: questo qui si è fatto un film.

«Premetto che io non gli ho mai dato confidenza. Non sapevo chi fosse, né che vita avesse. Può capitare che i tifosi ci mandino pupazzetti, fiori, biglietti, ma ogni giorno io mi trovavo al centro delle attenzioni di questa persona in modo esagerato, morboso».

Ha conservato tutti i messaggi? 

«Sì, per la denuncia. So che lui ha tentato anche avere il mio numero di cellulare, ma sono riuscita a tenere riservato il mio numero altrimenti sarei impazzita. La persecuzione è stata via social, ma quando ha capito che non gli rispondevo, ha deciso di passare a un livello superiore e lì mi sono sentita in pericolo».

Quando si è presentato in albergo? 

«Si. Aveva preso una camera nel mio stesso hotel. E quando siamo andati a giocare in Turchia, ha preso un aereo ed è venuto fino in Turchia. Un’altra volta ha preso un volo e si è presentato a Olbia. Non so se è chiaro il tipo di comportamento che ha avuto questa persona».

La procura vuole chiedere la perizia psichiatrica per il suo stalker che oggi ha 55 anni ed è stato definito, anche dagli inquirenti, in apparenza un “insospettabile”, sebbene avesse riempito la casa di oggetti dedicati a lei. 

«Non è competenza mia dire se è disturbato mentalmente o no. Io so solo che lo stalking è cominciato quando giocavo a Busto Arsizio, era finito ai domiciliari, poi ha patteggiato la pena ed è uscito. Quando me lo sono trovato davanti, con il mazzo di fiori e la richiesta di raggiungerlo in camera o di andare a cena, ho capito che era instabile. Ma questo non gli ha impedito di fare quello per ben due volte». intervista di brunella bolloli, Libero, 6 giugno 2022

 

Elena Pietrini

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I pianti lontano da casa

 ➣  Quel periodo, come lo ricordi? 

«Ricordo che una sera sì e l’altra pure piangevo perché volevo tornare a casa. Ero piccina, lontana dalla famiglia: pensavo sempre che loro stavano tutti insieme e che io ero da sola. A 14 anni ero proprio piccina, poi non ero ancora maturata, sembravo ancora più piccola rispetto alla mia età».

 ➣  La pallavolo l’hai scoperta da piecola?

«Da piccola in realtà facevo ginnastica artistica, poi ho dovuto smettere perché slavo diventando troppo alta. Così ho provato il volley che già faceva mia sorella Giulia, che ha 6 anni più di me. Ho fatto fatica a cambiare: per un po’ ho fatto un allenamento di pallavolo e uno di ginnastica, mi piaceva troppo» non è stato un colpo di fulmine ma quasi. Però all’inizio ero un po incapace: facevo il bagher alla rovescia!»

 ➣  I tuoi genitori coma l’hanno presa?

«Malissimo: ogni weekend in cui giocavamo in casa venivano a Roma e se potevano, si fermavano qualche giorno in più. Non stavano bene perché sentivano che io ero in crisi».

 ➣  Con chi abitavi a Roma?

«Con tutte le altre ragazze che giocavano nel Volleyrò: ci avevano divise in due ville. 12 in una e 16 nell’altra. Un casino. Avevamo dei tutor che ci davano un occhio e ci facevano da mangiare, i vestiti invece dovevamo lavarceli noi. E se non ti andava bene quello che cucinavano te lo dovevi fare da sola. Il primo anno nel Club Italia è stato molto duro. Era una situazione strana, mi sembrava di essere in caserma: stavo sempre lì dentro (al Centro Pavesi di Milano, ndr), dovevo sempre chiedere il permesso per uscire. Oltretutto avevo lasciato la scuola, l’istituto estetico, al terzo anno per concentrarmi sul volley, e quando le altre studiavano non sapevo che cosa fare. Per me era tutto oppressivo, mi pesava un bel po’. Anche perché non avendo amici non staccavo mai».

 ➣  È cambiato qualcosa nella tua vita o sei cambiata tu? 

«No. E io sono sempre la stessa». 

 ➣  Come ti descriveresti? 

«Umile e un po’ pazzerella, il giusto». – intervista di silvia guerriero, Sport Week, 19 agosto 2019

 

Miriam Sylla

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Il passaporto verde

 La sua famiglia ora è in Lussemburgo.

«Da due anni non vedo papà, che lavora sui treni, mio fratello e mia sorella. La famiglia mi manca e a 25 anni ho perso un cardine: la mamma è… la mamma. Ed è morta tra le mie braccia».

 Che cosa sente di avere della Costa d’Avorio?

«Le radici: il legame sarà eterno. Non ho mai avuto modo di conoscerla, rimedierò».

 Miriam Sylla è più italiana o più siciliana?

«Ma se sono siciliana non sono italiana?»

 Certo che lo è. Era per enfatizzare che la Sicilia ha avuto un ruolo centrale.

«A Palermo c’è il mio inizio ed è il luogo dei nonni adottivi. Ha sole, caldo, allegria: mi assomiglia».

 Nonni «speciali» li ha definiti.

«Sono angeli. Mio padre è stato fortunato a incontrarli. Se mia nonna non gli avesse dato un passaggio, io che cosa sarei stata?».

 Come andò quella volta?

«Papà era arrivato a Bergamo. Dormiva alla Caritas. Ma faceva freddo e mio zio soffriva: così si trasferirono al Sud. Una sera quella signora, rientrando a casa in macchina, vide mio padre e lo aiutò. Lui cominciò a lavorare per la famiglia, poi mia mamma lo raggiunse: quando nacqui io, queste due persone si affezionarono. Alla nursery facevano vedere a mia nonna tutti i bimbi bianchi. E lei: “No, è quella lì”. L’infermiera strabuzzava gli occhi…».

 Che cosa pensa quando legge dei barconi dei migranti che affondano?

«Che su uno scafo sarei potuta finire pure io. E mio padre avrebbe potuto essere uno che lavorava nei campi per 2 centesimi all’ora».

 Si è battuta per lo ius soli…

«Non avrei dovuto? Per 10 anni ho avuto un passaporto verde, pur non essendo stata in Costa d’Avorio ed essendo nata e vissuta in Italia. Ho avuto una crisi d’identità: sono italiana o no?». intervista di flavio vanetti, Corriere della sera, 2 luglio 2021

 

 

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