Il doppio storico traguardo per Frappart e Gama cade in coincidenza del gesto di Paula Dapena, giocatrice del Viajes Interrías, squadra della serie C spagnola, che ha rifiutato di rendere omaggio a Maradona durante il minuto di silenzio della partita giocata contro il Deportivo La Coruña. Si è seduta sul prato e ha voltato le spalle al mondo. Una forma di protesta per la gran celebrazione di quello che considera un maltrattatore di donne morto durante la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.
Eleonora Barbieri sul Giornale ha scritto stamattina che “Paula Dapena ha 24 anni e le idee chiare: il minuto di silenzio non è un rito superficiale, se lo si osserva deve essere sentito davvero, e lei, nonostante non sia nessuno, non si sente di osannare il dio del calcio, solo perché è morto. Non era un santo con le donne, e la morte non lo ha reso migliore, da questo punto di vista. Qualcuno può sospettare che Dapena fosse a caccia del suo minuto di notorietà, che volesse distinguersi a tutti i costi; di sicuro si è distinta. Il credo del pallone impone di inchinarsi a una delle sue divinità, ma Dapena ha detto che lei ha altre divinità in cui credere, più importanti di quelle sul terreno di gioco. Che sia vero o no, che piaccia o no, di sicuro la sua solitudine è stata molto rumorosa, in quel minuto di silenzio globale”.
Giulia Zonca su la Stampa è intervenuta scrivendo che “Maradona ha visto il mondo che gli si girava contro mentre era ancora vivo. La legittima protesta della calciatrice che si rifiuta di dedicargli un minuto di silenzio non può buttarlo giù da un piedistallo che non ha mai retto. Maradona è figlio di un convinto patriarcato, macho integralista, di quelli che amano la mamma e la moglie, da tradire in ogni modo con la convinzione di non toglierle nulla. Dopo i Mondiali vinti ha presentato fiero la sua stanza: foto di Claudia, futura sposa, e poster di una modella nuda a gambe larghe: «L’ho guardata per un mese». Era tutto lì, il lunatico che divide il genere femminile tra madonne e prostitute e pensa che basti pagare per avere ragione. Il dio del calcio che usa la protezione della camorra per andare a mignotte senza lasciare tracce. Impronte ovunque. Il tossicomane che a Cuba pensa di disintossicarsi dalla droga mentre posa con ragazzine minorenni senza vestiti addosso. La sua morale è penosa e tutto lo schifo che ha fatto lo ha raccontato lui, per spiegare una vita di pressioni che solo il pallone azzerava. Le confessioni non lo assolvono, le sue donne sì, tutte. Considerarle vittime non sarebbe giusto, hanno fatto le loro scelte, come la ragazza che gli ha dato le spalle in campo”.
Su questo tema nei giorni scorsi avevano assunto posizioni opposte Laura Pausini e Fiorella Mannoia. La prima ha sostenuto che “in Italia fa più notizia l’addio ad un uomo sicuramente bravissimo a giocare al pallone, ma davvero poco apprezzabile per mille cose personali diventate pubbliche, piuttosto che l’addio a tante donne maltrattate, violentate, abusate. Oggi non sono la notizia più importante di questo paese, nonostante questa mattina ne abbia perse altre due. Non so davvero che pensare”. La seconda ha scritto sempre sui social: “Se Michael Jackson fosse morto ieri sarebbe successa la stessa cosa. Quando se ne vanno uomini così amati nel mondo intero è logico che succeda questo. Non ha scelto lui di morire nella giornata mondiale contro il femminicidio. Anche basta con questa polemica becera”.
A Maradona dedica oggi un numero speciale il settimanale France Football.
RIFLESSIONI SULLA MORTE DI MARADONA
▻ L’eroe non può morire, perché è il pubblico che non vuole lasciarlo andare, anche quando in realtà se n’è già andato. L’oscurità e il travaglio devono aver giocato un ruolo importante nella vita di Dominici (come accade in tante vite “normali”, di normali esseri umani). Che invecchiano, ingrassano, o soffrono una profonda solitudine, come alcuni hanno voluto dipingere gli ultimi giorni di Maradona, sul modello letterario del sovrano decaduto. Nell’antichità, quando un imperatore romano moriva, poteva capitare che venisse “catasterizzato“: se ne affermava la divinità davanti al popolo, letteralmente trasformandolo in una stella del firmamento (dal greco katasterízo: colloco fra gli astri). Anche oggi sembra accada un po’ lo stesso: bisogna immortalare il campione, lui e tutto ciò che ha significato – giovinezza, invincibilità, coraggio, fantasia, dedizione, passione, tenacia, speranza. Nell’antica Roma era una strategia politica, una prassi del rituale mediatico imperiale. Per noi è piuttosto una questione di cuore: è difficile accettare la normalità, o la tristezza, e infine la morte, nella vita di questi eroi di cui in molti abbiamo bisogno, e in cui ci rivediamo.
di bernardo cedone, Avvenire
Non ricordo nell’ultimo secolo un lutto così condiviso, dall’Argentina alla SOmalia alla Serbia. E mentre il mondo è diviso dal coronavirus, arriva quest’uomo, questo Dio caduto e compassionevole che ci riunisce di nuovo e ci fa piangere
Emir Kusturica regista del documentario Maradona
▻ Che cosa vuol dire essere un mito? Quanto a effetto iconico perdurante, di paragonabile a Maradona c’è stata solo Marilyn, non a caso studiata in un celebre saggio di Roland Barthes. Come nel caso della diva, si tratta di rappresentazioni di un’idea – il calcio o la femminilità – che sono potenti perché non sono totalmente definite. L’idea del calcio di cui Maradona era icona rimaneva e rimarrà vaga e per questo è potentissima, anche se sempre meno vaga e potente della femminilità. Il calcio è danza, ma è anche una rappresentazione della guerra (Frank Ellis), un rito tribale (Desmond Morris), un’immagine di come si creano i significati (Ludwig Wittgenstein) e ovviamente, anche una cornucopia di valori capitalistici come la ricchezza, il potere (anche quello dei dittatori anticapitalisti), la fama, il successo, il sesso e l’eccesso. Ce ne saranno altri che ne incarneranno molti, ma è difficile averli un po’ tutti. Non so se durerà per sempre come dicono enfatici i giornali, ma certo molto a lungo. Marilyn è ancora l’icona insuperabile di un’idea, dopo sessant’anni.
di giovanni maddalena, il Foglio
Le Maradonne
Una femminista può piangere Maradona? Se lo è domandato Giusi Palomba su Pasionaria, progetto che aderisce alla rete Non una di meno. La protesta in campo di Paula Dapena, 24 anni, calciatrice della serie C spagnola che ha manifestato il suo dissenso verso il minuto di raccoglimento, ha reso eclatante un pensiero espresso da molte donne sui social mercoledì scorso, giorno della morte del calciatore argentino e contemporaneamente giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. In Italia si sono ieri occupate della controversia Eleonora Barbieri su il Giornale e Giulia Zonca su la Stampa.
La risposta di Giusi Palomba su Pasionaria alla domanda è: sì. Nel suo intervento cita le posizioni di alcune attiviste sudamericane, accusate di incoerenza, attaccate per aver manifestato il proprio cordoglio. La cantante cilena Ana Tijoux, autrice di Antipatriarca, colonna sonora ai cortei, ha detto: «Ho 43 anni e ho strumenti per analizzare e proteggermi. Oso dire che gran parte – non tutto – quello che ho potuto leggere è di nuovo violenza. Avete pensato a quante persone non hanno gli strumenti per vedere queste violenze? Ho scritto Antipatriarca e la sento ogni volta che la canto. Questo nessuno può metterlo in discussione, soltanto io quando mi guardo nella mia intimità». Mónica Santino, argentina, direttrice tecnica di calcio: «Diego era nostro, profondamente villero, profondamente de barrio, e questo ha una connessione con il femminismo popolare che è indistruttibile».
Ro Ferrer, illustratrice, ha mostrato in una delle sue tavole una bimba che dice “lasciatemi piangere”. Alle critiche ha risposto così: «Aver postato questo dolore verso Maradona, ha automaticamente permesso di negare l’intero percorso che ho fatto. Quella stessa mattina ho fatto molti disegni riguardanti il 25 novembre. E quello stesso giorno, le mie stesse compagne mi dicevano cosa non potevo sentire e cosa non potevo dire. Maradona significa la mia infanzia e la mia adolescenza. In quel periodo non avevamo molti riferimenti donne, lesbiche, travestis, trans (nello sport), dunque gli uomini che avevo come riferimenti erano parte costitutiva della mia personalità. Quando ho postato il disegno ho sentito il momento prima dell’attacco, quando già sai che sta arrivando. Ma non voglio stare zitta. Il “non sto più zitta” vale per tutto, non solo all’esterno del movimento. Non è qualcosa che ho provato soltanto io. Quindi non ti viene in mente che c’è qualcosa che non stai vedendo?».
Georgina Orellano Ammar, del Sindicato de trabajadorxs sexuales de Argentina si è chiesta: «Quanto di popolare e intersezionale ci manca nei femminismi, hermanas, per capire un po’ cosa genera in noi un Maradona e per essere in grado di avvicinarsi un po’ al dolore popolare?». La giornalista Analía Fernández Fuks ha aggiunto: «Avvicinarsi alla figura di Maradona dai femminismi include pensare a un femminismo intersezionale. Non stiamo parlando solo di genere, penso sia molto importante poter guardare alla razza, etnia, classe ed età. In questo caso si tratta di pensare a Maradona dalla posizione dei femminismi popolari».
La tesi di Palomba su Pasionaria è che questi attacchi rivelano “l’assoluta estraneità di molte persone bianche dei nord globali ai dolori dei sud del mondo. E, di conseguenza, al valore cruciale della gioia, della rivalsa, e del riscatto da quei dolori. Questa estraneità racconta un modo di fare attivismo che nega le passioni e i sentimenti, quei dolori e quelle gioie, nati sotto lo scacco di oppressioni che non riesce a vedere. Poiché è evidente che ai margini esistono sfumature che al centro, pure con le migliori intenzioni, sfuggono senza speranza.
Suona proprio male che nell’attaccare le donne a lutto, e ricordiamocelo, in molte sono argentine, si possa pensare di insegnare il femminismo a paesi che portano in seno le più acute contraddizioni, e da cui sono nati i semi di mobilitazioni globali, esattamente perché (e non nonostante) impregnati di un machismo vivo, luoghi che il femminismo lo hanno reso così imponente che non è stato più possibile ignorarlo”. Palumbo conclude il suo intervento con la frase: “Non sarà una femminista a dirvi cosa dovete provare”. (l’intervento completo è qui)
DISCUSSIONI
Maradona e il femminismo (parte II)
Diego e le donne. Diego e il femminismo. Il dibattito prosegue. Slalom aveva riportato nei giorni scorsi le posizioni di alcune attiviste sudamericane, convinte che sia possibile manifestare dolore per la morte di Maradona, figura considerata icona del machismo, pur militando nel movimento femminista.
Raffaele R. Riverso stamattina intervista per Repubblica Paula Dapena, la ventiquattrenne calciatrice del Viajes InterRías di Pontevedra che si è rifiutata di partecipare al minuto di raccoglimento. Ha voltato le spalle. «Non ho chiesto di essere imitata – ha detto – ma solo rispettata. Non ho fatto altro che sedermi e girarmi, permettendo alle altre di rendere omaggio a Maradona se era ciò che volevano. Pensavo che il mio gesto sarebbe rimasto circoscritto a Pontevedra. Alcuni comportamenti di Maradona sono imperdonabili e credo che non dovrebbe essere considerato un idolo dai bambini».
Filippo Femia per la Stampa ha sentito invece Romina Ferrer, illustratrice e militante per i diritti delle donne, molto criticata in patria per una tavola con la quale ha reso omaggio a Maradona.
«Io credo che il femminismo – dice – non possa nutrirsi di odio. Credo in un cambio culturale di tutta la società a partire dal dialogo e dalla comprensione reciproca. Credo che con la morte di Maradona abbiamo perso una chance per dialogare e fare in modo che gli uomini si unissero alla nostra lotta». A proposito dei difetti di Maradona, dice: «I nostri mariti, i nostri padri e i nostri familiari non ne hanno? In questi giorni abbiamo assistito a una “proiezione collettiva”: se tutti quelli che hanno puntato il dito contro Maradona, soprattutto le donne, lo facessero anche all’interno delle proprie famiglie, non esisterebbe la violenza di genere».
Sul tema è intervenuta Daria Bignardi nell’ultimo numero di Vanity Fair. Ha scritto: “Maradona è stato una persona generosa, vitale, passionale e curiosa e anche permalosa, confusa, cialtrona e irresponsabile, quindi umana, e che l’umanità e la fragilità ci appartengono, ci attraversano, ci definiscono: sbaglio quindi sono. Maradona era un artista. Gli artisti sono persone ipersensibili: sentono di più, soffrono di più, sono parafulmini, sono dei rabdomanti condannati a cercare l’acqua per tutta l’esistenza, senza riposo, senza pelle. Gli sono grata per le emozioni che ci ha regalato col suo talento e la sua forza vitale, ma lo compiango per la fatica che ha dovuto fare per tutta la sua vita troppo breve, complessa e spettacolare per essere se stesso”.
Sul Mattino interviene oggi Heddi Goodrich, scrittrice di Washington per un certo periodo residente ai Quartieri spagnoli di Napoli. Il suo romanzo Perduti nei Quartieri Spagnoli è stato pubblicato direttamente in italiano. Scrive: “Ho letto questi attacchi con lo stesso sconcerto con cui per anni ho studiato le critiche contro Roberto Saviano, e finalmente ho capito da cosa derivano entrambi. Non è altro che il rifiuto di riconoscere la propria ombra. Sputa veleno contro un personaggio pubblico colui che reprime la rabbia a casa. Accusa di invidia colei che è invidiosa, rosa dai propri fallimenti. Dà dello sciupafemmine colui che ha l’amante segreta o che la vorrebbe. Secondo Jung, il più grave errore psicologico è quello di proiettare la propria ombra sugli altri: in questo sta la radice di quasi ogni conflitto. Credo che uno dei motivi per cui i napoletani abbiano saputo amare Maradona in maniera così totale è il fatto di vivere in una città piena di ombre, di vicoli angusti che il sole non riesce a penetrare. L’ombra è nella sua architettura. È una città tollerante (qualcuno dirà fino all’eccesso) di tutto ciò che è clandestino, illegittimo, ripudiato dalla società perbene. È la città dell’amore, di quello vero, incapace di accusare in quanto ha intuito già molto prima di Jung che i difetti del mondo sono anche difetti suoi”.