La squadra che vuole cambiare uno sport per soli bianchi
C’è una squadra che vuole cambiare il ciclismo. Si scrive L39ION, si chiama legion ed è stata fondata da Justin Williams, 31 anni, professionista statunitense, californiano, uno dei pochi afro-americani in bici.
Il team è composto da 14 corridori, 10 sono professionisti, e copre tutto il ventaglio degli eventi, dalla strada al cross. Con suo fratello Corey, Williams ha messo insieme vecchi rivali, ex compagni di squadra e soprattutto amici con l’obiettivo di «vincere rendendo lo sport inclusivo». La sua storia è raccontata da Andy Cochrane sul New York Times. L39ION ha preso parte finora soprattutto ai criterium ma intende gareggiare ora nelle corse di categoria del calendario UCI.
Il New York Times racconta che Williams ha avuto la sua prima bici all’età di 13 anni. Suo padre Calman è stato un corridore dilettante e “la bicicletta – si legge – era una delle sue poche possibilità di fuga da un quartiere difficile”.
«A parte la bici, i miei genitori – spiega Williams – ci tenevano in casa, concentrati sullo studio. Non si fidavano di farci uscire, ora mi sembra giustificato. Era facile finire nel posto sbagliato, morti o in prigione. Ricordo i buchi dei proiettili sui segnale stradale. Non so cosa avrei fatto senza una bici».
Solo cinque dei 743 corridori dell’élite del World Tour sono neri. Nessuno dei 113 ciclisti professionisti con una licenza di USA Cycling lo è. Quest’anno al Tour de France c’era il solo Kévin Reza, francese, su 176. Williams è stato campione nazionale juniores 2006 su pista. Tre anni dopo si è trasferito in Europa e si è sentito ai margini.
«Mi definivano un caso difficile – racconta Williams al New York Times – un caso di beneficenza, ero descritto con lo stereotipo del nero arrabbiato. Sono stato cancellato molto velocemente da altri ciclisti, ho visto molti ragazzi entrare in squadre anche se non avevano mai vinto una gara». Un anno così gli è bastato. Nel 2010 è rientrato negli USA, ha messo da parte le ambizioni di fare il ciclista e s’è messo a studiare graphic design al Moorpark College, vicino a Los Angeles. Aspettando il momento. Il giorno è arrivato nel 2016, quando ci sono state le condizioni per tornare sulla scena con il team Cylance Pro Cycling. Ha vinto 15 corse, scrive il New York Times. Soprattutto circuiti.
“Nonostante la sua ascesa – si legge – Williams si sentiva frustrato da contratti che pagavano il salario minimo e non gli permettevano di avere voce in capitolo sul calendario o sui ruoli all’interno della squadra”.
Qualcosa ora sta cambiando. Nel mese di aprile il Saint Augustine è diventato il primo college storicamente nero ad aggiungere una squadra di ciclismo. Il team EF Pro Cycling, con sede in Colorado, ha due programmi per l’integrazione nel ciclismo con il supporto di Cannondale e della federazione americana. USA Cycling.
«Ci siamo chiesti che tipo di ruolo avremmo giocare nel cambiamento», dice al New York Times Dennis Kim, vice presidente per il marketing di Cannondale, e il riferimento va a tutto ciò che si è messo in moto nella società USA con il movimento Black Lives Matter dopo l’omicidio di George Floyd. Sono nate due organizzazioni. Bike Rides for Black Lives organizza corse di massa nel paese e Ride for Racial Justice crea le opportunità per l’accesso alle risorse e all’educazione al ciclismo.
Massimo Alpian, uno dei membro del consiglio di quest’ultima organizzazione, considera che «il cambiamento avviene solo se lavoriamo dal basso con le comunità e dall’alto verso il basso con le aziende e le amministrazioni locali. Per rendere la bicicletta più inclusiva dobbiamo cambiare le norme sociali, offrire più istruzione e più rappresentanza»
Così adesso L39ION lavora con Outride, un’organizzazione senza scopo di lucro che mira a portare i bambini in bicicletta attraverso programmi scolastici e sostiene i giovani ciclisti che non possono permettersi spese di viaggio o di iscrizione alle gare.
E quella che pedala contro la solitudine
Don Agostino Frasson ha 58 anni. Dirige la Casa don Guanella di Lecco e presiede la Cooperativa sociale Cascina don Guanella. Lo chiamano don Bicicletta, perché ha fondato una squadra di ciclismo con la quale – come racconta stamattina Marco Pastonesi su Avvenire – “si dedica all’educazione, qualche volta alla rieducazione, altre volte alla riabilitazione di senza tetto, senza famiglia e anche senza bicicletta”.
Don Agostino accoglie pure ex professionisti, definiti «pecorelle smarrite» del doping, oppure e amatori che «pedalando insieme superano la solitudine e la distanza. E i giovani fanno un po’ di geografia e di religione». Avvenire racconta che il giro classico è quello dei 144 km intorno al lago di Lecco, ma qualche volta si sale al Santuario della Madonna del Ghisallo. Sono stati da don Agostino campioni come Cadel Evans, Gianni Bugno, Claudio Chiappucci, Alessandro Ballan. Hanno trovato accoglienza i fermati per doping Luca Paolini e Mauro Santambrogio. Il sacerdote una una cascina nella quale si mangia quello che si produce e dove si fa «accoglienza, cura, formazione e inserimento di minorenni a rischio di emarginazione». In bicicletta.