Questo è il Pallone d’oro del popolo
Karim Benzema
Karim Benzema, centravanti del Real Madrid e della Nazionale francese, ha vinto la 66esima edizione del Pallone d’oro, precedendo nelle votazioni il senegalese Sadio Mané [passato dal Liverpool al Bayern in estate] e il belga De Bruyne del Manchester City. Benzema è stato premiato davanti agli idoli della sua infanzia, Ronaldo e Zinédine Zidane, l’ultimo francese ad averlo vinto [1998].
Dicevano i vecchi del mestiere che numeri e statistiche li puoi usare come vuoi. Non c’è nulla di meglio dell’albo d’oro del Pallone d’oro per dimostrarlo. Con questa lista tra le mani, stamattina si potrebbero dimostrare due tesi opposte: che il calcio è un posto noioso, immobile e banale, se dal 2008 a oggi il premio al miglior giocatore è finito sempre alla stessa coppia mistica, tranne in due casi. Oppure si potrebbe sostenere che è un posto pieno di dinamismo, perché nelle ultime quattro edizioni hanno vinto tre calciatori diversi: Luka Modrić, Leo Messi e Karim Benzema. Il candidato prenda in considerazione l’ipotesi che entrambi le posizioni siano autentiche. Svolgimento.
È finito a Karim Benzema il primo Pallone d’oro in un quindicennio senza Messi tra i finalisti, il secondo di fila dal 2010 senza Cristiano sul podio [ventesimo], il primo dal 2006 senza nessuno dei due fra i primi tre. Sul podio c’è il primo africano 27 anni dopo Weah [27 anni!] e c’è il primo belga della storia [il primo!]. Finita la scorta di punti esclamativi, resta la verità tra le parole di Hugo Guillemet, su L’Équipe, quando dice che questo premio è un “ricompensa suprema”.
Non c’è stata incertezza, sottolinea il giornale francese, cuginetto di France Football che lo assegna e ha già preparato la copertina celebrativa.
“Benzema è riuscito ad anestetizzare i dibattiti pre-cerimonia, per tutti il suo trionfo era inevitabile. È arrivato per ultimo sul tappeto rosso, intorno alle 20, portando con sé tutto, le urla, la folla, le telecamere e l’attenzione generale. Quando aveva 16 anni, quando l’orizzonte del professionismo si avvicinava, Karim covava segretamente tre sogni: comprare una casa con un camino a sua madre, giocare per il Real Madrid e vincere il Pallone d’Oro”.
Non ha fatto festa. Alle undici e mezzo della sera era già sull’aereo per la Spagna, perché domani a Elche c’è una partita della Liga e tra poco più di un mese – parbleu – cominciano i Mondiali.
È stato per anni la canaglia del calcio francese, il reietto, il tipo che ricattava un compagno di Nazionale con un video sexy attraverso certe cattive compagnie della sua infanzia. Stamattina, come scrive Vincent Duluc nel suo editoriale per L’Équipe, “il suo atteggiamento è un esempio, e resta un criterio di grandezza: mai una simulazione, mai una reazione quando prende dei colpi, mai un cartellino rosso, un professionista meticoloso, che non è più lo stesso giocatore o lo stesso uomo da quando è tornato in Nazionale. La Francia lo ha liberato dai suoi rimpianti e da una pesantezza”.
“Ha ancora una chance per lasciare finalmente una traccia vera su un Mondiale. Questo Pallone d’Oro sembra un’apoteosi, ma pure una promessa. Ci ricorda che esistono molte stagioni nella vita di un giocatore e che tutte le primavere sono possibili, qualunque siano stati gli inverni. Toccare il sogno d’infanzia a quasi 35 anni, dopo averne vissuti di caotici, dopo una condanna in tribunale, cinque stagioni lontano dalla Nazionale, aiutando gli altri a conquistare il Pallone d’Oro, è una delle storie più belle e sbalorditive dal 1956. Il Pallone d’Oro ha onorato il figlio di un minatore polacco del nord (Kopaszewski, detto Kopa), il nipote di un emigrato italiano dalla Lorena (Platini), figli e nipoti di algerini dei quartieri di Marsiglia (Zidane) e della periferia di Lione (Benzema), un gioioso esploratore venuto da una famiglia che da diversi secoli vive a Boulogne-sur-Mer (Papin). La trasformazione del gioco di Karim Benzema è stata accompagnata dalla trasformazione della sua immagine e da una tardiva unanimità, quando non è stato più giudicato, se non per le cose che fa in campo – cose rare e magnifiche: un modo di intendere il gioco, di renderlo possibile o di sorprendere, molto più che un centravanti, ma in definitiva un centravanti, un marcatore feroce come come un orco, capace di cambiare il corso della Champions, di giocare per gli altri e di vincere da solo”.
Se fosse il giudizio finale di un anno scolastico, non sarebbe una brutta pagella.
Il suo 2022 | 42 gol in 44 partite con il Real Madrid, uno ogni 4,2 tiri in porta, 15 nel primo tempo e 27 nel secondo, di cui 17 nell’ultimo quarto d’ora o nel recupero. Più 14 assist, dunque decisivo ogni 66 minuti.
Gli avrei fatto segnare tanti gol | Zinédine Zidane
BINOCOLI | Anche la Spagna, il suo paese d’adozione lo celebra. Il madridismo si schiera petto in fuori con Carlos Toro su El Mundo. “Nella sua natura di discussione dalla impossibile unanimità, il Pallone d’Oro è il Premio Nobel del calcio. E come il Nobel, per tutte le sue categorie, viene sempre assegnato a qualcuno che ne è all’altezza, anche se non lo conosciamo, ma ignora diversi altri nomi che a loro volta lo meriterebbero. È il premio della delusione sicura. Karim Benzema stava per diventare un eterno contendente al Pallone d’Oro. Dall’età di 30 anni, ha firmato quattro delle sue sette stagioni migliori. In un certo senso, il Pallone d’oro significa per lui un epilogo e un prologo”.
Alfredo Relano, il giurato spagnolo, scrive su As: “Perché Benzema non ha sviluppato prima tutte queste sue doti? Forse per comodità, forse per modestia, forse per prudenza, forse per rispetto verso quella che è stata definita l’equazione dei gol, mi pare da Ancelotti, la formula secondo cui nessuno nel Real Madrid doveva superare la metà dei gol realizzati da Cristiano, la cui ossessione di distinguersi non avrebbe resistito. Cristiano è partito senza essere sostituito e Benzema ha fatto il contrario di Bale: si è preso la responsabilità del gol e della leadership. Un curioso caso di maturità per un fuoriclasse che nei primi anni aveva un’aria indolente, ma che ora combina, dà consigli, segna tanti gol ed è capace di tirare fuori dal cilindro i suoi conigli. Ho già votato per lui l’anno scorso e sono rimasto sorpreso dal fatto che fosse solo quarto in classifica. Forse tra coloro che non lo vedevano così da vicino, il suo ricordo dei primi anni pesava ancora troppo”.
Santiago Segurola su El Pais scrive che Benzema è di fatto il vincitore più anziano di sempre. Prima di lui c’è stato Stanley Matthews nella prima edizione del trofeo, ma “in tutta onestà, quella leggenda del dribbling e della longevità, fu insignito del premio all’età di 41 anni e si ritirò cinque giorni dopo averne compiuti 50. Ma vinse un titolo in tutta la sua carriera – la Coppa d’Inghilterra nel 1953 – e non giocò mai la Coppa dei Campioni. Il premio fu dovuto più al suo prestigio popolare che alla sua rilevanza. Basti citare chi arrivò secondo: Alfredo Di Stéfano. Benzema è invece un caso di notevole longevità, nel momento in cui i giocatori svoltano facilmente l’angolo dei trent’anni. Modric, Lewandowski e Kroos sono altri esempi. Nel caso di Benzema è casomai più significativa la resistenza a dargli un premio che indubbiamente ha meritato. Fino al 2021 non era mai stato tra i primi 15, il che rende più prezioso il primato e conferma la discutibile dimenticanza. Per nove anni – continua Segurola su El Pais – Benzema è stato visto come il poetico portatore d’acqua di Cristiano Ronaldo, in un curioso capovolgimento di ruoli. Il centravanti di nome (Benzema) era il complemento del centravanti di fatto (Cristiano), un marcatore implacabile che non lasciava un osso. Quando Mourinho ha definito Benzema un gatto che non cattura i topi, ha costruito per lui un’etichetta devastante. Recuperare da quella croce gli ha richiesto quasi 10 anni. Benzema ha salvato il Madrid dai rigori del post-cristianesimo, un periodo che si presumeva fosse infernale come il post-messianismo al Barça”.
In Italia | Paolo Condò è il giurato italiano del premio e stamattina spiega su Repubblica le ragioni del suo voto e quali tentazioni ha dribblato. “La sera del 28 maggio, diretto allo Stade de France per la finale di Champions League, mi chiedevo se la decisione ormai presa di votare Karim Benzema in testa alla mia cinquina per il Pallone d’oro avrebbe resistito all’eventuale vittoria del Liverpool sul Real Madrid con gol decisivo di Sadio Mané. … Anche la geopolitica sussurrava le sue ragioni: com’è possibile che l’Africa abbia vinto un solo Pallone d’oro, con George Weah nel 1995, e da allora siano andate deluse le aspirazioni di campioni assoluti come Drogba, Eto’ o e Salah? Anche per questo la barca di Mané aveva molto vento nelle vele. Malgrado ciò, sarei rimasto comunque su Benzema. La base del giudizio è l’ammirazione calcistica che ho sempre nutrito nei suoi confronti, da quando lo vidi ragazzino nel Lione alle tante occasioni madridiste in cui, dietro ai numeri fantascientifici di Cristiano Ronaldo, si leggeva in filigrana la classe immensa dell’uomo che con le sue giocate – con o senza palla – apriva gli spazi al portoghese. … Il Pallone d’oro ha cambiato l’ordine dei suoi criteri di scelta, ora pesano di più le prestazioni individuali. Ma che il migliore di solito vinca rimane una legge dello sport”.
Giulia Zonca per La Stampa ha scritto che questo è il momento giusto per premiare il più anziano vincitore nella storia del trofeo. “Benzema è stato estromesso dall’establishment ed è rimasto in strada. Per un’eternità. Sembra impossibile che capiti a lui. Non solo votato come migliore, ma addirittura faccia, quella di uno considerato sconveniente, quando non delinquente, che invece diventa tanto affidabile da valere un poster. Occhialino tondo con montatura doppia, camicia con un colletto nero, stile pret, e chiuso da un bottone al centro, barba lunga. Lo applaudono come in casa sua non è mai successo Solo un anno fa la patria faticava ad amarlo, ora lo adora”.
Il vestito, fa notare Stefano Montefiori sul Corriere della sera, è “identico a quello indossato anni fa da Tupac, il rapper americano morto assassinato a Las Vegas nel 1996, che Benzema in passato ha citato spesso come un’altra fonte di ispirazione”.
SALA DI DOPPIAGGIO
Karim Benzema in tre anni di Slalom
#64 Perché Benzema non tornerà in nazionale
Vincent Duluc, l’Équipe: “Esistono due questioni differenti. Una è la sua storia legale, relativa al cosiddetto caso “sextape”, e poi le sue conseguenze, in particolare nel suo rapporto con Didier Deschamps: continuano a sembrare irreparabili. Che lui sia pentito o no, il suo ritorno nella nazionale francese non avverrà.
… Se un giocatore come Benzema tornasse, non solo competerebbe con Giroud, ma anche con Kylian Mbappé – che sogna di diventare il fulcro – e con la maggior parte dei leader della squadra, abituati ad accogliere i giovani che non tolgono luce, di certo non un giocatore di tale personalità”.
[12 novembre 2019]
#605 Deschamps sta pensando di riconvocarlo
Stasera sapremo con le convocazioni ufficiali della Francia per gli Europei, ma l’Équipe dà l’idea di aver avuto una soffiata e di non poter essere nel frattempo più esplicito di così. In prima pagina parla di ipotesi per un ritorno di Benzema in Nazionale. All’interno la possibilità è più sfumata nei titoli ma un pezzo con due firme Damien Degorre-Vincent Duluc parla di un possibile sorpresa. Oggi si terrà un incontro finale tra il CT Deschamps, i suoi assistenti, il medico e la federazione. Non ci saranno riserve a casa.
“E se Benzema tornasse? Non è abitudine di Deschamps aggiungere a giugno un giocatore mai convocato nei due anni precedenti il torneo. Ma questa edizione dell’Europeo è speciale. Da qualche giorno l’argomento non è più così tabù tra i Blues e sarebbe addirittura entrato nei pensieri di Deschamps. Benzema conosce gli equilibri della squadra, Deschamps sa cosa può fare per lui il centravanti del Real Madrid, che probabilmente sta attraversando la migliore stagione della sua carriera. Noël Le Graët, il presidente della federcalcio che ha sempre difeso pubblicamente la posizione del suo allenatore, dall’autunno del 2015, data dall’ultima presenza di Benzema, ha spesso sperato che succedesse. Deschamps, d’altra parte, non ha mai detto che non l’avrebbe mai richiamato. Semplicemente non ha rivelato il giorno in cui sarebbe successo. E se fosse oggi?”.
[18 maggio 2021]
#606 Il significato sociale della convocazione
E dunque l’Équipe era sulla strada giusta, con il suo scoop discreto ieri mattina, l’annuncio del ritorno di Benzema in Nazionale è diventato ufficiale ieri sera, cinque anni dopo l’esclusione dagli Europei che la Francia doveva giocare in casa e che lui da casa si guardò. Era fresco lo scandalo sexy del videotape rubato a Valbuena nel quale si trovò coinvolto attraverso una delle sue amicizie sbagliate. Reagì dicendo che la Francia era razzista verso le sue origini algerine, e da allora nessuno aveva fatto un passo avanti. A ottobre si terrà il processo.
Paolo Condò su Repubblica spiega che “Karim dovrà rientrare con passo felpato, perché alcuni compagni sono amici di Valbuena – sta chiudendo la carriera in Grecia – e il Mondiale ha comunque fissato nuove gerarchie. Però è opinione comune che se richiami Benzema non lo fai per mandarlo in panchina, ma per giocarti un trio d’attacco stellare con Mbappé e Griezmann”. Auguri a Germania e Portogallo che sono nello stesso girone.
Un triangolo d’oro, lo definisce l’Équipe e titola che il muro è caduto. Nel suo editoriale Vincent Duluc scrive che “chiamando Benzema, il CT impedirà ai campioni del mondo di addormentarsi, ma rischia anche di sconvolgere una dinamica collettiva che ha portato i Blues sul tetto del mondo. Il ritorno di Karim Benzema cambia alcuni intimi equilibri. Ovviamente Didier Deschamps sa tutto questo. Lo sa da cinque anni. Benzema atterrerà sulla terra di una squadra che ha dominato il mondo senza di lui e ha tessuto legami senza di lui. L’entusiasmo che ieri ha attraversato il Paese per tutta la giornata, a questa notizia travolgente, racconta i pericoli della speranza e di una così alta aspettativa. Questo enorme scoppio di tuono, che nessuno aveva sentito arrivare, alimenta la nostra fretta di essere già al 2 giugno, giorno dell’amichevole in Galles, nel luogo dove Benzema aveva vissuto l’ultimo mese della sua tempesta”. Diario AS da Madrid parla di indulto. In un editoriale un mese fa si domandavano come mai la Francia facesse a meno di un giocatore del genere, chiudendo con: “Meglio per il Real”.
Un’altra sorpresa tra i convocati è la presenza di Marcus Thuram, attaccante del Borussia Moenchengladbach, il figlio di Lilian. C’è Rabiot, non Camavinga.
| pareri Il sociologo Stéphane Beaud
➣ Nel marzo 2016 si pensava che la condanna di Karim Benzema da parte dell’opinione pubblica e dei media fosse molto rivelatrice delle tensioni sociali ed etniche che attraversano la società francese, con i giovani delle periferie. Non è più così?
«Tra il ripetersi degli attacchi terroristici islamici, l’aggravarsi dei conflitti tra i giovani e la polizia, o l’ascesa del Rassemblement national, il periodo sociale e politico che stiamo vivendo in Francia resta purtroppo molto travagliato. Ma nonostante ciò, oggi Benzema è il benvenuto nella squadra francese e ha un suo posto lì. C’è un importante significato simbolico nella sua convocazione».
➣ In questo contesto, pensa che la scelta di Didier Deschamps possa avere anche una dimensione politica o sociale, per non deludere la maggioranza dei francesi?
«Stiamo attenti con le interpretazioni. Non credo sia rilevante presentare Deschamps come una sorta di Machiavelli del calcio. Nel 2016 ricordiamo che aveva qualche motivo per nutrire dubbi sull’integrazione di Benzema nel team francese; poi ha voluto punire il giocatore per i commenti pubblici molto offensivi contro di lui («Deschamps ha ceduto a una parte razzista della società francese»), a Marca, dopo la sua mancata convocazione a Euro 2016. Cinque anni dopo forse è giunto il momento di porre fine alla sua lunga penitenza. In un certo senso, perdonarlo».
Stéphane Beaud è autore di Sociologie du football (La Découverte 2020) – intervista di christine thomas, l’Équipe
[19 maggio 2021]
#621 Il ritorno in Nazionale
Quando Antoine Griezmann ha preso il pallone tra le mani e gliel’ha consegnato perché battesse il calcio di rigore, Karim Benzema ha avuto la prova che dopo cinque anni e 237 giorni davvero lo stavano aspettando. Ha preso la rincorsa e se lo è fatto parare dal portiere gallese Ward. Così stamattina Vincent Duluc su l’Équipe ci può anche scherzare, scrivendo che è stato “un ottimo modo di integrarsi, fare come gli altri”, nel senso che si tratta del quinto rigore sbagliato su otto dalla Nazionale francese dopo il Mondiale vinto in Russia tre anni fa (tre con Griezmann, uno con Mbappé). Benzema ha preso un palo, ha cercato il gol con quattro tiri in porta e il CT Deschamps l’ha tenuto in campo per tutti i novanta minuti. Ha innescato più volte i compagni d’attacco e i gol del 3-0 sono arrivati da Griezmann, Mbappé e Dembélé. “Un ritorno riuscito” lo giudica l’Équipe malgrado l’errore. “I Blues hanno dominato i gallesi giocando in undici contro dieci per un’ora. La serata – interessante – ha dimostrato che la squadra è già pronta. Ci potevano essere modi peggiori per iniziare l’avventura e alimentare i dibattiti che ci accompagneranno fino alla partita con la Germania del 15 giugno”.
C’è dell’altro, ovviamente, molto altro, nel rientro di Benzema in Nazionale e se ne occupa John Lichfield su The Local. La sua convocazione è una dei due elementi su cui sta facendo leva – scrive – Marine Le Pen per parlare agli istinti e alle paure razziali del paese. Ventitré anni dopo il Mondiale del 1998 vinto dalla squadra black blanc bleur.
“Marine Le Pen è per certi aspetti più intelligente di suo padre. Non suggerisce apertamente che solo i calciatori bianchi abbiano il diritto di indossare la maglia della Francia. Lei e i suoi seguaci si occupano di questioni più raffinate con cui manipolare paure e risentimenti”.
Per esempio l’inno scritto per gli Europei dal rapper di origine africana, Youssoupha. Ecris mon nom en Bleu, un appello all’unità nazionale, “a sostegno di una squadra – scrive The Local – che proviene da des campagnes et des quartiers, le zone residenziali di campagna e quelle suburbane. “Una squadra, suggerisce la canzone, che è la miscela migliore perché include un assaggio di altrove e un assaggio di Francia”.
Due elementi assieme: il rap di Youssoupha più il ritorno di Benzema, che a ottobre dovrà affrontare il processo per il sexy videotape rubato da certe sue cattive compagnie a Valbuena. “Perché riportarlo in Nazionale prima del processo? Risposta ufficiale – scrive The Local – perché Benzema è stato già esiliato abbastanza a lungo. Risposta non ufficiale: la Francia non ha altre punte così prolifiche. Gli attacchi lepenisti sono accuratamente indirizzati – senza sembrare che facciano questo – a sollevare la stessa domanda identitaria di Le Pen padre. Perché la squadra francese è così piena di ragazzi neri? La rosa del 2021, a differenza di quella del 1998, è quasi interamente composta da giocatori nati in Francia. Uno è nato in Congo, un altro in Italia quando suo padre giocava nella Juventus. Due sono nati oltremare. Ventidue nella Francia metropolitana. Nove sono bianchi, quindici hanno in parte origini africane o franco-caraibiche, due hanno radici nordafricane. È una misera verità – scrive Lichfield – che conosco per esperienza personale, che molti francesi si sentano a disagio con quella che considerano una composizione razziale squilibrata della squadra. E non tutte quelle persone votano per Le Pen. Allo stesso modo, molti giovani nelle periferie multirazziali hanno un atteggiamento schizofrenico nei confronti della Nazionale. Celebrano i suoi successi, gli piace di potersi riconoscere nella sua rosa, ma spesso tifano anche per la Nazionale del loro paese d’origine lontano. La scelta dell’inno di Youssapha aveva lo scopo di affrontare e calmare queste tensioni. La reazione di Le Pen e dei suoi scagnozzi un tentativo di infiammarle e sfruttarle”.
[3 giugno 2021]
#795 Un gol da condannato
Prima sono arrivati i giudici e poi è arrivato lo Sceriffo. Di mattina imputato e condannato, con un anno di carcere di pena e 75mila euro di multa, di sera il solito attaccante spietato con la maglia del Real Madrid contro i moldavi che portano questo bel nome da giochi di parole e da titoli imparabili. La giornata di Karim Benzema è iniziata con la sentenza del tribunale nel processo per il tentativo di ricatto ai danni del compagno di nazionale Mathieu Valbuena. Una storia che risale al 2015 e che gli costò l’esclusione dalla Nazionale. Benzema suggerì a Valbuena di contattare alcuni suoi amici per evitare che un video sexy finisse in rete. E gli amici gli chiesero del denaro.
L’Équipe racconta che l’avvocato del centravanti, Sylvain Cormier, “è quasi caduto dalla sedia quando ha sentito Christophe Morgan, presidente del tribunale, pronunciare la condanna, andata al di là di quanto chiesto dal pm per complicità nel tentativo di ricatto. Lo status di vittima di Valbuena è stato comunque riconosciuto. Benzema ha prontamente presentato ricorso e l’avvocato ha usato parole molto dure contro la corte”.
Cormier ritiene che la presentazione dei fatti sia stata parziale, monca – dice – quasi falsa. Inoltre si sta convincendo che la corte abbia agito con un pregiudizio a causa dell’assenza di Benzema dall’aula, una volta perché era impegnato in una partita di Champions League (5-0 contro lo Shakhtar il 19 ottobre) e un’altra volta perché era al Clásico (2-1 contro il Barça il 24 ottobre). «Ci era stato assicurato che non fosse così, che Karim Benzema non era la figura centrale in questa vicenda», dice l’avvocato al quotidiano sportivo francese. Ma nel dossier di 70 pagine, non c’è traccia delle discussioni dietro le quinte. “Anche se non sembra che Karim Benzema fosse a conoscenza delle precedenti manovre contro Mathieu Valbuena – si legge – il contenuto della sua telefonata del 6 ottobre 2015 con Mathieu Valbuena a Clairefontaine, durante la quale gli segnala Karim Zenati, dimostra che si è personalmente impegnato con insistenza, a costo di sotterfugi e menzogne, per convincere il compagno di squadra a sottoporsi al ricatto di un uomo di sua fiducia”. Il movente? Non i soldi. “Sembra che per Karim Benzema – scrive il presidente del tribunale – il movente sia da ricercare nell’amicizia incondizionata che lo legava a Karim Zenati, un’amicizia che lo ha portato ad accettare il piano e la strategia, in una discussione telefonica andata avanti anche con un una certa eccitazione, per non dire un certo giubilo”.
In Moldavia, Benzema ha segnato il terzo gol dopo quelli di Alaba e Kroos. La Nazionale francese continuerà a convocarlo. È buffo, il mondo. Quando era sospettato, lo esclusero. Ora che è condannato, lo chiamano.
[25 novembre 2021]
#924 La coppia di fatto Benzema-Vinícius
Tutto è cominciato con un fuori onda, un audio catturato, certe parole in libertà pronunciate da Karim Benzema a Mendy nell’intervallo della partita di Coppa dei Campioni contro il Borussia Moenchengladbach. Ottobre 2020. Benzema metteva in dubbio la bontà delle prestazioni di quel ragazzino, sì, come lo vedeva quel Vinícius?
“Sembrava l’inizio della fine – racconta José Felix Díaz su Marca – invece la situazione è stata completamente ribaltata”.
Il giorno dopo, Karim andò a cercare Vinícius prima che l’onda della polemica montasse. Gli chiese scusa, gli disse che poteva essere suo figlio, che lo considerava tale.
“La verità – racconta Marca – è che proprio Benzema aveva accolto Vinícius al suo arrivo. Marcelo e Casemiro non erano a Madrid perché avevano fatto parte della Nazionale brasiliana ai Mondiali del 2018. Fin dal primo giorno gli ha fatto da guida e tutor, insegnandogli che cosa fosse il Real Madrid”.
Da quell’intervallo siamo arrivati qui, a un Real Madrid che ha segnato 93 gol nelle cinque competizioni della stagione e 54 gol sono firmati da loro due, 37 dal francese e 17 dal brasiliano, che ha raggiunto la stessa cifra anche negli assist.
“Ora nel Real Madrid non si capirebbe la presenza dell’uno senza l’altro. Karim e Vini sono una coppia di fatto. Basta poco per capire cosa vuole l’uno dall’altro e viceversa. Uno sguardo, un gesto e grazie”.
[12 aprile 2022]
#924 In vantaggio nel Pallone d’Oro
Non tutti i gol sono uguali. I tre segnati a Londra in 47 minuti da Benzema hanno scolpito una certezza che Cristiano Ronaldo aveva messo in ombra. Questo 10 in un corpo da 9 merita il premio di migliore in circolazione. Stamattina L’Equipe scrive che per il Pallone d’oro, il centravanti della Nazionale campione del mondo è in vantaggio su De Bruyne, Mbappé e Lewandowski. Karim Benzema è diventato “il leader tecnico indiscusso del Real da diverse stagioni e ora anche il boss degli spogliatoi. Con la partenza di Sergio Ramos e il declino di Marcelo, il francese ha sviluppato per forza di cose un aspetto che non gli era naturale. Adesso è una guida dentro e fuori dal campo, dove incoraggia e alza persino la voce. Un’evoluzione logica”.
Santiago Segurola su El Pais scrive stamattina che “spiegare i cali è un classico esercizio del giornalismo sportivo, a volte il declino è brusco, altre volte la sua scia è lieve ma costante. La narrativa del declino è vecchia quanto il calcio. Molto più rara è la vicenda opposta: come interpretare l’apoteosi di un giocatore in un’età che può invitare al ritiro? All’età di 34 anni – scrive l’editorialista spagnolo – Benzema sta vivendo il momento più bello della sua lunga carriera. Nell’ultima votazione per il premio più noto, è arrivato quarto dietro Messi, Lewandowski e Jorginho. Ancora una volta a Benzema sono stati negati meriti indiscutibili, una mancanza di apprezzamento che sopporta dall’inizio della sua carriera al Real Madrid. Prima della scorsa edizione non era mai stato tra i primi 15 al Pallone d’Oro, eppure non era un giocatore qualunque di una squadra minore, Prima di diventare il capocannoniere indiscusso del Real Madrid, i suoi numeri erano paragonabili a quelli della maggior parte dei buoni attaccanti: 0.42 gol a partita. Il confronto con Messi e Cristiano non era possibile né per lui, né per nessuno. Era un ottimo attaccante che sapeva giocare a calcio meravigliosamente. Ma la sua naturalezza era scambiata per indolenza; la sua generosità per distacco; la sua intelligenza per mollezza. Con Benzema tutto sembrava insufficiente. Era il perfetto destinatario delle critiche, un alibi ambulante per i mali del Real Madrid e della Nazionale francese. Le sue grandi partite venivano immediatamente dimenticate. Solo le cattive pesavano. Benzema si sta godendo gli anni più belli della carriera perché ha sconfitto il più temibile dei rivali: i pregiudizi che lo hanno ferito. Finalmente ammirato, si diverte e gioca come gli dei”.
#967 Il rapporto cambiato con il Paese
L’Équipe dedica a questa impresa – quasi sociale – del centravanti della Nazionale francese la prima pagina di stamattina e ricostruisce con Yohann Oboe l’evoluzione del suo rapporto con il Paese.
“I sondaggi – si legge – non reggono bene la prova del tempo. Offrono una fotografia effimera come una “storia” di Instagram. Nel dicembre 2015, poche settimane dopo la rivelazione della vicenda del ricatto del sextape a Mathieu Valbuena, ce n’era uno che annunciava come solo il dieci per cento dei francesi voleva vedere Karim Benzema giocare agli Europei 2016. Un disconoscimento, una rottura durata fino a maggio 2021 e alla sua chiamata poche settimane prima di Euro 2021. Un francese su due oggi ha una buona opinione di lui e il 68% dei tifosi ritiene che meriti di vincere il Pallone d’Oro”.
L’Équipe ha raccolto parecchie voci sul tema, una serie di pareri che ci fanno da guida nella lettura di questo fenomeno che mescola il tifo per lo sport, le fobie della società e le strumentalizzazioni della politica.
«Non mi sorprende, mostra la versatilità delle opinioni – ha detto Stéphane Beaud, sociologo e autore di diversi libri sul calcio – la sua impopolarità era legata anche al suo atteggiamento, introverso, un po’ burbero. Oggi è più sorridente, i suoi occhi brillano, trasmette qualcosa di diverso, di meno preoccupato». Beaud la chiama «metamorfosi psicologica», a cui si aggiunge una comunicazione meno aggressiva rispetto al giorno in cui accusò Didier Deschamps di aver «ceduto alla parte razzista della società francese», dando il via al carosello delle reazioni indignate di una parte della classe politica, da «insopportabile» di François Fillon a «inaccettabile» di Nathalie Kosciusko-Morizet.
Ma dall’onda della tempesta di fango, Benzema si sta salvando da solo. Con i suoi gol. Oggi, casomai, quella stessa Francia sarebbe disposta a riconoscerlo un maghrebino atipico.
Secondo Alou Diarra ci sbagliamo addirittura sulla percezione che i francesi avevano di lui sostiene che all’epoca fossero arrabbiati con lui quelli che del calcio non gliene frega niente, ma tra gli amanti di questo gioco così meraviglioso e totale, tutti volevano che tornasse con la Francia.
Lui, “madrileno adottivo” lo chiama L’Équipe, non ha mai rotto davvero con i Blues. Nel maggio del 2017 disse: «La Nazionale non sarà mai qualcosa di banale per me». Eppure, con le sue opinioni si è esposto di frequente a chi volesse offenderlo. Come quando twittò nel novembre 2019, taggando il presidente della federazione Noël Le Graët: «Se pensi che io sia finito, fammi giocare per un’altra Nazionale che mi considera idoneo, e poi vedremo».
Ovviamente, la Nazionale era l’Algeria. E allora apriti cielo.
Furono riesumati frammenti di interviste per scavare dentro il attaccamento alla Francia. C’era il video di quella volta che disse a Luis Attaque su RMC (2006): «Sono francese per la squadra, perché l’Algeria è il mio paese, i miei genitori vengono da lì». L’estrema destra colse questa frase pronunciata all’età di diciotto anni e la rilanciò quando il Ct dei maghrebini, Jean-Michel Cavalli, provò a farlo giocare per loro.
Oggi Cavalli racconta a L’Équipe: «Ho avvertito il suo amore per due paesi, la Francia e l’Algeria. Fece un discorso molto franco, senza ambiguità. Cercai di sedurlo dicendogli che sarebbe stato lo Zidane algerino, lui rispose: – Fammi pensare ma non ti lascio molte speranze perché ho l’ambizione di giocare per la Francia»”.
Ecco che allora L’Équipe sottolinea come Benzema sia diventato una questione politica, in un paese che ha votato al 30% per Marine Le Pen e Éric Zemmour alle ultime presidenziali. Sylvain Cormier, avvocato dell’attaccante, dice che Karim «pesa per le controversie che crea, perché è tutto ciò non piace a una porzione di Paese, qualcuno che ha successo e che ama le sue origini». Benzema ha presentato di recente una denuncia per diffamazione contro l’alias su Twitter di Damien Rieu, diventato un attivista per il partito di Zemmour, autore di un paio di uscite nell’autunno del 2020 che lo assimilavano a un terrorista.
Marine Le Pen disse nel dicembre 2015 che «Benzema non sarebbe mai più dovuto tornare in Nazionale», Marion Maréchal gli mandò a dire che «doveva andare a giocare per il suo Paese».
Philippe Bergeroo, che lo ha allenato tra i 17 e i 19 anni, ricorda al quotidiano francese che «Karim era molto, molto motivato, molto orgoglioso di indossare la maglia della Francia. Lo sentivo felice. Non si è mai posto la questione di giocare per l’Algeria, non gli passava per la mente, non ne ho mai sentito parlare».
La maschera felice del Black-Blanc-Beur 1998 questo era: una maschera. Benzema ha avuto il torto di esserne subito consapevole. In una intervista del 2011 con So Foot disse: «Se segno sono francese, ma se non segno o se ci sono problemi, sono arabo». Il riferimento dell’epoca andava a Knysna e all’ammutinamento contro il Ct Domenech dopo il fiasco ai Mondiali in Sudafrica. Andava a tutti i guai di cui era accusato, di non cantare la Marsigliese, per esempio. Dovette difendersi in una intervista del 2014 a L’Équipe Magazine: «È solo che sono concentrato – fu costretto a dare spiegazioni – sono dentro la partita, è tutto ciò a cui penso». Gli dissero che viveva secondo i codici delle banlieue, tornati a galla quando il suo amico d’infanzia Karim Zenati è stato condannato a quindici mesi di carcere per il tentato ricatto a Valbuena. Il tribunale di Versailles ha giudicato lui stesso colpevole di complicità, per un anno di detenzione, con pena sospesa, e una multa di 75.000 euro.
Benzema ha fatto ricorso. L’udienza si terrà il 30 giugno. Ma in tribunale, adesso, entra un altro Benzema. Il centravanti della Nazionale. Il centravanti a cui la Francia vuole dare il Pallone d’oro.
[27 maggio 2022]
#969 La Champions vinta
5 Il numero della Champions vinte da Karim Benzema. Dopo il 2014, 2016, 2017 e 2018, questa del 2022 è la prima da capitano. Gli porterà il Pallone d’oro. L’ultimo francese a vincerlo è stato Zinédine Zidane nel 1998, di origini algerine come lui. Prima di loro. Raymond Kopa, Michel Platini e Jean-Pierre Papin. La certificazione arriva da L’Équipe, giornale che appartiene allo stesso gruppo editoriale di France Football. In Francia scrivono che “si è messo al servizio della sua squadra permettendogli di assicurarsi un po’ di possesso palla con un efficace gioco di sponde. Davanti alla porta, mancava di precisione”.
Damien Degorre parla di ultimo giocatore rimasto in corsa. “In uno stadio dove conosce a memoria ogni anfratto, non ha firmato la migliore prestazione della sua stagione. Ma se Vinicius Jr è riuscito ad aprire le marcature su cross di Valverde, è stato anche perché Benzema aveva mandato in barca Konaté, magnetizzato Alexander-Arnold e liberato uno spazio monumentale alle sue spalle. Statisticamente, non vale quanto una tripletta contro il PSG o contro il Chelsea, ma nel bilancio pesa lo stesso. Benzema non aveva bisogno di aggiungere un sedicesimo gol in Champions per rimanere il capocannoniere della competizione. Come capitano del Real, avrebbe dovuto brandire la coppa con le grandi orecchie, poco prima di mezzanotte, ma con la classe che lo caratterizza, ha lasciato che se ne occupasse il brasiliano Marcelo, che sta per lasciare il club. Interrogato da Canal Plus, l’attaccante francese si è concesso questo pensierino: «Il Pallone d’Oro? Certo, è nella parte posteriore della mia mente. Ora vado in Nazionale. Nel club, non potevo fare di meglio». Difficile dimostrare che si sbagliava”, conclude Degorre.
[29 maggio 2022]