La boxe ha più di un piede e mezzo fuori dai Giochi

La boxe è un grande sport e uno sporco affare

Ken Norton

 

La federazione internazionale di pugilato ha confermato alla propria guida il russo Umar Kremlev, dirigente legato al Cremlino e ai finanziamenti del colosso Gazprom. È la risposta al comitato olimpico internazionale che chiedeva invece riforme sulla trasparenza delle giurie e sulla governance. L’espulsione dal programma delle Olimpiadi non è mai stata così vicina. Nell’indifferenza degli americani, senza ori con gli uomini dal 2004. 

 

Fece tutto Onomasto di Smirne. Scrisse le regole, combatté, vinse. Portava guantoni rigidi – lui e i suoi avversari – gli imanti, tenevano legate quattro dita insieme. Erano fatti in cuoio e il cuoio aveva un doppio pregio: era più morbido delle pelli di maiale, faceva più male della pelle di cinghiale. Causavano dolori così acuti che col tempo furono corretti con gli sferi, dei cuscinetti per attutire i colpi. Venivano legati alle braccia con dei lacci, la vestizione diventò più complessa e rese necessario l’uso degli imanti oxeis, un rivestimento che copriva tutto l’avambraccio. A quel punto l’avversario si poteva colpire con un anello, pure quello di cuoio duro, una sorta di pugno di ferro.

I match di Onomasto non avevano limite di tempo, così segnala Elio Trifari nella sua Enciclopedia Olimpica, si concludevano con la resa di uno dei dei due o con un atterramento. Quattro volte di fila si gloriò Tisandro di Nasso, più di tutti. I pugni si potevano portare con entrambe le mani e si poteva colpire l’avversario anche dopo la sua caduta, prima che il giudice fermasse il combattimento. Non esistevano i pesi leggeri, i pesi medi, i pesi massimi, nessuna categoria, gli storici non hanno chiarito dov’è che si potesse colpire. Al volto di sicuro. L’unico limite era la squalifica in caso di omicidio volontario. Accadde ai Giochi Nemei, come riferisce Pausania, con Damosseno di Siracusa che fece fuori Creuga di Epidamno. Gli tenne le dita aperte sul ventre, trapassandolo, fino a torcere l’intestino. L’altro morì e non seppe mai che gli diedero la vittoria a tavolino.

 

 

Nei Giochi dell’Antica Grecia, il pugilato fece il suo debutto all’edizione numero ventitré, 688 anni prima di Cristo, probabilmente introdotti nel ricordo delle vicende di Patroclo. Pygmachia, combattimento con i pugni. Secondo Omero, era praticato in svariati contesti sociali di molte città stato. Filostrato sosteneva che fosse stato inventato dagli spartani, i quali giudicavano superflui gli elmi e si dicevano certi che il pugilato li avrebbe addestrati ai colpi in battaglia. Solo che in gara non si presentavano mai. La sconfitta sarebbe stata disonorevole.

Quando dall’Anatolia partì per andare a Olimpia, Onomasto aveva diciotto anni, era sposato, forse con figli. Erano tempi nei quali a trentacinque si era anziani, a cinquanta decrepiti, a cinquantacinque già non c’era più modo di fare Slalom. Onomasto fu l’ultimo a restare in piedi in quei match di tutti contro tutti, così racconta Marco Nicolini in Storie di pugili, sollevò il braccio e si accorse di avere delle ferite lungo il corpo, nel frattempo deformato. Nulla, in confronto al pancrazio, metà boxe e metà lotta, la disciplina più dura dei Giochi di Olimpia. Non si diceva ancora goat, ma l’uomo più forte del mondo era Milone di Crotone o forse Teagene di Taso, del quale si calcolava avesse vinto più di 1.300 combattimenti, due sole volte a Olimpia. Ricorda Trifari che gli atleti più famosi si davano pure alla carriera politica, così fece Teagene, scatenando invidie e rancori.

Quando morì – leggiamo – uno dei suoi avversari nel Consiglio cittadino, pensò di indurre suo figlio a rimuovere la statua di Teagene dal centro della città. Il figlio ci provò, la statua gli rovinò addosso uccidendolo. Il bello fu che la statua venne condannata, alla pena dell’esilio perpetuo, e quindi gettata in mare al largo. Quando però a Taso scoppiò una pestilenza, l’oracolo interpellato suggerì per placare gli Dei che fossero richiamati tutti gli esiliati. Ma Teagene era negli abissi: per fortuna tre pescatori si ritrovarono impigliata nella rete la statua, che fu riportata al centro del villaggio. E Teagene scacciò la pestilenza, diventando un semidio

 

Duemila e settecento anni dopo Onomasto, senza che mai un pugile greco sia salito sul podio nella storia dei Giochi di De Coubertin, probabilmente nessuno sarà su un ring a Los Angeles nel 2028. L’orlo del baratro. Ecco dov’è che stamattina L’Équipe vede la boxe olimpica. Rinominando alla sua guida il russo Umar Kremlev, l’International Boxing Federation (IBA) ha perso ogni possibilità di rimanere nel programma olimpico dopo le Olimpiadi di Parigi. La boxe olimpica ha firmato la sua condanna a morte”

La crisi viene da lontano. Risale al 2017. Il presidente di quella che allora si chiamava AIBA, il taiwanese Ching-Kuo Wu, fu costretto a lasciare, invischiato in una serie di scandali, un buco finanziario, corruzione, problemi con gli arbitri. L’AIBA finì sotto il controllo diretto del CIO, che decise di farsi carico direttamente della gestione dei match alle Olimpiadi di Tokyo. La federazione risulta sospesa dal maggio del 2019.

La situazione non è migliorata con l’arrivo alla presidenza nel dicembre 2020 di Umar Kremlev, presentato come un uomo assai vicino al Cremlino, con le spalle coperte dalla disponibilità economica del colosso Gazprom. Di indagine in indagine, il CIO ha chiesto alla boxe di riformarsi. Dopo il rapporto McLaren sulla corruzione dei giudici, è stata momentaneamente rimossa dalla lista dei 28 sport in programma a Los Angeles, con uno spiraglio aperto e l’ultimatum con la data del 2023 per una radicale svolta. 

 

Non c’è stata. A maggio, il Congresso IBA si era riunito per eleggere un nuovo presidente. L’olandese Boris van der Vorst, avversario di Kremlev, era stato dichiarato ineleggibile all’ultimo momento, per motivi banali” considera L’Équipe. Quando ha portato il caso al Tribunale dello sport, ha ottenuto favorevole e la convocazione di un nuovo congresso per lo scorso week-end. Ma anziché procedere col voto, Kremlev ha scelto di chiedere ai delegati se queste elezioni le volessero o no. Centosei contro trentasei hanno stabilito che le cose andavano bene così.

Per L’Équipe si tratta di un triste vaudeville. O, peggio, una tragedia. Il tutto in un’atmosfera a volte surreale. Organizzato sia in presenza che in videoconferenza, il congresso è stato caratterizzato da un tempestivo blackout. C’erano 30 nazioni collegare in remoto prima che saltasse l’elettricità, sono salite a 52 quando è stata ripristinata l’alimentazione. Inoltre, racconta il giornale francese, subito dopo l’elezione di Kremlev,  il Congresso ha sospeso la federazione ucraina “con il pretesto di interferenze politiche. Ora Kremlev riconosce come presidente il suo alleato Volodymyr Prodyvus, al quale ha dato il ruolo di vicepresidente internazionale. Un nuovo affronto per il CIO – dice L’Équipe – che si è schierato nettamente con nettezza dalla parte dell’Ucraina nel conflitto.

Dopo aver detto davanti al Congresso che «nessuno può escluderci», Kremlev ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava di voler «inviare un messaggio chiaro» sulla autonomia e l’indipendenza dall’IBA. «Il nostro Congresso ha dimostrato che siamo sulla strada giusta. Presenterò un piano di sviluppo quadriennale. Ho una visione chiara di cosa dobbiamo fare per raggiungere i nostri obiettivi».  

Marc Venotuillac scrive sul giornale francese: Quello che è successo a Yerevan è chiaro: la boxe olimpica si è suicidata”. Il CIO si è detto «estremamente preoccupato» per quanto accaduto in Armenia. C’è una riunione a Losanna fissata tra 5-7 dicembre e c’è una nota con cui adesso si fa sapere che una decisione sulla boxe «potrebbe essere presa ben prima del 2023».

Dominique Nato, presidente della federazione francese, si dice sconvolto. «È fondamentale che la boxe rimanga nel programma olimpico. La gente non si rende conto di cosa diventeremo, restando fuori». 

 

Nato riferisce che molti delegati a Yerevan affermavano che la boxe non ha bisogno delle Olimpiadi per sopravvivere, come il calcio, il cui evento principale sono i Mondiali e non le Olimpiadi. «Le federazioni africane sono le più accese», racconta un delegato che resta anonimo. I campionati continentali del ​​mese scorso, aggiunge, sarebbero stati organizzati con i soldi della Gazprom e parla di «lavaggio del cervello».

Prossimi passaggi: Boris van der Vorst potrebbe tornare al TAS oppure potrebbe organizzare una scissione, la creazione di una federazione dissidente, con i Paesi che avranno voglia di seguirlo. I tempi sono stretti e la risposta del CIO incerta. Nel risiko degli equilibri politici, la boxe non dispone nemmeno dello scudo protettivo della CBS, la tv USA che ha sempre voce in capitolo, come maggior finanziatore dei Giochi olimpici. Gli americani non vincono un oro con gli uomini dal 2004. Nello stesso periodo, Cuba ne ha presi 14. 

 

—  SLALOM  —

 

Le grandi figure della boxe olimpica

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 3  I pugili che nella storia hanno vinto per tre volte la medaglia d’oro olimpica. Il primo è stato l’ungherese Laszlo Papp  [Londra 1948, Helsinki 1952, Melbourne 1956], seguito dal cubano Teófilo Stevenson [Monaco 1972, Montréal 1976, Mosca 1980] e dall’altro cubano Felix Savón [Barcellona 1992, Atlanta 1996, Sydney 2000].  Altri tre pugili hanno vinto due ori e un bronzo: il cinese Zou Shiming, il russo Oleg Saitov e il sovietico Boris Lagutin. La boxe femminile è nel programma dal 2012 e con due ori spiccano l’americana Claressa Shields e la britannica Nicola Adams.

 

Laszlo Papp

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Chi era – “Una macchina da pugni corti e veloci. Uno che frantumava. Era diventato una leggenda per la sua grande tecnica, sapeva leggere gli incontri e gli avversari, tanto che non soffrì il passaggio da dilettante a professionista. Eppure aveva un fisico normale, era anzi basso e piuttosto tarchiato. Mancino. Volto zingaresco con baffi da moschettiere. Due mani piccolissime, ma veloci. Un colpo d’occhio straordinario. Non aveva molta potenza, ma sapeva schivare e andare a guardia bassa contro il pericolo. Non aveva paura. E incassava bene, anche se non ne ebbe molto bisogno. Apparteneva alla scuola ungherese, ma la esaltò in maniera strepitosa perché sapeva picchiare con cura. Il nome Papp era un marchio di fabbrica. Fu il primo pugile dell’est a passare professionista, lo stesso Nino Benvenuti fece di tutto per schivarlo, per non incontrarlo mai. Perché Papp non scherzava, e soprattutto non dava tregua. Mollava pugni in modo pignolo, demoliva ogni resistenza, e non finiva mai a terra. Papp non tradiva, stava in piedi ad ogni costo. di emanuela audisio, Repubblica, 17 ottobre 2003

 

La chance mondiale negata – “Il campione in carica era un americano di sangue italiano. Il paisà Carmine Tilelli, padre e mamma campani, nome d’arte Joey Giardiello, il discolo di Cherry Hill. Papp era a Vienna, in attesa del visto per l’espatrio. L’autorizzazione del governo ungherese, retto in quei giorni del ’65 da Janos Kadar, il leader. Stadthalle Vienna, l’organizzazione che gestiva l’attività di Laszlo, aveva definito gli accordi con gli americani. L’ungherese veniva annunciato in splendide condizioni di forma, a dispetto degli anni, trentanove. Preparazione perfetta e lui fresco come una rosa. Mancava solo il visto d’uscita del governo ungherese.

«La boxe a scopo di lucro è incompatibile con i principi socialisti». Un’ingiustizia. Un rifiuto netto, definitivo. Papp masticava fiele. Lo sportivo più popolare del Paese non aveva fatto mancare sostegno e vicinanza agli operai. Le radici, poi: mai negate. Meccanico, fattorino, tipografo, operaio di una fabbrica di lampadine. Da ragazzo andava a caricare merce al mercato, consegnava latte e croissant a casa dei clienti, come fattorino del piccolo negozio di alimentari gestito da mamma Papp. Un fratello e una sorella. Il papà boxeur, pochi incontri, nessun lampo: aveva lavorato nelle ferrovie. Il genitore appassionato di musica gli aveva insegnato a suonare il violino. Aveva cominciato a tirare pugni piuttosto tardi. Aveva visto L’ultimo round, un film americano sulla boxe, e si era innamorato del pugilato” – di dario torromeo e  franco esposito, I pugni degli eroi [Absolutely Free]

 

COSA TROVI SU RIMBALZI

          La revolución di Teófilo Stevenson

Il 21esimo episodio di Rimbalzi, il podcast di Slalom prodotto da Chora Media, era dedicato al pugile cubano nel decennale della sua morte. Dalle Olimpiadi di Monaco 1972 in avanti, Cuba ha costruito su scala mondiale l’epica dell’isola dei campioni: lui è stato il primo. Più il mondo isolava Cuba, più Teófilo diventava il simbolo di una ribellione. Su Spotify a questo link la serie completa | Rimbalzi è disponibile su tutte le principali piattaforme. 

 

Felix Savón 

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Fedele a Fidel, felix e vincente, ricco dentro e comunque proprietario di un alloggio a l’Avana nel quartiere degli eroi dello sport, Savon ha scelto naturalmente Juventud Rebelde, il quotidiano dei giovani comunisti di Cuba, per dare l’annuncio ufficiale dell’addio. Scoprì la boxe a 13 anni, frequentando un corso scolastico. All’epoca, sui ring di tutto il mondo brillava la stella di Teofilo Stevenson, il signor boxe per eccellenza, tecnica, potenza e stile al servizio della causa. Come Teofilo, diventato anche lui a fine carriera apprezzato tecnico federale, Savon ha sempre resistito alle lusinghe del capitalismo: decine e decine di volte, durante i tornei all’estero, emissari della boxe professionistica lo hanno avvicinato a bordo ring, in albergo, perfino nei gabinetti per proporgli il passaggio (miliardario) nel grande pugilato. Contro Teofilo, Savon scopri la dura legge del pugilato durante un allenamento per i Mondiali ’86. Stevenson, all’epoca 34 anni, subì nel primo round ma poi spedi Savon al tappeto: «Scusa Felix – gli disse Teofilo – quando il leone è sveglio non si gioca con la catena»” – di cinzia conti, Corriere della sera

 

  39  I pugili che nella storia hanno vinto l’oro olimpico da dilettanti e sono diventati campioni del mondo da professionisti. La lista è piena di nomi leggendari, da Cassius Clay-Muhammad Ali a Oscar de La Hoya, da George Foreman e Joe Frazier, da Sugar Ray Leonard a Floyd Patterson, Lennox Lewis e Mate Parlov, i fratelli Spinks e i più recenti Anthony Joshua e Wladimir Klitschko. Gli italiani sono stati quattro: Nino Benvenuti, Patrizio Oliva, Maurizio Stecca e Giovanni Parisi. 

 

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