La serialità dei gregari

  IL TOUR DE FRANCE  DI JACQUES SEDENTEUR | 

 

3a tappa: Nizza-Sisteron

 

La serialità dei gregari

 

 

È lo schema classico di certe giornate. Fuga da lontano di X comprimari, che raggiungono Y di vantaggio massimo e sono raggiunti a Z chilometri dal traguardo. Conservare queste righe e sostituire all’occorrenza i valori giusti alle incognite. Anche l’epica delle lunghe cavalcate solitarie è ridotto a una routine, a un tran-tran senza stupore, a un format stanco come i commissari di certe serie noir degli anni Trenta. Il gregario oggi è gregario da ufficio. Quando ancora avevo l’età giusta per non dire “prima”, per non dire “ai miei tempi”, esisteva il gregario dalle officine e dalla terra, il metalmeccanico Citroen o contadino, che potevi immaginare nei campi di grano Van Gogh o nelle vigne Bordeaux. Ora invece c’è il gregario con il colletto bianco. Pedala in giacca e cravatta con il suo ordinateur e il cardiofrequenzimetro, poteva aspirare a essere migliore e invece ha scelto di campare in mezzo al gregge. Il ciclismo vive la sindrome del PSG, sì parlo di calcio, il Paris Saint-Germain, un circo con un nome da cimitero. Prende tutti i giocatori che potrebbero essere capitani in altre squadre, che potrebbero rischiare, e li trasforma in gregari di lusso, dando loro il compensino di vincere la corsetta da un giorno, sottraendoli alla sofferenza per la gloria in nome della sofferenza per il campione. 

Lo spirito gregario ricordava quello dei gladiatori di Spartaco – sappiamo forse il loro nome? – quello dei marinai di Ulisse, ora sono soldados di Hollywood. Un tempo chi versava sudore per il campione era chi sapeva di avere un limite, mentre oggi abbiamo ciclisti che se lo impongono quel limite, che si castrano in un ufficio a due ruote in nome del denaro, e nella loro riduzione di pedalata c’è la morte della bicicletta. Ieri il gregario era una barca a vela, oggi è uno yacht con lo sponsor. Hanno perso quel certo fascino alla Brecht in funzione di una serialità senza sussulti, li vediamo tutti in fila correre come bodyguard, tanto dura solo poche ore. Il tempo di mostrare il nome sulla maglia, Team Total Direct Energie nel caso di Jérôme Cousin, partito come un pomodoro di Coldiretti al chilometro zero e ripreso come un vecchio limone, spremuto, a una ventina dal traguardo, Sisteron, dove due anni fa ha vinto in una Parigi-Nizza. Ha resistito fin qui non per un’impresa ma per una concessione. I signori in giallo lo hanno tenuto davanti per non dover controllare la corsa. 

Questo ha di orribile la vecchiaia. Il massimo dell’eccitazione è rivivere. Rincorriamo Proust e gli odori mandati a memoria. Soprattutto qui in Provenza, sulla route Napoleon, il vecchio percorso che il gran capo fece con i suoi 1.200 uomini quando riuscì a sbarcare in fuga dall’isola d’Elba, prima di andare a sbattere su Waterloo. Le nostre Waterloo sono finanche più crudeli, Geraldine, non hanno un nome e si assomigliano, una uguale a un’altra, anche se siamo a Grasse dove mi fai segno di volerti fermare a sentire profumi. Io non amo i profumi né quelli che si profumano. Al massimo sopporto la lavanda perché sparisce dopo un attimo. I miei ricordi preferiti sanno di benzina. Da bambino andavo a ficcare il naso nei serbatoi, quando si faceva il pieno. Sognavo di diventare uno di loro, di faticare alle pompe e di fare lì dei magnifici incontri, ereditiere che in Rolls Royce si sarebbero fermate e si sarebbero innamorate di me. Nell’Alta Provenza dove sono cresciuto io, uno sguardo può spaziare su un orizzonte incredibilmente limpido e lontano, può raggiungere i plateaux, le colline fasciate di querce e ulivi. Il CD del vecchio Fred sta dicendo che non è un capriccio di agosto, a Geraldine viene da ridere nel sentirmi cantare in italiano immagina che scena noi due con quella luna. Che significa, mi fa segno con la mano. Glielo dico. Non ride più. Provo a distrarla ricordandole che domani ci tocca la prima vera salita, Orcières-Merlette, le racconto del 1971, della profezia di Madame Soleil, una veggente. Un grave incidente, disse, colpirà la maglia gialla, nata nel segno dei Gemelli. Era l’identikit di Merckx. Eddy si innervosì. Ocaña, salendo a Orcières-Merlette, gli aveva dato 8 minuti di distacco e aveva vestito la maglia. Ocaña fait plier Eddy I, titolò il mio giornale. Ocaña na nous a maté comme El Cordobes, mi pare di risentire la voce di Merckx. Fra Revel e Luchon, scendendo dal Col de Mente, con la strada scivolosa per un uragano, lo spagnolo sbandò e cadde con tutto il Tour che aveva in tasca. Eddy rifiutò di indossare la maglia “alors que mon adversaire est a l’hopital”. Ecco cosa volevo dire, che questo ha di orribile la vecchiaia. Le cose belle sono già successe. 

 

 

 

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