L’INVENZIONE DELLA CERIMONIA D’APERTURA
DI ELENA BUONOCORE |
Le sue radici e le sue tracce nella cultura dell’antica Grecia. Il canone fissato dal barone De Coubertin. Tutte le prime volte. Cronache d’autore da Atene 1896 a Montreal 1976. Quando ne scrissero Italo Calvino e Giovanni Arpino. La seconda parte martedì |
Raccontano che le strade di Atene quel giorno fossero più vive e colorate. C’erano festoni ai palazzi, stelle filanti, ghirlande verdi alle facciate delle case. Avevano sparso per la città un paio di scritte uguali. Una diceva: “o. UN.” . Le iniziali greche dell’Olimpiade. L’altra portava due date: “BC 776, AD 1896”. I due princìpi. La doppia alfa dello sport. Il primo anno dei Giochi antichi e quello della loro reincarnazione, il nuovo inizio.
Alle due del pomeriggio del lunedì di Pasqua, il 6 aprile del quartultimo anno prima che iniziasse il Novecento, una folla di 60 mila persone si incamminò verso lo stadio Panathinaiko, rimesso a nuovo nel suo marmo bianco con i fondi di Georgios Averoff, al quale in segno di gratitudine la Marina mercantile intestò un incrociatore.
Un’ora più tardi, in tutta la loro comodità reale, arrivarono il cinquantunenne Giorgio I e la consorte quarantacinquenne Olga di Russia, se non è sgarbato citare di una donna l’età dopo tutto questo tempo. Lui era nato in Danimarca e regnava sulla Grecia per piacere e volere degli inglesi. Lei era la nipote dello zar Nicola I e la nipote del duca di Sassonia, si sa come andavano le cose all’epoca, non erano ancora tempi nei quali un’attrice di Alfred Hitchcock poteva ritrovarsi principessa, e del resto solo a Grace sarebbe capitato.
Di quel pomeriggio e di quella che vorremmo poter dire la prima cerimonia d’apertura, si sa che il principe ereditario tenne un breve discorso, un coro di centocinquanta persone cantò l’inno del Giorgio Moroder d’allora – il compositore Spyridon Samaras – il re dichiarò aperti i Giochi e il corrispondente del Times scrisse che “il successo di questo festival è assicurato”. Trovava il Partenone più bello della Torre Eiffel, il mondo girava a quel modo là, c’era ancora più rispetto per i filosofi che verso l’idea fosse necessaria una BCE.
La cosa interessante è che per molto tempo gli studiosi si sono domandati se ci fosse traccia nel passato di una cerimonia inaugurale, di qualcosa che si potesse imparentare a questo rito via via diventato più costoso, fantasioso e gigantesco, se insomma questo festival riportato in vita avesse avuto nell’antichità una sfilata, un discorso, una colomba andata come a Seul ad abbrustolirsi sulla brace.
In Pierre de Coubertin’s ideology of Olympism from the perspective of the history of ideas (1994), Sigmund Loland ha scritto che cerimonia d’apertura e di chiusura vanno intese oggi come una cornice estetica delle gare, un momento che combina simboli, rituali e cerimonie. Un teatro prima di correre, saltare, lottare – e in fondo il teatro per dirla con Richard Schechner (Performance studies, 2006) non è solo intrattenimento, ma è spesso usato “per cambiare identità, promuovere una comunità, guarire, insegnare, persuadere, convincere, affrontare il sacro e/o il demoniaco”. Oggi la diremmo la sua realtà aumentata, del tutto coerente con gli scopi e gli obiettivi dell’ideologia olimpica. I greci si consideravano fantastici ballerini, più di Don Lurio, e i rituali di combattimento, corsa e danza erano praticati in tutte le regioni dell’antichità. Gli atleti partecipavano ai Giochi nudi e si prendevano cura della pelle proteggendosi dal sole con olio d’oliva, spolverandosi di sabbia fine prima di un allenamento. La lezione dei filosofi parlava a loro di universalità, equilibrio, armonia, unità. L’estetica era parte dello scopo di vita, ed era attraverso l’estetica, del resto, che idee e cultura dell’antica Grecia, come di Roma, sarebbero arrivate a noi con il Rinascimento. Valga per tutto il fatto che le gare di pugilato e lotta a cui prendevano parte i giovani di Sparta erano associate a esecuzioni di flauto.
Nel suo prezioso The role of dance in the ancient and modern Olympics (1986), E. A. Hanley sottolinea quanto certe forme artistiche, la danza innanzitutto, fossero rituali religiosi, una parte dell’educazione. I ragazzi andavano a scuola, leggevano Omero, recitavano poesie, imparavano a suonare il flauto e la lira, a dipingere, a disegnare, e – diamine – ballavano. La danza era comunicazione. Hanley si spinge a scrivere con una certa nettezza che canti e balli erano vivi per tutta la notte della conclusione ufficiale dei Giochi antichi, sebbene non fosse una vera e propria cerimonia di chiusura. C’è traccia di cerimonie di premiazione, senz’altro, nei documenti storici. Non di appuntamenti iniziali o finali come quelli a cui pensiamo oggi. Tuttavia, seguendo le premesse fatte finora, qualcosa di simile è possibile rintracciare, dice Hanley, “nelle sfilate, nelle processioni e nei sacrifici agli Dei che segnavano sia l’inizio sia la fine di ogni festival”.
Loland scrive che “De Coubertin voleva che i Giochi moderni non fossero solo celebrazioni di eccellenza atletica ma anche eventi culturali, con elementi di arte e bellezza”.
In Reconciliation in Olympism (1999), Michelle Hanna afferma che il barone trattava atleti, filosofi, studiosi, poeti, musicisti, scultori e leader politici tutti come elementi della sua idea di olimpismo. Invitò artisti e scrittori a studiare in che misura e in che modo la letteratura e le arti potessero essere incluse nella celebrazione delle Olimpiadi moderne. Riflessioni che avrebbero portato all’istituzione di gare e concorsi di nuovo genere (musica, pittura, scultura, architettura), in vita fino ai Giochi di Londra del 1948. Allo stesso De Coubertin viene attribuita una dichiarazione collocabile nel 1910, secondo cui «è soprattutto attraverso le cerimonie che l’Olimpiade deve distinguersi da una serie di altri campionati nel mondo. Al giorno d’oggi quasi nessun culto pubblico è possibile. Quanto alle feste laiche, nessuno è ancora riuscito da nessuna parte a dar loro un aspetto di vera nobiltà ed euritmia. È funzione delle Olimpiadi restaurate, e loro destino, unire le cose che furono e le cose che saranno».
Per questo nacquero i cinque anelli intrecciati, i cinque colori, uno per continente, scelti prima che arrivasse il politically correct, e dunque – nessuno s’offenda – l’Europa è blù, l’Asia è gialla, l’Africa è nera, l’Oceania è verde, le Americhe sono rosse. De Coubertin si preoccupò di fissare i precetti della cerimonia. Solo il presidente del comitato olimpico internazionale e il presidente del comitato organizzatore avrebbero avuto il diritto di pronunciare brevi discorsi. Al capo dello stato sarebbe stato consentito allora e per sempre di proclamare aperti i Giochi e basta. L’inno olimpico del 1896 sarebbe stato adottato in via ufficiale e definitiva solo nel 1958 e suonato nella sua solennità per la prima volta ai Giochi olimpici invernali di Squaw Valley due anni dopo (testo di Kostis Palamas), da allora in avanti tradotto o riscritto in spagnolo, tedesco, serbo-croato, norvegese, inglese.
Ogni dettaglio che al nostro sguardo si presenta oggi come il pezzo di un rito, venne codificato durante il quarto congresso olimpico di Parigi nel 1906. Il verbale è conservato presso l’archivio storico del museo olimpico e anche se sulla prima pagina è indicato che “questo documento non ha valore ufficiale”, in realtà è una Magna Charta delle cerimonie d’apertura.
Suggerisce le linee guida sulla maniera di tenere insieme sport e arte. Un protocollo, diremmo in pandemia. Suggeriva una notte di festa dopo la conclusione delle gare, incoraggiava l’uso di costumi storici, accessori, decorazioni, bandiere. De Coubertin chiese di redigere un indice di tutti i cori, antichi e moderni. Fu il conte Brunetta d’Usseaux a suggerire una sfilata e tutto doveva convergere per aggiungere un’atmosfera festosa. Euritmia era la parola in cui si univano bellezza e felicità, corpi e menti. L’armonia.
Nel libro The ceremonies: A contribution to the history of the modern Olympic
Games (1967), Liselotte Diem attribuisce al barone De Coubertin una natura d’artista oltre che spirito creativo. L’arte era uno degli interessi che aveva insieme a sport e politica, suo padre dipingeva, aveva lasciato due volte il percorso canonico di studi, prima quello militare e poi la Facoltà di Giurisprudenza. Alla fine fu educato all’Ecole Libre des Politiques, che ebbe modo di descrivere come una scuola dove studenti non regolari ascoltano professori non regolari, che tengono lezioni su argomenti non regolari. Aveva sperimentato l’accostamento tra sport e spettacolo durante una visita negli Stati Uniti nel 1889, attento – come dice Loland – a non farsi contagiare da una certa atmosfera da circo, sviluppando una propria visione estetica, nel nome di una formula che definiva “atmosfera celebrativa”.
E dunque fu nel 1912, ai Giochi di Stoccolma, che per la prima volta la cerimonia di apertura e quella di chiusura si tennero secondo le indicazioni della nobile riunione del 1906. Un rituale rigoroso che sceglieva di utilizzare tre lingue ufficiali: il francese, l’inglese e quella di volta in volta della nazione ospitante.
“Stoccolma si è svegliata questa mattina, dopo una meravigliosa notte bianca, abbigliata a festa. Dai davanzali delle finestre e dai balconi, dalle migliaia di antenne elevate in alto, dai campanili, dalle torri, prendono festoni, enormi ghirlande, bandiere variopinte. Stoccolma ha quest’oggi qualche cosa di Napoli nella rumorosità e nel disordine delle sue strade, nella colorazione dell’aria, nello sfolgorio del sole” – di f.f., la Stampa, 5 luglio 1912
All’edizione del 1920 la maggior parte del protocollo era ormai sviluppata. La bandiera olimpica con i cinque anelli prendeva il nome di bandiera di Anversa e per la prima volta sarebbe stata consegnata, in chiusura di Olimpiade, al rappresentante della città dell’edizione successiva. Entrava a farci compagnia l’idea di legacy. Gli atleti giuravano di competere lealmente al meglio delle proprie capacità, con la formula diventata classica di citius, altius, fortius. In sintonia con i simboli della cultura occidentale, il volo delle colombe doveva rappresentare un tempo di pace.
Re Alberto di Belgio venne da Bruxelles e da Malines arrivò pure il cardinale Mercier, che disse messa per gli atleti caduti in guerra. Belga era il presidente del comitato olimpico internazionale, de Baillet Latour.
“Un colpo di cannone e dall’arco di trionfo si affacciano i primi atleti e la sfilata comincia. Pare che da quell’arco irrompa un torrente di giovinezza e di bellezza gagliarda. Suggestione, fascino della giornata deliziosa, dello spettacolo pittoresco, risorgere di evocazioni lontane? Non so: ma questa sfilata di atleti ha veramente una grandiosità che esalta. E’ bella come una visione e ha l’incantesimo di un rito glorioso” – di arnaldo fraccaroli, Corriere della sera, 15 agosto 1920
A Parigi 1924 furono issate insieme le bandiere della Grecia, della Francia e dell’Olanda, appunto, il successivo paese ospitante. Il giuramento degli atleti venne trasmesso per la prima volta con un microfono, quattro anni più tardi la fiamma fu accesa in un calderone all’interno dello stadio e bruciò dall’apertura fino all’ultimo giorno. Quarantamila persone accolsero i cinquemila atleti che rappresentavano 46 nazioni. Le Olimpiadi iniziavano a espandersi. C’è traccia negli archivi di una prima protesta: la Francia rinunciò alla sfilata per un diverbio tra un suo dirigente e un funzionario dello stadio.
“Lo stadio è l’unico teatro moderno ove non ci sia un sipario. La tavolozza dei colori olimpici è compiuta. Le file, lunghe e corte, sembrano le colorate canne di un organo. Il campo, nella sua distesa policroma che ormai confonde i visi e le figure per apparire soltanto come un variopintissimo tappeto, fa pensare ai fioriti campi di tulipani e di giacinti che si attraversano dopo Harlem, in questa stessa terra olandese. Prati rosa, prati gialli e bianchi e rosa ancora, e azzurri di giacinti e grigio-verdi, e azzurri ancora: meraviglioso velluto tappeto ove sbocciano e splendono qua e là orchidee di bandiere” – di orio vergani, Corriere della sera, 29 luglio 1928
A Los Angeles nel 1932 la grande novità spuntò all’esterno dell’impianto. Il primo villaggio nella storia era un complesso di circa seicento casette in legno, bianche e rosa, vista sull’Oceano Pacifico, una dozzina di campi da tennis, altrettante piscine. Così bello che – va da sé – le donne non potevano entrare. Era virilmente riservato ai soli uomini, che le altre si arrangiassero in albergo.
Quattro anni più tardi, la festa di Olympia finì per incrociare l’intenzione del regime nazista di usare i Giochi per celebrare se stesso. Carl Diem, amico di De Coubertin, aveva suggerito al CIO di recuperare la ritualità della luce dell’Antica Olimpia. Nel mese di luglio quattordici vergini greche avevano retto certe lenti di fronte ai raggi del sole sul monte Kronion, producendo filologicamente il sacro fuoco nel tempio di Zeus e mettendolo in viaggio verso il Reich attraverso Atene, Delfi, Salonicco, Sofia, Belgrado, Budapest, Vienna, Praga e Dresda Dodici giorni, 3.075 chilometri, il giovane greco Konstantin Kondylis diventava il primo tedoforo nella storia della modernità. Tremila persone vennero coinvolte a Berlino. Nella cupezza della dittatura di Hitler stava nascendo una nuova tradizione, ispirata da antichi disegni e dagli scritti di Plutarco. Lo storico dello sport Manfred Lämmer la attribuisce all’archeologo ebreo Alfred Schiff. La torcia entrò dentro lo stadio tra le mani di Fritz Schilgen. Le delegazioni di Liechtenstein e Haiti scoprirono con raccapriccio di avere bandiere identiche. Risolsero gli europei, in qualche modo, aggiungendo un simbolo là per là.
“La capitale del Reich ha vissuto stamane le ansiose, nervose e vibranti ore dell’immediata vigilia della grandiosa cerimonia di inaugurazione. Le parate, il suono delle bande, lo sventolio degli orifiamma, si sono susseguiti con rapidità vertiginosa uno all’altro e, quasi, il cronista non ha avuto il tempo di seguirli tutti. … A mezzogiorno in punto si iniziava la marcia grandiosa, impressionante, dei componenti le formazioni giovanili hitleriane: 28.600 giovinetti e fanciulle percorrevano il Lustgarten e, quindi, continuavano nella loro grandiosa parata attraverso le vie cittadine” – di enzo arnaldi, la Stampa, 1 agosto 1936
Impiegò gli stessi 12 giorni, la staffetta della torcia, anche per andare da Olimpia a Londra nel 1948. A causa della guerra in Grecia, la fiamma fu trasportata fino alla costa di Katakolon, salì a bordo della nave da guerra Hastings e sbarcò in Italia. Per la prima volta si spostava sull’acqua. Il primo tedoforo, il caporale Dimitrelis, tolse l’uniforme e le armi prima di impugnare la torcia. Corse in abiti sportivi, il mondo veniva dalla tragedia di Hiroshima e il militare si spogliava simbolicamente dei panni della distruzione, perpetuando così il grande equivoco sulla tregua bellica durante i Giochi.
Helsinki fu il primo teatro dello sport come continuazione della guerra fredda nel 1952. La fiamma venne trasportata per la prima volta tra i cieli, in aereo da Atene alla Danimarca con scali a Monaco e Düsseldorf. In Copenhagen intervennero corridori, cavalieri, ciclisti, canoisti e marinai per percorrere in tutto 7.870 chilometri. Una specie di staffetta di consolazione. Molti dei tedofori avevano mancato la qualificazione.
“L’impermeabile, si capisce, lo portiamo noi comuni mortali, perché la pioggia non riesce ad offuscare la noia dominante e caratteristica di questo clima olimpico, costituito dai colori delle tute di allenamento ancor più vistose delle giacche della divisa da passeggio degli atleti e dei dirigenti delle varie squadre: gli italiani, col loro splendente doppiopetto, con bottoni d’oro, hanno tutti un’aria da principe azzurro: emergono con loro, in vistoso, i messicani, con le loro giacche rosso-vino, mentre invece gli inglesi portano una giacchetta nera assai modesta”.– di italo calvino, l’Unità

Quando i Giochi arrivarono per la prima volta in Oceania, Melbourne 1956, trovarono in un ragazzino cinese di 17 anni un visionario. Era l’allievo di un istituto tecnico per carpentieri al quale non era piaciuto che URSS-Ungheria di pallanuoto fosse finita a botte, ma botte vere, un bagno di sangue lo dissero, con l’odio reciproco innescato dai carri armati a Budapest. Cuba aveva messo mano alla sua rivoluzione. Israele, Gran Bretagna e Francia si stavano contendendo il controllo del canale di Suez, nazionalizzato dal presidente egiziano Nasser, appoggiato da Mosca. La Cina, il paese di Yan Wing, neppure era presente ai Giochi. Yan prese la penna e scrisse una lettera ai signori dei Giochi, un po’ arrabbiato o un po’ deluso. Guardando dalla finestra di casa, al numero 16 di Bourke Street, aveva visto la gente uscire insieme da teatro. Scomposta, mescolata e senza ordine. Scarabocchiò un’idea di come sarebbe stata la marcia della pace a fine Olimpiade, tutto il mondo come una sola nazione. Si sentiva John Lennon, chi lo sa. Ma doveva essere ispirato se andò a finire che l’idea venne accolta, diventando consuetudine.
“La voce di Filippo di Edimburgo. – Io dichiaro aperti i Giochi Olimpici del 1956, che celebrano la sedicesima Olimpiade dell’era moderna. 16 parole 16. Il Duca ha percorso qualcosa come 15.000 miglia per pronunciare. Quasi una parola per migliaio di miglia. Il volo augurale dei piccioni, il vessillo olimpico che sale. Colpi di cannone. Il momento è storico. Sono le ore 16.41”. – di gian maria dossena, la Gazzetta dello sport, 22 novembre 1956
“Roma era vuota stamattina sotto il sole che la bruciava, ma la si sentiva nervosa. C’era tensione dappertutto. Soltanto il cielo d’un azzurro puro e sincero splendeva come se fosse stato lavato dagli angeli tutta notte. Oggi a Roma s’è lavorato poco. C’era da aprire l’Olimpiade. Coloro che insistevano nel voler vedere Roma come fredda, refrattaria all’entusiasmo, dicevano: Eccola, si nasconde, si ritira, non vuole regalare nulla. Ma dicevano il falso”. – di luigi gianoli, la Gazzetta dello sport, 26 agosto 1960
Era sempre Tokyo, era il 1964: la danza fu usata per la prima volta come parte delle cerimonie olimpiche, dando così ragione a Hanley e riallacciando un filo con la Grecia. Il rito dell’apertura divenne per la prima volta un invito a scoprire la cultura del paese, contribuendo a trasformare le Olimpiadi in un evento desiderabile. Yoshinori Sakao, nato lo stesso giorno in cui Hiroshima veniva bombardata dagli Stati Uniti d’America, accendeva la fiamma olimpica decollata da Atene e finita a bordo di un aereo danneggiato da un tifone su Hong Kong. Dovettero tornare indietro e disporre un nuovo volo, mentre partiva un piano d’emergenza con altre torce indirizzate verso il Giappone.
La cerimonia di Messico 1968 è ricordata per essere stata la prima volta in cui una donna, Enriqueta Bassillo Sotalo, provvedeva alla fiamma. Fino a quel momento al massimo alle donne era toccato accendere i fornelli. La fiaccola era passata da Genova, in omaggio a Cristoforo Colombo, del quale evidentemente non s’abbattevano ancora le statue, benché fossimo nel Sessantotto. Il cacciatorpediniere greco Navarinon viaggiò verso l’Oceano Atlantico ripercorrendo la sua rotta. A Vera Cruz il fuoco venne portato sulla terraferma da una staffetta di 17 nuotatori, mentre quattro anni dopo ai Giochi di Monaco, la bandiera venne per la prima volta issata nel corso della cerimonia d’apertura. Furono coinvolti dei bambini durante lo show che ancora show non si chiamava, mentre i militari furono meno inclini a partecipare, offesi per non aver avuto in consegna il sacro vessillo di Olimpia. Come si poteva immaginare che sarebbe stata l’edizione più drammatica?
Una cerimonia perfetta, docile. È stato festeggiato con applausi persino il drappo del Vietnam del Sud, non si è udito un fischio, un dissenso, un minimo rumore contrario. La Olimpiade «da laboratorio», targata «kolossal» (è costata 330 miliardi di lire), ha preso avvio come in un salotto, con inchini, sorrisi, perfezione di passi. Non hanno causato disordini i cinquemila colombi tenuti chiusi per ore e infine lasciati liberi, ma a rischio che cozzassero nel tetto dello stadio. L’Olimpiade «serena, e cioè della discrezione e della gioia», come nei propositi sottolineati all’infinito dagli organizzatori bavaresi, è partita col piede giusto – di giovanni arpino, la Stampa, 27 agosto 1972
La staffetta di Montreal durò nel 1976 solo cinque giorni e viaggiò via satellite. La fiamma venne trasferita a un sensore, che tramite impulsi elettrici via satellite, accendeva con un raggio laser una seconda torcia in Canada. I Giochi soffrivano la prima grande protesta e il primo vero boicottaggio dai paesi africani, in risposta al Sudafrica dell’apartheid.
Il sole, i colori, il pallido sorriso della regina Elisabetta, tutto l’insieme del gran concerto olimpico non sono certo bastati a nascondere le inquietudini sia dei grandi reggitori dei giochi, sia della folla. Una perfida sordina, scattata dalle contraddizioni della storia, metteva a tacere i vecchi entusiasmi. Lo sforzo coreografico, pur notevole non ha così entusiasmato e soddisfatto i palati, ormai vittime di spezie e bruciature ben più acri, anche se un lungo applauso ha confortato la regina Elisabetta, al suo ingresso nello stadio, in un abito rosa di chiarissima «impostazione» televisiva e con un cappellino di tradizionale cattivo gusto. Questa edizione dei Giochi i canadesi la volevano, secondo le loro stesse dichiarazioni di quattro anni fa, «modesta» e «a misura d’uomo». Si trattava, come è facile intuire, di affascinanti bugie, di parole ben addomesticate. Per forza di cose sono diventate paradossalmente attuali. Decimata, negletta, vittima degli intrighi politici e della contestazione nera, l’Olimpiade non riesce più a nascondere i suoi difetti dietro la foglia d’acero della bandiera canadese. E la «modestia» la si nota un po’ dappertutto: scarso entusiasmo, scarse bandiere, scarsi picnic all’americana sui prati. Non è canadese la colpa di fondo, ma del declino di Olimpia, un ideale che tutti noi moderni abbiamo voluto nutrire secondo concezioni astratte, falsandolo però in profondità. Le ultime illusioni di un universale «intervallo di pace» sotto la bandiera cerchiata cadono a Montreal, luogo che raccoglie pesanti eredità e tutti i semi di odio e di rivalsa trascinatisi nella nostra vita e rivisti nello specchio dei quindici giorni olimpici. Che Manitou ci tenga una mano sulla testa, mai smettendo di succhiare dal suo calumet della pace. – di giovanni arpino, la Stampa, 18 luglio 1976
Furono un uomo e una donna insieme, per la prima volta, a portare la fiaccola dentro lo stadio, si chiamavano Sandra Henderson e Stephane Prefontaine e dovevano simboleggiare con i loro corpi l’unione del Canada francese con quello inglese. Poi Sandra e Stephane dai simboli si fecero prendere la mano, i corpi li unirono davvero, accesero molto altro dopo il calderone, e alla fine – addirittura – si sposarono.
(fine della prima parte)