05 ▻ Regia di Carol Reed, sceneggiatura di Graham Greene, interpreti Joseph Cotten, Alida Valli e Orson Welles. Diciamo la verità. In giro c’è stato di peggio.
Quando nel settembre del 1949, al festival di Cannes premiarono con la Palma d’oro Il Terzo Uomo, Fiorenzo Magni aveva già vinto un Giro d’Italia e un Giro delle Fiandre. Ma il titolo del film sarebbe diventato presto il suo soprannome.
La terza ruota, dicono gli inglesi per indicare l’incomodo. L’alternativa.
Il cummuoglio è nella lingua napoletana, cioè il coperchio. Il dettaglio. Puoi essere importante, puoi essere grandissimo. Ma non sei la pentola e non sei il ragù. Sei un culto di minoranza schiacciato tra due chiese. Quando sei Connors tra Borg e McEnroe, o Djokovic tra Federer e Nadal. Quando sei Doctor J fra Magic e Bird. Quando sei Di Stéfano tra Maradona e Pelé. Quando sei Piquet tra Prost e Senna. Quando sei Galfione tra Quinion e Vigneron. Quando sei Foreman tra Ali e Frazier. Quando sei Magni tra Coppi e Bartali.
Prima ancora di diventare il Terzo Uomo, Magni aveva sperimentato questa condizione di marginalità portando la maglia rosa al Vigorelli di Milano, era il terzo Giro dopo la guerra, in mezzo a un sentimento popolare di freddezza, se non di diffidenza.
Sul Giornale dell’Emilia, nome temporaneo del Resto del Carlino, Enzo Biagi coglieva il risultato della corsa per scrivere un malinconico rimpianto del passato. Era il 1948 e già avevamo nostalgia di qualcosa.
Scrisse Biagi: “Non mi pare che questo Giro d’Italia abbia una storia: vive di piccoli episodi, gli manca un protagonista. Ha perduto molto dell’antico colore: non è più come un tempo, un compromesso tra la sport e le organizzazioni Barnum. Oggi si dice ancora carovana, ma la parola non ha senso. La carovana presupponeva qualche cosa di provvisorio e di avventuroso, magari di eroico: adesso tutto è preciso e comodo, dai conti di cassa che fanno i concorrenti, alla macchina che porta il direttore della Gazzetta. Questa, stante la grandiosa apparenza, è lecito supporre sia fornita anche del bagno. Manca, mi sembra, quel tanto di fiabesco e di umano che piaceva alle 01
folle; l’invincibile campione e il gregario affamato, le sgangherate e passionali cronache di Emilio Colombo, la quotidiana commozione di Orio Vergani, l’imprevisto e la lotta. Forse è finita la favola, per la mancanza di un principe e di gente capace di inventare iperboli; chi può oggi definire, senza provare vergogna, locomotiva umana un corridore in bicicletta?”. A Tielt-Winge, comune belga nel Vlams-Broabant, aveva tre anni il figlio di un salumiere, Édouard Louis Joseph Merckx, ma Enzo Biagi che ne poteva sapere.
| il primo Giro ▻ Sapeva invece – lui e tutti insieme a lui – che Magni aveva portato via la maglia rosa a quei due. La Bianchi di Fausto Coppi lo aveva anche accusato di essersi fatto spingere sul Pordoi durante la diciassettesima tappa. La giuria gli aveva dato una penalizzazione di 2 minuti. La Bianchi si infuriò giudicando inadeguata la sanzione. Indro Montanelli, che seguiva la corsa per il Corriere della sera, scrisse: “Che lo abbiano aiutato in salita non c’è dubbio. Ma Magni ha un po’ ragione quando dice che non c’è mai stato Giro d’Italia che sia andato avanti senza spinte, anzi – aggiungeremmo noi – che non c’è mai stata una Casa italiana che non sia andata avanti a furia di spinte”. Magni era il ciclista preferito di Montanelli. Era l’atleta che confessò avrebbe voluto essere lui stesso.
Magni arrivò con 11 secondi di vantaggio su Ezio Cecchi. Celebrazioni? Eccola.
Bruno Roghi sul Corriere dello sport scrisse: “Se la memoria non ci inganna è la prima volta che la storia del Giro d’Italia registra una vittoria tarata. Questa non giova al prestigio e alla serietà agonistica della corsa del popolo”.
Ennio Mantella, nella pagina accanto, il 7 giugno del 1948 definiva Magni “il corridore più toscano e l’unico che per la varietà del suo carattere e la rudezza del suo spirito sfugge a ogni definizione. Ha vinto alla sua maniera, con lo stile polemico, con l’atteggiamento risoluto, con la franchezza del suo carattere. Spirito essenzialmente polemico e – si può dire – ribelle. Ma un ribelle senza gesti enfatici”.
Era un ciclismo che non si vedeva se non dalla strada. Le facce dei protagonisti arrivavano nelle case con le fotografie dei giornali, le caricature dei vignettisti. Nel ritratto che ne fa Mantella sul Corriere dello sport, “Magni è alto; ha un viso tondo, bruno, con occhietti calmi e lo sguardo intelligente; gli stanno andando via i capelli, ma quel po’ di calvizie si addice al suo viso giovanile. Ha il naso schiacciato senza che si noti molto. È una di quelle figure che circondano il Savonarola nei disegni di Santa Maria Novella a Firenze. Il suo discorrere è toscano schietto, ma è calmo e privo di riboboli: è semplice, acuto, spiccio, conclusivo. Prima di parlare si vede che ha molto pensato. Ma non fa cadere mai le cose dall’alto. Non è mai inquieto e non mai eccessivamente allegro. Spesso risolve con una battuta una sua azione. Ha rispetto per tutti quando tutti hanno rispetto per lui. Saputo che Coppi aveva chiesto la sua esclusione dalla corsa altrimenti non sarebbe partito, ebbe la risposta prontissima: Vuol dire che faremo a meno di Coppi”.
La folla non glielo perdonò. Questo e altro.
| il primo Fiandre ▻ Da giovane era detto Cipressino perché era alto e sottile. Lui preferiva sentirsi chiamare il Leone delle Fiandre, per via delle tre vittorie consecutive sul pavé del Belgio tra il 1949 e il 1951. La prima volta era stato a lungo in fuga con Mathieu e Caput ma senza la loro collaborazione erano stati ripresi a una quarantina di km dal traguardo. Magni riuscì a resistere agli attacchi di chi non voleva portarselo dietro in volata, andando a riprendere gli scatti di questo e quello, poi allo sprint se li lasciò tutti quanti dietro. In una intervista con Marco Pastonesi per la Gazzetta dello sport Magni ha raccontato che «quell’anno cominciai piano e bene. Un paio di circuiti, a Ostia e a Bordighera, poi la Milano-Torino, sesto, poi la Milano-Sanremo, terzo, poi il Giro del Piemonte, terzo. Si correva poco, ci si allenava tanto. Io tantissimo. Avrei dovuto pagare più tasse: ho consumato le strade. La prima corsa caddi. La seconda forai. La terza scappai sul Grillaio, rimanemmo in due, soli, io e Alfredo Martini, che era già un corridorino. Arrivo a Padiglione: lui primo, io secondo. Secondo e felice. Il Fiandre era considerato una corsa gloriosa e avventurosa. E a me l’avventura è sempre piaciuta. Correvo per la Wilier Triestina. Quando dissi che avrei voluto fare il Fiandre, mi risposero – più o meno – va bene, ma arrangiati. Mi arrangiai. Alla Stazione Centrale di Milano io e Tino Ausenda, il mio gregario, sembravamo due pellegrini. Treno, noi in cuccetta, seconda classe, bici al seguito, nel bagagliaio. Nella piazza della stazione di Gand ci guardammo intorno, e andammo in un alberghetto-trattoria, dove si spendeva poco. Avevamo i soldi contati. Quell’alberghetto-trattoria era modesto, avrà avuto una stella, forse mezza, forse neanche. Ma il padrone era Gerard Debaets, un corridore, stradista e pistard, aveva vinto due Giri delle Fiandre e da seigiornista aveva corso anche in America. Prendemmo due camere. Per risparmiare qualche lira avremmo anche potuto dividerne una, ma stare da solo in una camera è sempre stato un piccolo lusso cui non ho mai rinunciato. Tranne che, è chiaro, con mia moglie. Debaets sembrò quasi onorato di avere due corridori italiani».
| il secondo Fiandre ▻ Quando vinse l’anno dopo, i giornali italiani misero la notizia in un trafiletto in fondo alle pagine, sotto la sconfitta della Nazionale di calcio a Vienna contro l’Austria e soprattutto: sotto la vittoria di Coppi su Bartali al Giro di Reggio Calabria.
Il Corriere dello sport spiegò che “nessun pronosticatore belga aveva minimamente prospettato la possibilità di un arrivo isolato di Magni. Un noto giornale sportivo brussellese era addirittura arrivato al punto di esaminare soltanto le possibilità dei migliori venti corridori belgi”. Il Corriere della sera annotò che aveva rinnovato il successo in una gara avversata da un vento violento. Qualche riga di cronaca, l’ordine d’arrivo, stop.
Il racconto di Magni a Pastonesi: «273 chilometri e 197 partenti. Pioggia e neve. Quando pioveva e nevicava, quando faceva freddo e tirava vento. Alfredo Martini si fregava le mani: Abbiamo i soldi in banca, diceva, perché sapeva che in quelle condizioni io rendevo il doppio degli altri. Ero ancora alla Wilier Triestina, e stavolta andai in Belgio anche con Toni Bevilacqua». Il piano di gara, disse, era «attaccare nello stesso punto dell’anno precedente. Ma non ero più uno sconosciuto o uno sfidante, ero il vincitore uscente, e tutti mi guardavano, mi marcavano. E attaccavano. Stavolta non potevo risparmiarmi, ma dovevo fare la corsa. Tutti andavano sulla banchina, io in mezzo alla strada sul pavè. Lì mi trovavo come se fossi sulla pista del Vigorelli. Al Kruisberg rimase con me soltanto il francese André Mahé, con l’olandese Piet Van Est a una decina di secondi e Brik Schotte, campione del mondo a Valkenburg, a quasi un minuto e mezzo. Ai piedi del Grammont ero solo. In cima avevo più di cinque minuti di vantaggio su Schotte e il francese Louis Caput. Poi gestii la corsa. Primo io, Schotte secondo a più di due minuti, Caput terzo a dieci. Ogni villaggio fissava traguardi a premi per i corridori. In palio scarpe, magliette, tappeti. C’erano un sacco di italiani, emigrati in Belgio in cerca di lavoro. Operai, manovali, minatori. Quel giorno vinsi anche per loro».
| il terzo Fiandre ▻ Ora noi siamo 70 anni dopo qui a dirlo terzo uomo, quando in realtà Magni vinse i suoi tre Giri d’Italia e i suoi tre Fiandre, le sue 18 tappe tra Giro Tour e Vuelta, non solo tra Bartali e Coppi, ma anche avendo sulle strade Bobet, Robic, Koblet, Kubler, Van Steenbergen, Van Looy, De Bruyne e Gaul. In pista stabilì il primato mondiale di velocità sui 50 e sui 100 km. Il Fiandre del 1951 venne raccontato sul Corriere dello sport da Mario Ferretti, il radiocronista che due anni prima aveva aperto il racconto della Cuneo-Pinerolo dicendo agli ascoltatori: Un uomo solo al comando della corsa, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi.
Ferretti scrisse: “Andiamo verso il muro di Grammont. Mancano meno di settanta chilometri all’arrivo. Magni tenta la strepitosa affermazione sotto un tempo di tregenda. Vento, freddo, grandine, e lui, solo. Passo vicino a Fiorenzo: mi guarda. Gli grido non so più che cosa. Abbozza un sorriso e continua la sua lotta meravigliosa. Più avanti gli dico che dietro di lui è Petrucci. Sorride ancora e risponde: Abbiamo davvero un campione. La grandine rimbalza a terra sul selciato con rumore secco. Fa un freddo tremendo”.
Magni l’avrebbe raccontata così: «Treno per Gand, ma stavolta in vagone-letto, albergo, borracce di tè zuccherato, manubrio con la gommapiuma, cerchioni in legno, gomme stagionate. Era il primo aprile e fu una corsa terribile. L’unica certezza fu il tempo: acqua e vento, neve e grandine. Il resto, attacchi e contrattacchi, finché me ne andai, da solo, a una sessantina di chilometri dall’arrivo. L’importante era fare il Grammont da solo. Ci passai con più di due minuti su Petrucci e sul francese Bernard Gauthier. Metà del gruppo fece il muro a piedi. Anche Rik Van Steenbergen. A una decina di chilometri dall’arrivo, mi si avvicinò la Peugeot rossa di Jacques Goddet, l’organizzatore anche del Tour de France. Era una persona grande e giusta, ma rigida e severa. Lui, con i corridori, non parlava mai. Mi disse: Bravo, formidable, fantastique. Fu un onore, per me e per l’Italia. Lo dissi subito: Adesso basta. E lo dissi ancora l’anno dopo, quando fui invitato. Per una volta non ho ceduto. E dopo tre vittorie consecutive, una tripletta da imbattuto, ho avuto la forza per ritirarmi da campione in carica. Ci vuole coraggio. E pensare che per il Fiandre del 1952 mi avrebbero fatto ponti d’oro. Ma non me ne sono mai pentito».
| il terzo Giro ▻ Cinque anni più tardi, ancora in maglia rosa al Vigorelli per la terza e ultima volta in carriera, scoprì che l’epilogo era il solito. Nino Oppio raccontò sul Corriere della sera: “Hanno fischiato Magni, hanno fischiato il vincitore, il magnifico, possente vincitore di uno stupendo, insuperabile Giro d’Italia. L’hanno fischiato quando la voce dello speaker ha fatto il suo nome per invitarlo al giro d’onore, l’hanno fischiato quando in maglia rosa e con un gran mazzo di fiori, Magni pedalava lentamente sulla pista. Lo hanno fischiato da un gruppetto sistemato sopra il passaggio dal quale i corridori erano entrati in pista, non so chi l’abbia fischiato, ma certamente quelli non sono sportivi. Vorrei vederli in viso, vorrei parlargli, vorrei dirgli, se non lo sanno, cosa ha fatto Magni in questo Giro d’Italia. Nessuno ha il diritto di fischiare un vincitore leale, schietto e meritevole. Magni è un bravo ragazzo, quando ha sentito i fischi s’è fermato, ha guardato in alto, sugli spalti, come per chiedere a coloro che lo odiano di farsi vedere, e i fischiatori si sono d’un colpo taciuti. Magni ha sorriso”.
Aveva vinto, scrisse Ciro Verratti nella stessa pagina, da corsaro, con un atto di coraggio come è nella sua tradizione e nel suo stile. “È un anziano del ciclismo e insieme all’anagrafe ce lo dice la sua testa calva, ma la classe di Magni è ancora altissima e quella ardente e spericolata volontà di battaglia che è stata in ogni tempo la sua sua virtù più pregiata non si è attenuata con gli anni”.
| la sua infanzia ▻ Gianni Mura su Repubblica ha scritto che “appena vedeva una crepa, Magni s’infilava, ma sarebbe riduttivo dipingerlo come un profittatore. È stato un campione, inferiore a Bartali e Coppi in salita, ma imbattibile in discesa, leggendario. Dovevano arrivare Francesco Moser, Freuler e Savoldelli perché si vedesse qualcuno come Magni, e si tenga conto che le discese quasi sempre erano sterrate. Solo un campione poteva vincere per tre anni di fila il Fiandre, la prima volta correndo da isolato, l’ultima sotto la grandine”.
Il Fiorenzo aveva avuto prestissimo una famiglia a cui badare. Il papà era morto in un incidente stradale nel 1937. Aveva una ditta di trasporti. Sveglia alle 4, attaccava i cavalli a coppie, caricava l’acido e lo trasportava nelle fabbriche dei tessuti in Val Bisenzio. Venne travolto da una macchina mentre stava camminando di fianco ai suoi animali. Fiorenzo aveva fatto in tempo a ricevere in regalo da lui la prima bici, «nera, da passeggio, freni a bacchetta, con il carter. Costava così tanto che, più che un regalo, era un investimento. Con quella bici da passeggio inseguivo i corridori sul Monte Piano: quando mi accorsi che riuscivo a rimanere alla loro ruota, pensai che un giorno anch’io avrei potuto correre».
La prima bici da corsa – a 16 anni – fu invece una Coveri, veniva da un meccanico di Prato che sarebbe diventato il papà dello stilista. Era grigia e gialla. Alla prima corsa in carriera Magni cadde, alla seconda forò, alla terza andò in fuga e batté Alfredo Martini allo sprint. Un’amicizia durata per una vita. In corsa e fuori.
Mario Fossati su Repubblica ha scritto che a quei tempi “le corse del Nord portavano con sé qualcosa di drammatico: il paesaggio non le soccorreva, le incarogniva. L’accoglienza verso chi (l’italiano per intenderci) s’era aggregato in guerra al carro sbagliato, non era gioiosa”.
E Magni s’era aggregato al più sbagliato di tutti.
Un fascista.
| il fascista ▻ Dopo l’8 settembre del 1943 aveva aderito alla Repubblica sociale di Salò, combattendo con la Guardia nazionale repubblicana. Venne processato per la strage di Valibona. Tre gennaio 1944. L’alba. Vicino a Calenzano, tra il Mugello alla Valle di Bisenzio, 17 partigiani della brigata Lupi Neri aiutati da due compagni scesi a Sesto Fiorentino fecero battaglia con 120 repubblichini di Prato e Vaiano, carabinieri di Prato e Calenzano, un reparto del Battaglione Muti di Scandicci. Venne ucciso a 33 anni il comandante Lanciotto Ballerini, una figura chiave della Resistenza in Toscana. Magni era là, non fu lui a sparare. Dinanzi alla Corte d’appello di Firenze usufruì nel 1947 dell’amnistia Togliatti. Martini, il partigiano Alfredo Martini, andò a testimoniare per lui. Ma in strada, durante le corse, Magni si era portato sempre dietro la sua storia. Walter Bernardi, professore universitario di Filosofia, ha ricostruito l’intera parabola nel suo libro Il caso Fiorenzo Magni (Ediciclo, 352 pagine), recuperando documenti e testimonianze dall’archivio di Stato in Perugia. Sulle strade del Giro apparivano striscioni che dicevano: «Chi vota DC vota Bartali, chi vota PCI vota Coppi, chi vota MSI vota Magni».
Gino Cervi sul Foglio sportivo stamattina considera: “Se Coppi era un enigmatico esistenzialista e Bartali un irruente savonarola, Magni era titanico. Le sue vittorie arrembanti, la sua tenacia mai doma, ma anche i chiaroscuri degli anni di guerra e del processo ne fanno un simbolo ancora attuale di un paese nato sulle ceneri di una guerra civile e per questo ancora oggi incapace, o impossibilitato, di rielaborare una memoria condivisa e pacificatoria”.
Magni di Bartali era quasi amico. Nel 1950 aveva dovuto ritirarsi dal Tour quando era in maglia gialla per solidarietà verso Gino, aggredito in strada. Ogni tanto glielo rimproverava da toscano a toscano. Coppi era una specie di idolo, ma gli fece perdere il Lombardia del 1956, la sua ultima corsa, per ripicca verso la Dama Bianca che lo aveva insultato. Quell’anno aveva corso il Giro con una clavicola mezza rotta, un tubolare serrato fra i denti e legato al manubrio per sopportare il dolore e tenere la posizione giusta.
| lui e Prato ▻ Bernardi scrive che “del passaggio terreno di Magni non c’è traccia, per le strade e nelle piazze, sui muri delle case, lungo le piste ciclabili e perfino nei libri di storia. Il suo nome è stato ripudiato, destinato all’oblio più completo”. Propose cinque anni dopo la sua morte di intitolargli una pista ciclabile a Prato, incontrando l’opposizione dell’Associazione nazionale partigiani e del sindaco Matteo Biffoni: «Non abbiamo nessuna intenzione di intitolare qualcosa a Magni, che è stato un grande ciclista – spiegò – e purtroppo anche un fascista convinto».
“Anche questo è Toscana – commentò Enrico Nistri sul Corriere fiorentino – la regione in cui tre maglie rosa non bastano a coprire una camicia nera”.
A suo tempo il primo sindaco di Prato dopo la Liberazione, l’indipendente Alfredo Menichetti candidato dal PCI, industriale tessile, fu costretto a dimettersi per un telegramma di congratulazioni inviato al concittadino campione ma fascista.
«È possibile – si chiese il professor Bernardi con Gerardo Adinolfi su Repubblica Firenze – la riappacificazione tra un grande campione sportivo e la sua città natale?».
La tesi di Bernardi è che Magni fu vittima di una campagna di delegittimazione organizzata dal PCI che non gli consentì di vivere nei luoghi dove era nato. Anche i fischi del Vigorelli avevano la stessa matrice politica. Lo storico John Foot, scrisse Pasquale Coccia su Avvenire, ha sollevato la necessità di «un’onesta ridefinizione della vita dell’uomo Magni, per mettere fine, nei luoghi in cui il campione è nato e cresciuto, a quel processo di rimozione collettiva che ne ha caratterizzato la damnatio memoriae sportiva».
Nel giorno della morte di Magni, Gian Paolo Ormezzano su la Stampa ha scritto che “Fiorenzo non amava tornare in Toscana, anche se si diceva «a posto con la coscienza». Non rinnegava il suo fascismo, non ne adorava i resti. Non aveva paura del dolore e nemmeno del rischio, in discesa è stato il matto più matto di tutti e di sempre. Fiorenzo Magni era pieno di pregi e di difetti, sincero sino alla mischia. Un uomo “tutto”, un uomo vero”.
Quando è morto, Magni vendeva auto, a Monza e Seregno. In ufficio aveva messo in cornice la prima pagina della Gazzetta dello Sport che raccontava la sua vittoria al Giro del 1955. “In basso, piccino assai – chiudeva Ormezzano – il titolo che annunciava, in quella stessa domenica, il Milan campione d’Italia”.
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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
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