▻ Li chiamavano per deriderli The Jordanaires. Come il gruppo che aveva fatto il coro a Elvis Presley nelle sue apparizioni in tour tra il 1956 e il 1972. Non erano suoi compagni di squadra. Erano un cast di supporto. Erano uno sciame. Si chiamavano Scottie Pippen, Horace Grant, John Paxson, Bill Cartwright, Craig Hodges, Cliff Levingston, B.J. Armstrong, Will Perdue, Scott Williams, Stacey King, Dennis Hopson – ma in quella primavera del 1991 che stava diventando estate erano considerati una massa indistinta intorno a Michael Jordan. Ed era il limite dei Chicago Bulls, mai in finale per l’anello fino a quel momento, fino alla serie contro i Los Angeles Lakers, che invece ne avevano giocate otto negli ultimi undici anni. Otto giocate e cinque vinte, tre volte con Magic Johnson MVP e una con Kareem Abdul-Jabbar. Dove volete che vadano allora i Jordanaires?
gara 1 Chicago-Lakers 91-93
Michael Jordan mette le cose in chiaro. Quindici punti, 3 rimbalzi e 5 assist solo nel primo quarto. Nel secondo i Lakers restano in partita nonostante Magic non tiri mai, in una partita che chiuderà con la 29esima tripla doppia dei playoff in carriera. Jordan è decisivo per la rimonta nel quarto periodo con 13 punti, due liberi di Scottie Pippen portano i Bulls avanti 91-89. Una tripla di Sam Perkins a 14 secondi della fine ribalta di nuovo tutto (91-92). Il tiro di Jordan non entra, Byron Scott prende rimbalzo, fallo e sbaglia un libero (91-93). Time-out. Pippen da metà campo: ferro. È stata l’ultima volta di una partita giocata nel pomeriggio.
La serie di finale si giocava all’epoca con la formula 2-3-2. Il piano dei Bulls era vincere le prime due in casa, una a Los Angeles e poi tornare allo Stadium per far pesare il fattore campo. Del tutto stravolto, invece. «È stato un vero cambio della guardia», avrebbe commentato anni dopo Bill Cartwright. «Una cosa assai simile a quella accaduta con i Golden State Warriors. Alla gente piacevamo molto. C’erano i Pistons, i Lakers, i Celtics. Noi eravamo quelli nuovi che arrivano e sbancano tutto».
Amati ma non favoriti. Horace Grant ha raccontato che prima dell’inizio delle finali, si respirava un’aria del tipo «dove diavolo ci siamo cacciati», al pensiero che dall’altra parte ci fossero veterani come Magic, Worthy e Scott. «Quando abbiamo battuto Detroit lungo il cammino – parole di Cartwright – il pensiero comune era: ok, d’accordo, ma non ci riuscirete con i Lakers. Avete avuto una buona stagione ma adesso è finita».
I Bulls avevano vinto 61 partite. Erano 11-1 durante i primi tre turni dei play-off. Ma i Lakers erano i Lakers. Avevano già superato in finale di Conference Portland, che in stagione regolare aveva ottenuto 2 successi in più. E tutti ripetevano quello slogan, quel luogo comune, secondo cui per vincere l’anello devi prima averne perso uno.
«La prima cosa che spiccava – parole di Paxson – era quanto fossimo impreparati. Ricordo di essere entrato in campo a Chicago per gara-1 e tutto mi sembrava sfocato. Avevamo giocato molto bene contro Detroit e all’improvviso ci sentivamo fuori dalla partita. Era una sensazione di scarsa familiarità con quanto succedeva, con le persone della tv per tutto il campo, con la gente ammassata sulla linea di fondo che dovevi quasi schivare per andare in lay-up. C’era un’eccitazione che ci faceva sentire stretti».
Eppure, Cliff Levingston non aveva smesso di crederci dopo la prima sconfitta. «Mi era parso che noi avessimo giocato bene ma non benissimo, e che i Lakers avessero fatto il massimo che potevano. Ricordo di essere andato al piano di sotto nel vecchio spogliatoio dello stadio e di aver detto: Possiamo spazzarli. Allora Michael mi si avvicinò e disse: Devi vincere la prima partita per spazzarli. E io risposi: Vinceremo le prossime quattro».
gara 2 Chicago-Lakers 107-86
La svolta della partita è la marcatura di Scottie Pippen su Magic Johnson, mentre a Michael Jordan tocca Vlade Divac. L’eroe è Horace Grant: 14 punti nel primo tempo, Jordan ne fa solo 2 nei primi 20 minuti, infilando tutti i successivi tredici. Lakers comunque in partita fino al 51-58 quando Byron Scott commette fallo su Pippen: da quel momento Chicago segna un 17 su 20 impressionante, avendo Jordan in panchina con problemi di falli. Rientra solo sul +16.
«Sapevamo che era questione di tempo – questo è Craig Hodges che parla – sentivamo di essere i migliori e che nessuna squadra potesse batterci. Avevamo il miglior giocatore della lega, sapevamo di cosa eravamo capaci e come giocare».
I Bulls avevano eliminato New York, Philadelphia e Detroit. Avevano intrappolato e raddoppiato le marcature sui play, ma bisognava farlo contro Magic, che era diverso da tutti gli altri, aveva cambiato la maniera di interpretare il ruolo. Non potevi marcarlo con BJ Armstrong. Dovevi farlo seguire da uno più grosso. Col rischio che Magic lo lasciasse sul posto. Pippen fu la soluzione. Una correzione ai piani iniziali, che prevedevano Jordan su Johnson e Pippen accoppiato a Worthy. «Ma realizzammo di avere bisogno di più pressione sulla palla. MJ che proteggeva Worthy era un problema, ma non è mai diventato ‘il problema» avrebbe spiegato Jackson. E così andarono a giocarsi le tre di fila in California.
gara 3 Lakers-Chicago 96-104
Nonostante un serio problema ai rimbalzi, i Lakers con un parziale di 18-2 si portano da -3 (49-52) e +13 (67-54), salvo incassare un controparziale di 20-7 che porta il punteggio sul 74 pari. Un sottomano di Horace Grant porta i Bulls sul 87-90 e 1’07” da giocare. Perkins riduce il divario a 49 secondi dalla fine, Divac segna un successivo layup e prende fallo. Con il libero, a 11 secondi dalla fine spinge i suoi sul 92-90. Jordan pareggia in sospensione con la mano di Divac davanti alla palla e manda la partita ai supplementari. Dove segna la metà dei 12 punti dei suoi per la vittoria.
«Dopo la vittoria in gara 3 sentivamo di essere al picco di fiducia» ha raccontato Grant. Aveva segnato 20 punti e 22 ne avrebbe fatti in quella successiva. «Avevamo tutti all’improvviso la certezza che saremmo diventati campioni».
Eppure una buona quota di energie nervose se ne era andata nella serie precedente contro i Detroit Pistons. Una rivalità celebre a cui il documentario The Last Dance ha dedicato ampio spazio. Sconfitti 4-0, i Pistons escono dal campo senza stringere la mano a nessuno. «I Pistons sono indegni di essere campioni. I Bad Boys fanno il male della pallacanestro» sono le parole attribuite a Jordan da Vincent Goodwill per Yahoo Sports – parole che avrebbero portato alla reazione di Thomas, Laimbeer e gli altri, con l’eccezione di John Salley e Joe Dumars.
Nei tre anni precedenti c’erano state serie molto combattute e sempre i Bulls erano usciti sconfitti dal campo. Jordan ha usato la parola odio per definire il suo sentimento verso i Pistons.
gara 4 Lakers-Chicago 82-97
Lakers in vantaggio 28-27 nel primo quarto ed è solo la seconda volta nei play-off 1991 che un’avversaria dei Bulls chiude in testa il segmento iniziale. A metà partita il punteggio è già 37-46. Jordan ha segnato 11 punti nel secondo quarto, i Lakers realizzano solo 12 dei loro 41 tiri tra secondo e terzo. Un colpo serio sono gli infortuni a Worthy e Scott (caviglia e spalla): il primo si era infortunato in finale di Conference contro Portland, il secondo scivolando sul pavimento in bagno. Il cattivo tiro di Sam Perkins si aggiunge ai guai dei Lakers. I Bulls pendono un vantaggio di 16 punti nel terzo quarto e veleggiano.
Isiah Thomas ha spiegato nella serie: «Quando battemmo i Celtics in finale a Est nel 1988 la gran parte dei Celtics fece lo stesso con noi: Kevin McHale mi strinse la mano solo perché lo fermai io in mezzo al campo. Per noi era ok, ma col senno di poi, conoscendo le conseguenze e tutto quello che si è detto di quel nostro gesto nei confronti dei Bulls, avremmo dovuto fermarci e far loro le congratulazioni. Certo che avremmo dovuto farlo, ma al tempo non si usava così: se si perdeva, si lasciava il campo».
Jordan ha replicato che invece loro la mano l’avevano stretta l’anno prima, ma che «non c’era bisogno che lo facessero: sapevano che li avevamo presi a calci nel sedere. Eliminarli è stato quasi meglio di vincere l’anello».
Quasi.
L’anello sarebbe arrivato in gara-5. Senza bisogno di tornare a giocarselo in Illinois.
gara 5 Lakers-Chicago 101-108
Senza James Worthy e Byron Scott, i Lakers devono fronteggiare il primo match point dei Bulls. Magic Johnson piazza 20 assist. Elden Campbell supera Michael Jordan con 13 punti nel primo tempo. Los Angeles è ancora avanti 93-90 nel quarto periodo prima di subire un parziale di 0-9. I 10 punti di Paxson nell’ultima metà del quarto periodo sono pesanti e decisivi. Resterà l’unica delle sei serie finali del ciclo dei Bulls a finire quattro a uno. È l’ultima partita delle finali NBA giocata al Forum. La successiva finale dei losangelini si terrà nel nuovo Staples Center.
«Ricordo il viaggio in autobus dalla partita all’hotel – ha raccontato Armstrong – come puzzavamo tutti di champagne, tre ore dopo la partita eravamo ancora tutti in magliette e pantaloncino».
«Eravamo i perdenti – la testimonianza di Levingston – tutti dicevano che non ce l’avremmo fatta, e invece a un certo punto in campo sembrava che tutto fosse più lento di noi. È stato un tale sollievo, una tale gioia, da provare la sensazione di essere in cima a una montagna».
archivio La celebrazione
“I Bulls hanno attraversato il panorama della NBA con una straordinaria corsa che non lascia dubbi. Chicago non è seconda a nessuno. I Bulls sono campioni! Arrotolate queste parole in bocca e assaporate la dolcezza della vittoria. Chiudete gli occhi mentre si alzano gli stendardi in onore dei Bulls, in onore di tutte le squadre passate dei Bulls e di tutta la gente di Chicago. Perché i Bulls sono la squadra di Chicago, capaci di battere il glamour della Gold Coast. Questo è l’anno in cui i Tori sono diventati il matador. I Bulls sono i migliori, non i Lakers, non i Celtics, non i temuti Pistons. Adesso sono tutti lillipuziani. E i Bulls sono Gulliver”.
di sam smith, Chicago Tribune, 13 giugno 1991
Nel rievocare l’inizio del ciclo vincente dei Bulls, Bleacher Report ha scritto che “molti hanno cercato di sminuire questo grande risultato, ritenendo che gli anni ’90 non proponessero alternative di valore. Pensano che Jordan abbia avuto vita facile. Che i Bulls erano una grande squadra. Ma quanto erano grandi i Bulls? Jordan ha mai affrontato una vera concorrenza? Rispondiamo a queste domande. Il centro di partenza dei Bulls era Bill Cartwright. Durante le stagioni 1991-1993 Cartwright ha fatto registrare una media di 7.9 punti, 5.1 rimbalzi. L’ala grande era Horace Grant. Non un lungo dominante. Non era nemmeno un All-Star durante quel periodo, ma era un buon rimbalzista. Scottie Pippen, l’ala piccola, era al suo apice ma la gente lo sopravvaluta. Quando i Bulls vinsero il loro primo titolo nel 1991, Pippen non era stato chiamato per l’All-Star Game. Nemmeno per la terza squadra. Jordan ha vinto il campionato senza altri compagni All-Star.
I primi avversari dei Bulls nei playoff erano stati i New York Knicks. La squadra di Patrick Ewing. Un All-Star. In semifinale avevano incontrato i Philadelphia 76ers, la squadra di Charles Barkley, quarto nella classifica MVP. Il suo compagno Hersey Hawkins aveva fatto parte degli All-Star. Nelle finali di Conference, i Pistons non erano solo i campioni in carica, erano anche la terza testa di serie a Est e avevano eliminato la seconda, i Boston Celtics. Dove giocavano ancora Larry Bird, Kevin McHale e Robert Parish. Quei Pistons sono considerati ancora tra le difese più forti della storia, con Joe Dumars e Dennis Rodman. Infine i Lakers. Come dire che in un’unica serie di play-off Jordan ha battuto quattro tra i più grandi di tutti i tempi: Ewing, Barkley, Thomas e Johnson.
Jack McCallum scrisse su Sports Illustrated di aver visto Jordan commosso negli spogliatoi, commosso ma non pentito di aver criticato il general manager Jerry Krause, “sebbene all’inizio dei playoff – si legge sulla rivista del giugno 1991 – avesse detto che sarebbe stato disposto a rimangiarsi le sue parole in caso di titolo. Sabato non sembrava più così risoluto”.
«Non mi pento di nulla di ciò che ho detto su Krause, perché stavo esprimendo i miei sentimenti. La nostra panchina non stava giocando bene e ho pensato che avremmo avuto bisogno di un contributo maggiore. Fortunatamente hanno risposto. Ma l’anno prossimo dovremo costruire qualcosa di diverso per rimanere forti».
McCallum disse che il risultato della finale avrebbe forse tolto di dosso a questo gruppo di giocatori l’etichetta di Jordanaires. “Ma non sbagliatevi: la vittoria è appartenuta soprattutto a Michael Jordan, che ora si trova in cima al mondo del basket, più in alto persino di Magic. E per quelli che lo consideravano già il re, beh, allora consideratela una cerimonia di incoronazione”.
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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