C’è chi dice no. La WTA ha sospeso tutti i tornei in Cina

C’è chi dice no. La WTA ha sospeso tutti i tornei in Cina

 

    Steve Simon l’ha fatto davvero. La WTA se ne va dalla Cina. Ha sospeso tutti i tornei femminili di tennis nel paese, sono otto, e congela sul tavolo anche il contratto firmato con Shenzhen per le finali, 150 milioni di dollari per dieci anni. Ecco perché il capo della WTA è amatissimo dalle giocatrici, come spiegava ieri mattina l’Équipe. «Non posso chiedere alle nostre atlete di gareggiare lì – ha spiegato – allo stato attuale delle cose sono molto preoccupato per i rischi che tutte le nostre giocatrici e il nostro staff dovrebbero affrontare. Per proteggere ulteriormente Peng Shuai e molte altre donne è necessario più che mai che le persone parlino liberamente. Spero che i leader di tutto il mondo continuino a parlare in modo che Peng e le altre donne possano avere giustizia».  

Un fatto enorme, forse più grande dei boicottaggi ai Giochi degli Anni Ottanta, di certo più moderno. Tocca i conti correnti e gli interessi economici. Anzi, li oltrepassa. 

«Anche se sappiamo dove si trova Peng, ho seri dubbi sul fatto che sia libera, che sia al sicuro e che non sia soggetta a censura, coercizione e intimidazione» c’è scritto in una nota, che chiama in causa in modo implicito Thomas Bach e il CIO.

Le due leader del movimento fuori dal campo approvano in modo incondizionato. «È la mossa giusta e sono orgogliosa che la WTA l’abbia fatta», ha detto Martina Navratilova. «Voglio vedere se gli altri sport, in particolare l’ATP, la seguiranno». E su Twitter Billie Jean King ha scritto che l’organizzazione si è messa “dal lato giusto della storia. Questo è un altro motivo per cui il tennis è leader negli sport femminili”. 

Il New York Times ricorda che l’ATP, il tour maschile, ha chiesto un’indagine sulla sicurezza di Peng ma non ha accennato al boicottaggio della Cina. Due giorni fa World Athletics, l’organo di governo dell’atletica leggera, ha confermato i Mondiali di staffetta a Guangzhou nel 2023. “L’organizzazione è guidata da Sebastian Coe, un membro di spicco del CIO”, sottolinea il giornale americano. La NHL aveva previsto di interrompere la sua stagione per consentire alle stelle dell’hockey di prendere parte al torneo olimpico di Pechino, al contrario di quanto accadde nel 2018 in Corea, “ma adesso è rimasta silenziosa”.

Michael Lynch, ex capo della divisione marketing sportiva per Visa in 16 anni, ha detto al New York Times di aspettarsi che il tennis non rimanga l’unico sport a rivedere la propria politica verso la Cina. «Speriamo che non sia considerato un problema femminile – ha detto Lynch – sono tutti atleti. Non importa il sesso o il genere. Se c’è una pressione da esercitare, gli sport si sosterranno a vicenda. Quello che abbiamo visto con Black Lives Matter è che si tratta di diritti umani, tutti si sostengono a vicenda». Il signor Lynch sembra un ottimista. Terrence Burns, consulente sportivo internazionale che ha lavorato con la Cina per la candidatura alle Olimpiadi del 2008, sostiene che la Cina ha ampiamente dimostrato di fregarsene e trova “improbabile che il governo cambi i suoi modi per accogliere ciò che l’Occidente considera standard”. 

Liz Clarke sul Washington Post racconta come la decisione di Simon sia stata accolta con favore dagli attivisti per i diritti umani. Minky Worden, a capo delle iniziative globali di Human Rights Watch, prevede che il ritiro della WTA avrà effetti a catena sugli organi di governo di altri sport in affari con la Cina, “costringendoli a conciliare i loro profitti con un governo che non ha una stampa libera, controlla i suoi cittadini e tenta di imbavagliare la libertà di parola degli atleti”.

«Perché mai una federazione dovrebbe voler portare un evento in Cina in queste circostanze, quando non può proteggere le sue persone? – ha detto Worden – la WTA sotto Steve Simon ha dimostrato che le federazioni devono stare con gli atleti e difendere i diritti umani. Devono anteporre le esigenze degli atleti alle cosiddette partnership commerciali. Non esiste una partnership se un atleta è in ostaggio».  

 

In Italia stamattina ne scrive Giulia Zonca su la Stampa: “Lo stallo per il caso Peng Shuai finisce qui, con una mossa che lo sport non ha mai fatto prima. Da una parte si sfida una grande potenza che ha evidenti problemi con il rispetto dei diritti e dall’altra si dice a chi dovrebbe essere il garante degli atleti che non ha fatto abbastanza. Come minimo. Una scelta audace destinata a dare un altro scossone alle Olimpiadi di Pechino.  Nel messaggio originale, rimosso subito dai social, lei ha scritto: «Non ho le prove. Sono come un uovo contro una roccia». Passare da questo al fantomatico invito a pranzo del Cio lanciato per il febbraio olimpico è un salto mortale. Suona così: un uomo mi ha incastrata in una relazione malata per anni e mi ha violentata. Mangiamoci insieme qualcosa. I soldi sul tavolo sono tanti, nel solo 2019 la Wta ha incassato dalle partite ospitate in Cina 30,4 milioni, numero destinato a crescere. Ci vuole un certo coraggio a rinunciarci così. Si può andare altrove, non alle stesse cifre. Si può stare in Cina, però non a qualsiasi costo e ormai non c’è più nulla che torni. È saltato il banco”.

 

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