figurine ▻ Mario Maraschi aveva 81 anni e con la maglia della Fiorentina aveva vinto l’ultimo scudetto della storia, 1969, giocando in tutto in tre stagioni 79 partite e segnando 31 gol. Ha portato anche le maglie di Pro Vercelli, Milan, Lazio, Bologna, Sampdoria. A Cagliari ha giocato con Gigi Riva, a Vicenza ha visto fiorire Paolo Rossi. Lì si era fermato a fine carriera, andando a vivere ad Arcugnano. Era stato allenatore dell’Arzignano, portato in serie D, e del Vicenza femminile.
Roberto Davide Papini su la Nazione lo ricorda come “un attaccante versatile e moderno”. Per Massimo Cervelli, vicepresidente del Museo Fiorentina, «ebbe un ruolo fondamentale nella conquista dello scudetto: per i gol, ma anche per la carica agonistica».
Andrea Schianchi su La Gazzetta dello sport ricorda che di lui si era invaghito all’epoca Indro Montanelli, nel maggio 1969 inviato a Parigi per le presidenziali francesi proprio in coincidenza di Juventus-Fiorentina decisiva per lo scudetto e finita 1-2 con i gol di Chiarugi e Maraschi.
Il 13 maggio Montanelli interviene infatti nelle pagine sportive del Corriere della sera guidate da Gino Palumbo. Gli racconta che il direttore – Giovanni Spadolini – gli aveva negato l’opportunità di andare a Torino a vedere la partita, ma che lui da Parigi gliel’aveva fatta pagare, alla lettera, tenendo il telefono del giornale occupato per un’ora e mezza, in ascolto della radiocronaca. L’articolo era titolato: Prima Baglini poi Pompidou e Montanelli scriveva a Palumbo: “Pretendevano – capisci? – che mi occupassi di Pompidou nel momento in cui Chiarugi e Maraschi facevano quel che facevano”.
David Guetta sul Corriere fiorentino stamattina definisce Maraschi “il mister Wolf” della Fiorentina del secondo scudetto. “Risolveva problemi – ha scritto – che poi negli anni sessanta erano gli stessi di oggi: fare gol. Non troppo dotato sul piano fisico, possedeva qualcosa che non si può né insegnare, né tanto meno imparare: nell’area avversaria aveva i tempi giusti e chiudeva alla grande l’azione. Segnò 31 gol, che sono tantissimi nel calcio di allora. Quello in cui lo stopper si «fidanzava» per novanta minuti con chi doveva marcare, non mollandolo proprio mai e rifilando colpi più o meno proibiti, altro che prova televisiva. Maraschi quelle botte le restituiva tutte, senza problemi e senza mai lamentarsi troppo con gli arbitri, sempre molto comprensivi con i difensori. I suoi non erano mai gol banali perché determinavano il risultato, e con l’uno a zero si vincevano le partite. Non aveva un carattere facile, ma era un buono. Semmai permaloso, convinto di non essere mai stato troppo considerato dalla critica e non aveva tutti i torti. L’anno dopo il tricolore entrò pesantemente in rotta di collisione con Pesaola che al termine del campionato lo giudicò ormai troppo vecchio”.
Suo figlio Alberto dice stamattina al Giornale di Vicenza: «Era l’ultimo sopravvissuto di una famiglia di sette figli. Un uomo buono e sorridente, disponibile nei confronti degli altri. Il bicchiere per lui era sempre mezzo pieno». Maraschi aveva raccontato al quotidiano che per stabilirsi in città aveva rinunciato alle offerte di Roma e Napoli, perché «era stata appena completata la costruzione della nostra villa ad Arcugnano» e con sua moglie avevano deciso di tornare. Era andato vicino a trasferirsi alla Juventus ma – disse in una intervista – «Farina non si presentò all’appuntamento con Boniperti».
Il Secolo XIX ne celebra la rovesciata con cui nel 1974 aveva regalato a un minuto dalla fine il pareggio alla Sampdoria in un derby-salvezza. Alla festa degli ultras del club Maraschi aveva ricordato che «chi perdeva quel derby finiva all’inferno. Immaginate gli sfottò in una città come questa. Ero poco dentro l’area, con incollato un difensore. Pensai di provare il mio colpo di testa, ma non ci arrivo e d’istinto aggancio la palla col petto e m’abbasso sulla schiena per provarci in rovesciata. Non vedevo la porta ma quando ho sentito il pallone sul collo del piede ho capito che stava uscendo qualcosa di eccezionale. Son dovuto andare via con la polizia quel giorno… Giacinto Facchetti me lo ripeteva sempre: Mario io sono alto mezzo metro più di te, ma tu mi freghi sempre. E io gli svelavo il mio segreto: non bevo, non fumo e ho una gamba destra forte che mi consente di saltare molto in alto».
Il Secolo XIX lo ricorda “attaccante inesauribile, generosissimo, fisicamente lontano anni luce dai calciatori palestrati di oggi eppure di un’efficacia rara”.
Una rovesciata per sempre è lo slogan con cui la Sampdoria lo ricorda sul proprio sito.