Roger e Rafa, le stesse lacrime. Mano nella mano

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Le lacrime degli eroi abbondano, come ci ricorda Matteo Nucci nel suo bel libro. Ha pianto Ulisse davanti a quell’aedo che parlava di lui in terza persona. Hanno pianto Achille e Agamennone, Diomede, Patroclo, Ettore. Avrebbe pianto Cristo nei Vangeli, tre volte, secondo la leggenda, le lacrime versate dalla croce non sono mai cadute in terra, presero il volo, sotto la forma di api, perché portassero dolcezza. Stendhal diceva che si piange quando ci si imbatte nella bellezza, secondo alcuni scienziati anche gli elefanti piangono, come i ricchi delle telenovelas, ma per amore, quando riconoscono i loro vecchi addestratori. 

Le stelle dello sport piangono in pubblico dal primo istante in cui abbiamo potuto accorgercene, da quando la televisione ha iniziato a seguirle. Pelé quasi soffocò, mise la faccia sulla spalla di Gilmar al Mondiale di calcio del ‘58, Eddy Merckx singhiozzò davanti a Sergio Zavoli mentre si diceva innocente al doping nel ‘69. Ma nessuno, prima del tennista perRFetto, aveva pianto mano nella mano con l’avversario di una vita, il compagno di doppio di una sera, il buon amico fuori dal campo. La prova definitiva che Nadal è stato l’altra faccia di sé, più della stampella che ogni campione cerca in un rivale, quando punta all’immortalità. 

Giorgia Mecca sul Foglio raccontò qualche mese fa dei discorsi pieni di fair play che i tennisti sconfitti tengono dopo le finali, ricordando di quella volta in cui Roger, in Australia, scoppiò a piangere a dirotto, battuto da Nadal. «God, it’s killing me», disse: mio Dio, questa cosa mi sta ammazzando. Meglio morire insieme, allora, mano nella mano. 

 

 

  PUZZLE  | Giulia Zonca, La Stampa: Saranno amici e con un intero mondo in comune, avranno sempre momenti in cui raccontarsi dei colpi andati, delle risate, delle ore insonni, del male che si sono fatti a vicenda, delle sfide, delle parole non dette, però il bisogno di ritrovarsi l’uno davanti all’altro per dare il meglio, quell’istante di perfezione assoluta, che poteva essere tale solo quando stavano insieme, è andato. Per sempre. Fine. E quindi pianto a dirotto, quasi indecente per quanto sincero. L’anima sta tutta lì, in quelle espressioni stravolte, in quella resa sublime che ci ha consegnato l’ultima notte diventata indimenticabile. Potevano tenersela per loro, ce l’hanno regalata

 ◇  Gaia Piccardi, Corriere della sera: Un maschio che piange nel tennis, è ammesso: ce l’ha insegnato Sampras. Due, carissimi rivali, non si erano mai visti e non stupisce che a prendere l’iniziativa del gesto sia stato lo svizzero, portatore di un concetto di virilità più morbido Senza Nadal non ci sarebbe stato un Federer così bello; senza Federer, l’evoluzione di Nadal sarebbe rimasta un binario morto

 ◇  Lucile Alard, L’Équipe: Se tutti si aspettavano di sentire la voce rotta dello svizzero per il suo ultimo discorso, i singhiozzi di Nadal sono stati altrettanto evidenti. Hanno raccontato dell’incredibile legame che unisce i due uomini, coinvolti in battaglie memorabili eppure diventati amici. Testimone della fine di Federer, l’uomo con 22 titoli del Grande Slam si è necessariamente confrontato con la sua.

 ◇  Ronald Giammò, Corriere dello sport-stadio: Vederli piangere, dopo averli visti scambiarsi colpi ai quattro angoli del mondo, è stato a suo modo un gesto eroico, molto più di qualsiasi passante messo a segno in una delle loro sfide. Piangono gli eroi e così piangono i campioni.

 ◇  Stefano Semeraro, La Stampa: Alì che atterra Foreman, Tommie Smith e John Carlos che alzano i pugni a Città del Messico, l’indice levato al cielo di Mennea. E da ieri, Roger Federer e Rafa Nadal che piangono disperati tenendosi per mano come due compagni di banco all’ultimo giorno delle elementari. La galleria delle grandi foto dello sport va aggiornata. Le dita di Rafa intrecciate a quelle di Roger sono le dita di tutti, trattengono un lembo di vita che non si vorrebbe mai far passare: l’attimo di Goethe, la promessa di Baudelaire, il più struggente dei «Federer moments» raccontati da Foster Wallace. Il miglior regalo che poteva farci il nostro amico del cuore, Roger Federer

 ◇  Marco Bucciantini, La Gazzetta dello sport: Ci sono contese che per completezza raggiungono l’architettura perfetta, e una costruzione ideale non resiste allo sbecco, alla sottrazione. Nadal non piange solo per empatia (fra i due esiste, sincera): piange anche per se stesso, perché la campana suona sempre per tutti, perché davvero siamo ognuno un pezzo della stessa isola. Nella loro lotta per rivendicare e affermare un modello di gioco (che curiosamente e intuitivamente Nike ha da subito “vestito” divaricando gli stili) e che per contrasto è parso il sempiterno schema dell’esistenza, l’archetipo della sfida, i due hanno “naturalmente” imposto un mondo di ricchezza e di possibilità tecnica, agonistica, emotiva. Hanno difeso questa riduzione in scala dell’Universo. Divisi da una rete alta grosso modo un metro, eppure riuniti e idealizzati nell’immaginario collettivo, che resta il più potente dei miti, fra fantasia e realtà. Ed erano insieme nell’ultima scena, erano per mano.

 

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Roberto Pavanello, La Stampa: Le lacrime di Nadal che non solo vede il ritiro del suo rivale e amico ma che in quel ritiro vede anche il suo tramonto agonistico. Il sole del campione che scende verso il mare. In quelle lacrime ci sono empatia, consapevolezza e paura. Quelle lacrime sono una carezza.

 

 

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