1980-2016 L’ETA’ DELL’OPULENZA
La seconda parte della storia delle cerimonie di inaugurazione alle Olimpiadi. Il periodo dei costi lievitati e del gigantismo coreografico. Aspettando di vedere come si regoleranno a Tokyo |
DI ELENA BUONOCORE
▻ Quando Mosca scoprì che il mondo occidentale la rigettava, rispose con una cerimonia d’apertura che avrebbe dovuto imporre la sua superiorità organizzativa. I sovietici inventarono un nuovo design per la torcia e introdussero la novità di un costume appositamente progettato per i tedofori, da indossare durante la staffetta. Per la seconda volta nella storia l’industria dello spettacolo entrava a svolgere un ruolo significativo nella cerimonia d’apertura, la prima nei Giochi estivi dopo Squaw Valley nell’inverno del 1960 con Walt Disney. Fu come una produzione teatrale che coinvolse l’intero pubblico dentro lo stadio, il mosaico composto dalla folla con i suoi movimenti fu una straordinaria dimostrazione coreografica.
Nel pieno della contrapposizione tra i blocchi ideologici, Giulietto Chiesa inviato dell’Unità si divertì a ironizzare sulla figura degli inviati politici arrivati in URSS per “cercare lo scandalo – scrisse – la notizia che si spera ci sarà”.
Nel giorno dell’inaugurazione li descrisse “agitati e inquieti per una città che è più vicina a New York che a Vladivostok ma che è anche più lontana da Roma e da Milano di quanto non lo sia Abbiategrasso; che è la capitale di uno stato ma anche di un continente sterminato, di un mosaico di popoli e di lingue. Scoprono le somiglianze, ma le trovano troppo poco somiglianti. Trovano le differenze ma le giudicano troppo differenti. Insomma, non gli sta bene niente. E se per caso c’è qualcosa che va bene lo stesso e che non si può non dire, allora è sicuramente per caso o perché questi sovietici sono così astuti, ma così astuti che riescono a farci credere che va bene anche se è assolutamente evidente che si tratta di un’illusione. Ma è davvero così fuori luogo – si domanda – proporre di lasciare da parte, per un solo momento, non il Vietnam o l’Afghanistan, che restano e pesano – ed è giusto che sia così – nella memoria e nel presente, ma le lenti del pregiudizio e tessere insieme l’elogio della diversità?”.
Gli USA in tv avrebbero dato poco e niente. La sorpresa casomai era che la Pravda, il giornale dei sindacati Trud e anche il quotidiano della gioventù comunista Komsomolskaya Pravda sistemavano le notizie sui Giochi all’interno o nelle ultime pagine. Senza enfasi, gerarchicamente meno rilevanti di un documento della direzione centrale di statistica dell’URSS che riassumeva i risultati dell’esecuzione del piano quinquennale al termine del primo semestre.
“Mosca ce l’ha fatta I Giochi restano certo mutilati ma esistono, cominciano, sono Olimpiadi e non Spartachiadi. La guerra combattuta tra gli Stati Uniti impegnati con le pressioni più forti a far fallire le Olimpiadi e l’Urss, decisa a salvarle, è durata mesi; e l’America ha perso. La mitologia sportiva è stata più forte dell’Afghanistan. Non ha neppure piovuto, e l’apertura dei Giochi ha permesso ai sovietici di sfrenare tutta la loro passione militar-spettacolare per la cerimonia, il rito, la coreografia, le simbologie; nuvole di colombe e piccioni della pace lasciati liberi di volare verso il cielo, passaggio di vessilli dalle mani di una città alle mani di un’altra, squilli di tromba, alfieri, rostri, cori, sbandieratori, sfilate a passo dell’oca, Beethoven, petali di rosa, cavalli, poesie, giuramenti solenni, acrobazie, nobili promesse, ginnasti, danze, folklore. Grandissimo spettacolo tra il trionfo di Cleopatra, De Mille, la grande parata, Ziegfield, Bob Fosse, Cabaret, il circo e i balletti del Bolscioi. Organizzazione straordinaria; di una totale perfezione possibile forse soltanto in un Paese di questo tipo, e anche un po’ allarmante” – di lietta tornabuoni, la Stampa, 20 luglio 1980
“L’immensa e perfetta coreografia sapientemente preparata e scrupolosamente eseguita nello stadio Lenin, e in tutta la città di Mosca, si è aggiudicata oggi una piena vittoria. Come voleva Breznev, l’Afghanistan è sembrato lontano, come lontani sono sembrati gli Stati Uniti che sono riusciti a mutilare la partecipazione olimpica ma non a intaccarne la grandiosità. Nulla ha turbato la cerimonia, che è finita per diventare il simbolo del potere sovietico e della sua decisione d’imporre malgrado tutto gli ostacoli, il suo modo d’intendere la “sua” distensione e la “sua” pace. Quando i 560 atleti russi vestiti di beige, preceduti dall’alfiere con la grande bandiera rossa sventolante, hanno chiuso la sfilata delle 81 delegazioni, Leonid Breznev si è alzato a salutare e col suo faccione rosso e immobile, il premier sovietico ha espresso un sorriso. Suonava l’inno sovietico, centomila persone assiepate nello stadio battevano le mani e gridavano il loro entusiasmo. E’ stato il momento in cui i sovietici presenti, ma anche i milioni attaccati alle televisioni, hanno capito che questo trionfo di perfezione tecnica e organizzazione era anche un trionfo della politica brezneviana. Migliaia di giovani perfettamente addestrati sul prato, migliaia di altri attenti a regolare e controllare il flusso di 100 mila spettatori, una tecnica superavanzata in tutto, 50 telecamere, televisioni e telefoni su ogni tavolo dei giornalisti, due enormi schermi televisivi in cima allo stadio con traduzione immediata in inglese e francese dei discorsi ufficiali. Non un errore, non una svista, non un ingorgo di traffico nella città, non un momento di confusione attorno allo stadio. E semmai, sono proprio state questa perfezione, questa immensità, questa riuscita, a rendere inquieti, addirittura spaventati gli spettatori occidentali”. – di natalia aspesi, la Repubblica, 20-21 luglio 1980
L’America doveva rispondere quattro anni più tardi. A ruoli invertiti. E l’America rispose. La staffetta della torcia dalla Grecia durò 84 giorni. La fiamma era stata accesa in una cerimonia privata da alcuni funzionari greci, trasferita in elicottero fino ad Atene e poi trasportata in aereo a New York, da dove si mise in viaggio verso Los Angeles coinvolgendo Rafer Johnson, medaglia d’oro olimpica del decathlon nel 1960. Attraversò 33 stati e toccò 41 delle più grandi città americane, passando tra le mani di Bill Thorpe, nipote di Jim, e Gina Hemphill, nipote di Jesse Owens. Gli altri corridori, scelti attraverso il programma Youth Legacy Kilometer, avevano dovuto raccogliere e donare tremila dollari per ogni km percorso. Il cardinale Timothy Manning fu incaricato dal papa di portare i suoi auguri ma della cerimonia americana la tv sovietica trasmise in tutto due minuti al telegiornale.
“Arrivati i Giochi al bosco sacro – Hollywood – la festa non poteva non essere quella che è stata: una super colossal production, a perpetuazione dell’antico mito della celluloide. Un nuovo record da aggiungere ai tanti di cui si gloria quest’angolo di California. Nessuno, prima di oggi, aveva montato un così fastoso music-hall, su un palcoscenico grande un ettaro, con novemilacinquecento attori, con due miliardi e mezzo di spettatori nella sterminata platea che è il mondo provvisto di tv. Gli americani erano un poco preoccupati perché, dell’Olimpiade di Mosca, alla quale non erano andati, la cosa che gli era piaciuta di più era stata l’apertura. Si doveva fare di più e meglio. Nessuno si è dovuto spremere eccessivamente le meningi per pensare che la soluzione stava in casa: Hollywood. Fra i ricordi di Gershwin e Cole Porter, pionieri e dixieland, il folk, il rock and roll, pianoforti a coda e astronauti, e la guardia presidenziale – uniforme a metà fra il fantino e Nembo Kid – la storia dell’America c’era tutta, nelle due ore di music-hall. C’era anche Reagan, che rappresentava, nello stesso tempo, l’oggi e l’ieri: poiché giusto qui attorno ha passato la sua epoca di saloon e di pistola facile” – di paolo bugialli, Corriere della sera, 29 luglio 1984
La cerimonia di Seul si tenne nel 1988 e fu assai orientale, l’ultima con il volo delle colombe, giacché una di esse (2400 in tutto) pensò bene di andare a posarsi sul calderone, immolando lassù la propria carne e gettando un inquietante senso di malopresagio sui Giochi che avrebbero visto Ben Johnson cadere nella rete dell’anti-doping. La fiamma aveva viaggiato in aereo dalla Grecia a Cheju, sulla punta meridionale della Corea, e da lì in barca fino a Pusan, attraverso tutte le province e le aree storiche del paese. Mezzi di trasporto utilizzati: cavalli, barche, biciclette, aeroplani, motociclette. Anche gambe.
Ottantotto bambini attorno al campo si tennero tutti per mano nel giorno dell’apertura, tutti nati il 30 settembre del 1981, il giorno in cui il congresso olimpico di Baden Baden aveva assegnato alla capitale coreana la ventiquattresima olimpiade. Il discorso si tenne in otto lingue e un posto su ciascuna delle 69.841 poltroncine dello stadio, larghe 45 centimetri, costava 200 dollari. Repubblica calcolò che si trattava di 4 dollari e mezzo, 6 mila lire dell’epoca, per ogni centimetro di fondo schiena.
“I coreani sono entrati finalmente nell’Olimpiade, la Corea è entrata nel mondo e viceversa. Non c’è stato il colpo di scena all’americana, tipo l’uomo volante di quattro anni fa a Los Angeles, ma cura e rispetto delle tradizioni. Noi continuiamo a preferire i tempi più austeri, diciamo fino a Montreal 1976, quando la cerimonia inaugurale era proprietà degli atleti e lo spettacolo era fatto soltanto dalle loro divise. Ora invece anche noi giornalisti siamo stati coinvolti, ci hanno dato una tavola a tre colori e al momento giusto abbiamo contribuito a quella gigantesca scritta «Armonia e progresso» apparsa sulle gradinate. Tutti attori e spettatori, gli atleti dal campo fotografavano noi e viceversa”. – di gianni romeo, la Stampa, 18 settembre 1988
Di Barcellona 1992 avremmo ricordato per sempre la mira dell’arciere paralimpico catalano Antonio Rebollo, che accese la torcia olimpica scoccando una freccia e portando così il fuoco tremante per l’aria dentro il braciere, mentre quattro anni più tardi in Georgia, Atlanta, lo stesso fuocò tremò tra le mani di Muhammad Ali, un ondeggiare impressionante lo stesso, ma per altri versi. La figura più controversa degli ultimi trent’anni di storia americana, e non solo sportiva, stavolta avrebbe unito. Sempre a modo suo.
“Tutta la Spagna come l’abbiamo conosciuta. Opera, ballo, flamenco, mitologia, il rosso e il giallo della passione, ma anche i neri bruciati e arrugginiti dell’ultimo Goya. Vivi e morti, tutti insieme, lo sport lo reclama. Montserrat Caballé con Freddie Mercury, morto di Aids, nella canzone Barcellona. Venticinque colpi di cannone per festeggiare tutti i Giochi della storia, per dire che ci siamo. Quattro anni dopo Seul e la sua cerimonia perfetta, molto orientale, quasi sacra e religiosa, Barcellona con il suo fare mediterraneo volta pagina. E cerca di far sudare i cuori davanti ai grandi della lirica, ai play-back di Carreras, Domingo, Kraus, Caballé, Berganza, Aragall e Pons” – di emanuela audisio, la Repubblica, 26 luglio 1992)
“Tremava come un budino. Con tutto il braccio sinistro morsicato dalla malattia, come se fosse attaccato ad un martello pneumatico invisibile. Un robot gonfio, goffo, malato, che a malapena riusciva a tenere in mano la fiaccola. Il pugno di Ali commuove il mondo con gli occhi fatti a pezzi dai medicinali chiedeva aiuto perché le fiamme gli stavano bruciando il braccio. Proprio lui, “The Greatest”, il Più Grande. Il pugile che sul ring ballava come una farfalla e pungeva come una vespa. Ma anche così: devastato dal Parkinson, dall’imbarazzo, dall’impossibilità di alzare il braccio, nudo davanti al mondo nella sua infermità, Mohammed Ali ha colpito duro. Non come prima, ma sicuramente più di prima. E nelle Olimpiadi che si tuffano con freddezza nel Duemila ha dimostrato che ci sono ancora cose che fanno battere il cuore per qualcosa diverso dalla paura. Perché in quel momento l’America non era il potente presidente Clinton, che frettolosamente in 133 secondi liquidava la sua entrata in scena, così imbottito dal giubbotto antiproiettile che quasi inciampava nel suo primo passo sul campo, non era Janet Evans, la giovane bianca e ricca nuotatrice californiana, che goffamente con le sue gambe a X faceva correre alla fiaccola il suo ultimo giro di pista, ma questo testardo musulmano nero di 54 anni, quest’uomo letargico che non riesce più a parlare, ma che si ostina ancora a dare. E chi se ne importa di questa accensione della fiaccola un po’ handicappata. L’importante non è mai stato alzare le braccia, ma la testa”. – di emanuela audisio, la Repubblica, 21 luglio 1996
Sydney nel 2000 apriva un secolo nuovo o forse chiudeva il vecchio, non s’è capito mai. Per quattro ore ci furono bambini che gorgheggiavano, nel nome del rispetto e dell’ecologia, portando dentro la cerimonia il tema del multiculturalismo e del femminismo, lo smantellamento fragoroso della cultura del maschio etero e bianco, una richiesta di scuse ufficiali agli aborigeni massacrati. Vittorio Zucconi su Repubblica scrisse che “qualcuno dovrà avere il coraggio di riportare queste cerimonie a dimensioni umane, di strapparle ai coreografi, ai cantanti, ai costumisti e farlo molto presto perché c’è da rabbrividire al pensiero di che cosa potranno fare i Greci nell’Atene 2004, se cederanno alle tentazioni della loro turgida e sovrabbondante mitologia”.
E mitologia fu, ovviamente, nella culla dei Giochi, ma senza la banalità temuta. Arrivò la cantante islandese Bjork a incantare, e incantò davvero eseguendo Oceana, indossando un vestito capace di srotolarsi miracolosamente e religiosamente sulle teste degli atleti, per rivelare una mappa del mondo di 10.000 piedi quadrati. La cerimonia più sontuosa, più di Mosca, costata 120 milioni di euro, pure questa durata quasi quattro ore, ma senza nemmeno un minuto di noia. Rimase spiazzato chi si aspettava il cavallo di Troia, Ulisse, Polifemo. C’era Nike, sì, ma quella senza il baffo. Perché peraltro Atene 2004 aveva uno sponsor diverso. L’altro. Così magniloquente e intima da spingere la Cina nel 2008 a essere superlativa, in una rincorsa mai finita a stupire di più, superare chi è venuto prima. Si scrisse che la cerimonia era costata 100 milioni di dollari. Pechino schierò 2.008 percussionisti armati di bacchette luminose sul prato, perfettamente in ordine durante la loro esibizione su fou tamburi, i più antichi strumenti a percussione del paese.
Una specie di autobiografia orientale, con molte lanterne rosse e l’oblio per Mao. Un uomo camminò volando per portare il fuoco in cielo, mentre nel 2012 Londra dal cielo fece scendere la sua regina. Non ci sono più di altre tre o quattro scene nella storia delle cerimonie dei Giochi che siano altrettanto memorabili. Elisabetta diventò il primo capo di stato ad aver aperto ufficialmente due edizioni (dopo Montreal 1976), lo fece con il suo stile e con quel gioco registico che finse di catapultarla sullo stadio con un paracadute, grazie a una missione di 007. Un po’ Trilli e un po’ Mary Poppins.
Non c’è un altro posto al mondo oltre all’Inghilterra che possa mettere in scena la rappresentazione di una fiaba con una regina vera. Her Majesty, del resto, è perfetta nel ruolo. Galoppando leggiadra tra le corse degli amati cavalli, le estati agresti, i conigli e le volpi, i figli e le nuore, poi le tragedie, il fantasma di Diana, il ritorno di Camilla, infine e finalmente una principessa all’altezza del compito ormai da assolversi in mondovisione, la bellissima Kate. The Queen può essere Bond girl, i bimbi possono volare, altri possono sconfiggere il male con la forza della propria purezza. Con la bacchetta di sambuco contro le nubi oscure nel cielo, sulla torre del castello che non c’è ma in questa storia c’è, invece. Basta affacciarsi fuori dallo stadio e se ne vede la sagoma all’orizzonte. C’è il castello, c’è l’isola. Sono di Elisabetta, che stringe la borsa e saluta. – di concita de gregorio, Repubblica, 28 luglio 2012
“Alla fine il mondo è qui. Il momento resta tra i peggiori della storia recente, ma a Rio ci sono tutti: i russi nonostante il doping, e gli americani che Ralph Lauren ha vestito a strisce orizzontali bianche blu e rosse appunto come la bandiera russa; il Kosovo alla sua prima Olimpiade, e i rifugiati siriani. I Giochi sono aperti. E alla fine gli atleti, i 5 mila figuranti e volontari, i 45 mila spettatori si avventurano nella notte di Rio, e in tutto quello che genera il respiro di questa grande città: le 300 mila zanzare geneticamente modificate per uccidere le colleghe portatrici del virus Zika; Oscar Niemeyer, pronipote e omonimo del genio, che fa il cameriere in un bar del quartiere olimpico; i senzatetto già sloggiati da Copacabana e ora pure da Ipanema”. – di aldo cazzullo, Corriere della sera, 6 agosto 2016
Questo fu invece il Brasile, ormai cinque anni fa. L’Olimpiade veniva dopo il Mondiale di calcio più bello dell’ultimo mezzo secolo, in una doppietta organizzativa pensata da Lula quando il paese era in crescita ma realizzata quando Rio era ormai un teatro di scandali e di recessioni. La popolazione scese in strada per fermarla. Sembrava uno schiaffo alle sofferenze del paese, alle favelas, alla povertà diffusa, la più sfacciata manifestazione di una doppia velocità economica e sociale insopportabile. La maggioranza del paese si diceva contraria. Come oggi il Giappone, mentre il resto del mondo ancora non ha capito se da questo incubo impronosticabile stiamo davvero venendo fuori. Se davvero il fuoco di Olimpia può essere considerato una luce che annuncia il futuro. O se lo spettacolo di venerdì a Tokyo sarà soltanto un altro giro di coreografia dentro speranze fatte con la cartapesta.
leggi anche Genesi e storia della cerimonia d’apertura
Prima parte: da Atene 1896 a Montreal 1976