“Mentre scrivo arrivano voci di una sua squalifica. Se fosse così, sarebbe una tragedia”.
È forse il brano più celebre mai scritto da Arthur Conan Doyle, il papà di Sherlock Holmes, giacché la frase “Elementare Watson” nei suoi 4 romanzi e nei suoi 56 racconti non compare mai. Fu probabilmente improvvisata dall’attore William Gillette, il primo a portare il personaggio dell’investigatore su un palcoscenico, come scoprirono vent’anni fa i ricercatori Stefano Guerra ed Enrico Solito.
Il brano su Dorando Pietri ha invece fatto nascere un mito e una leggenda.
Il mito è lui. Il maratoneta emiliano. L’uomo che anziché vincere come tanti, perse come nessun altro ai Giochi di Londra del 1908.
In particolare, due spettatori rimasero choccati: la regina Alexandra e un giornalista dal nome importante, Sir Arthur Conan Doyle, il quale scrisse per il suo giornale, il Daily Mail, un pezzo epico che ebbe grande risonanza, nel quale paragonò il minuscolo corridore italiano a un antico romano, e affermò che quella vittoria non sarebbe mai stata cancellata dalla semplice decisione di un giudice.
Conan Doyle si fece tra l’altro promotore di una colletta per lo sfortunato maratoneta, che raccolse una bella somma per l’epoca: circa 300 sterline. La regina, invece, decise seduta stante di premiare Pietri con una coppa d’argento dorato, che consegnò personalmente all’azzurro nei giorni successivi.
di antonio fiore, Omero, 22 ottobre 2007
La leggenda, oltre il mito, è che Conan Doyle fosse in pista a sorreggere Pietri. Conan Doyle era in tribuna. Scrisse: «Nessun romano antico seppe cingere il lauro della vittoria alla sua fronte meglio di quanto non l’abbia fatto Dorando nell’Olimpiade del 1908» trovando che era «terribile eppure affascinante quella lotta tra un obiettivo lì davanti e un protagonista esausto».
Nella cronaca di quella giornata Doyle parlò di ottantamila persone in attesa di un uomo che si manifestò in modo “assai diverso dall’esultante vincitore” che aspettavano.
“Sbatté mentre entrava e affrontò il ruggito degli applausi. Quindi si girò debolmente a sinistra. Amici e incoraggiamenti lo spingevano. All’improvviso l’intero gruppo si fermò. Ci furono gesti selvaggi. Gli uomini si chinarono e si rialzarono. Dio buono, era svenuto. Nessun inseguitore era ancora apparso. Quindi si alzò un grande sospiro di sollievo. Tra tutti gli spettatori nessuno avrebbe desiderato che la vittoria fosse strappata all’ultimo istante a questo piccolo italiano sfortunato. Aveva vinto. Avrebbe dovuto. Grazie a Dio, è di nuovo in piedi: le piccole gambette rosse procedono in modo incoerente, ma spinte da una volontà suprema. C’è un gemito mentre cade ancora una volta, mentre barcolla di nuovo in piedi. Ancora per cento metri corse alla stessa andatura furiosa e tuttavia incerta. Poi di nuovo crollò, alcune mani gentili lo salvarono da una pesante caduta. Era a pochi metri dal mio posto. In mezzo a tante figure, ho visto di sfuggita la sua faccia sconcertata, gialla, gli occhi vitrei e inespressivi, i capelli scuri e lisci che si stendevano sulla fronte. È finita. Non può rialzarsi. Da sotto l’arco è sfrecciato il secondo corridore, fiero, stelle e strisce sul petto, nel pieno delle sue forze”.
di arthur conan doyle, Daily Mail, 8 luglio 1908
È la più celebre delle disfatte dello sport prima delle due guerre mondiali. Nell’era moderna è anche il primo evento sportivo che merita “una narrazione”. Non una celebrazione ma un lamento. Qualche giorno più tardi Dorando Pietri avrebbe descritto di persona la sua esperienza sul Corriere della sera
Noi non sappiamo come partire perché nessuno ce l’ha insegnato: ci mettiamo in moto, come farebbe un qualsiasi pedone dopo una fermata, ma senza slancio. Invece tutti gli inglesi partono secondo un sistema che hanno accuratamente studiato. Prima del segnale della partenza stanno chinati carponi, colle mani a terra. Appena la pistola dello start spara, si slanciano innanzi con un grande salto: questo movimento dà subito loro un vantaggio di tre o quattro metri sui corridori italiani. … Quando siamo a quattro chilometri e mezzo dallo stadio Hefferon non ha più di 200 metri di vantaggio. La folla mi incita. Lo capisco dal suono delle voci, degli applausi; ma non la vedo. Quando passo Hefferon egli mi guarda a lungo con un’occhiata tanto triste e poi si sdraia a terra. … Ad un tratto, ad una svolta, do un balzo. Vedo là in fondo una massa grigia, che pareva un bastimento col ponte imbandierato.
È lo stadio. E poi non ricordo più.
di dorando pietri, Corriere della sera, 30 luglio 1908
Arthur Conan Doyle era arrivato ventitreenne a Portsmouth, con una laurea in Medicina e Chirurgia, senza soldi, con uno studio da avviare ad Elm Grove, nel Southsea, distante tre miglia dalla città, “dove tutti vedono salsedine che si mangia le case e le barche” ha scritto Valerio Coletta su l’Ultimo Uomo. Nel molto tempo libero che la professione gli lascia, inizia a giocare a calcio. In porta. La squadra è quella del Portsmouth Association Football Club, sono dilettanti. È stata fondata da mister Arthur Edward Cogswell un anno prima. Coletta ricorda che all’epoca era il ruolo più difficile perché le regole non erano ancora chiare, non si poteva “trasportare la palla per più di due passi, perché l’area di rigore ancora non esiste e non è possibile che cominci ad andarsene dove gli pare”.
In quello stesso 1883, da madre ebrea e padre veneziano, sta nascendo a Trieste Umberto Poli, che prenderà Saba come nome d’arte da poeta e romanziere. Scriverà una delle sue cose più celebri e belle per il numero 1 del calcio.
Presso la rete inviolata il portiere / – l’altro – è rimasto. Ma non la sua anima, / con la persona vi è rimasta sola. / La sua gioia si fa una capriola, / si fa baci che manda di lontano. / Della festa – egli dice – anch’io son parte.
Nel suo libro Il portiere: Vite di numeri 1, Jonathan Wilson ha scritto che “soltanto nel 1871 le norme fecero espresso riferimento al portiere come a uno dei giocatori che dovranno avere la libertà di usare le mani per la difesa della propria porta. In realtà si trattava di un difensore che era indietreggiato, sempre più fino a diventare qualcos’altro. Inizialmente gli era concesso di farlo in qualunque zona, poi, nel 1887, a tale vantaggio fu posta una limitazione”. Solo nella propria metà del campo, ed è solo a partire dal 1912 che “gli fu consentito usarle esclusivamente all’interno dell’area di rigore”.
Doyle fa il calciatore con il nome di A. C. Smith. Per non confondere i calci con la sua attività pubblicistica, con quanto va scrivendo per il Chambers Journal, The London Society, il British Medical Journal e The Boy’s Own Paper. Sta cercando un editore per un romanzo e non lo trova.
Nella sua autobiografia Memories and Adventures, Doyle dice di considerarsi lento ma dal calcio lungo. Racconta di aver giocato la finale della County Cup e di aver proseguito nella sua attività da portiere anche durante un viaggio in Sudafrica, in una serie di tornei fra ospedali a Bloemfontein, dove la ginocchiata di un avversario gli ruppe due costole.
C’è un capitolo intero della sua autobiografia che è dedicato allo sport, “una parte apprezzabile della mia vita”. Doyle mostra di disprezzare le corse di ippica, la corsa piatta la chiama, perché “lo sport è ciò che fa un uomo, non quello che fa un cavallo. Abilità e giudizio sono dimostrati, senza dubbio, dai fantini professionisti, ma penso che si possa sostenere che in nove casi su dieci vince il cavallo, e avrebbe ugualmente vinto se avesse avuto la testa dritta, se ci fosse stato un manichino sulla schiena”.
Dice la sua sulla caccia. “C’è una ragione morale per uccidere delle creature per il nostro divertimento? Conosco molti tra gli uomini migliori e più gentili che lo fanno, ma sento che in un’età avanzata non è più possibile”.
Ha giocato a rugby da attaccante per l’Edinburgh University prima di trasferirsi a Portsmouth. Nel famoso 1883 sta nascendo un nuovo torneo di rugby che si chiama Home Nations Championship nel quale si sfidano Inghilterra, Irlanda, Scozia e Galles. Diventerà il Cinque Nazioni con l’aggiunta della Francia nel 1910 e il Sei Nazioni con l’Italia dal 2000.
Poi si è dato al golf con entusiasmo “ma ero molto inefficiente – un dieci di handicap al massimo”. Trova un’analogia tra golf e biliardo, e ovviamente gioca anche a biliardo. Racconta di un campionato dilettanti al quale avrebbe preso parte e di aver perso al terzo turno con un certo mister Evans che poi andrà in finale. Il biliardo gli pare “il re degli sport al coperto”, dice che qualche scrittore dovrebbe occuparsene.
Lo sport che giura gli abbia dato “più piacere di ogni altro” è il cricket. “Ho finito per esserne una vittima, per via di un lanciatore che mi ha colpito due volte nello stesso punto al ginocchio sinistro, lasciandomi un dolore permanente. I miei progressi sono stati interrotti dal lavoro e dai viaggi. Ho giocato partite di un certo rilievo, contro Kent, Derbyshire, London County”.
La squadra amatoriale con la quale gioca si chiama Allahakbarries Cricket Club dall’unione tra “Allah akbar” e il nome di “J. M. Barrie”, l’autore di Peter Pan che l’aveva fondata.
Uno sportivo vivace che non scarta il tennis, la boxe, lo sci quando si reca in Svizzera, la bicicletta.
Quattro anni dopo la sua esperienza da portiere nel Portsmouth, esce Uno studio in rosso, il primo romanzo che ha Sherlock Holmes come protagonista. Ma il detective non amerà il calcio. Tutt’altro. In L’avventura del giocatore scomparso, compreso nella raccolta Il ritorno di Sherlock Holmes, il detective si lascia scappare di non avere in simpatia “tali giochi da bambini”. La storia è costruita intorno a un certo Cyril Overton, che incarica Sherlock Holmes di trovare il trequartista della squadra di rugby di Cambridge, Godfrey Staunton, misteriosamente sparito: senza di lui, la classica partita universitaria contro Oxford sarebbe compromessa.
Non è la sola apparizione del rugby nelle opere di Holmes. Nel 1890 c’è il commento di una partita in The Firm of Girdlestone, mentre in L’avventura del vampiro del Sussex (in IL taccuino di Sherlock Holmes) scopriamo che Watson ha giocato a suo tempo da ala nella squadra del Blackheath.
«Si accomodi, prego, e mi dica di che si tratta».
«È terribile, signor Holmes – semplicemente terribile! Mi meraviglio che non mi siano venuti i capelli bianchi. Godfrey Staunton – ne ha sentito parlare, naturalmente? È il cardine su s’impernia tutta la formazione. Preferirei piuttosto levare due uomini dal pacchetto egli attaccanti, pur di avere Godfrey come trequarti nel mio schieramento. Che si tratti di passare, placcare o dribblare, non ce n’è uno che gli stia a paro, e inoltre ha la testa sulle spalle e tiene unita tutta la squadra. Che devo fare? È questo che le chiedo, signor Holmes. C’è Moorehouse, la prima riserva, ma è addestrato a giocare da mediano e si infila sempre nella mischia invece di restare al limite del campo. È un buon calcio piazzato, d’accordo, ma non sa valutare le situazioni e non ha scatto, nemmeno a pagarlo. Diamine, Morton o Johnson, i velocisti dell’Oxford, lo supererebbero. Stevenson è abbastanza veloce ma non sa segnare da solo e un tre quarti che non sa né lanciare né marcare non vale la pena di tenerlo solo per l’andatura. No, signor Holmes, siamo spacciati a meno che lei non mi aiuti a ritrovare Godfrey Staunton».
Il mio amico aveva ascoltato divertito e sorpreso quella tirata violenta e tutta d’un fiato, sottolineata punto per punto dal pugno di una mano abbronzata sul ginocchio del nostro interlocutore. Quando tacque, Holmes allungò la mano e prese il volume con la lettera S della sua raccolta di ritagli. Ma, per una volta, frugò invano quella miniera di informazioni.
«Qui c’è Arthur H. Staunton, il giovane falsario alle prime armi», disse, «anche Henry Staunton, che ho contribuito a far finire sulla forca, ma il nome di Godfrey Staunton mi è completamente nuovo».
di arthur conan doyle, L’avventura del giocatore scomparso
Ci sono poi il caso del giocatore di scacchi e c’è un racconto del 1892, il tredicesimo della serie ambientato nel mondo delle corse di cavalli. Barbaglio d’Argento (Silver Blaze in originale) venne pubblicato inizialmente sulla rivista The Strand Magazine e si occupa della scomparsa di un cavallo alla vigilia di un’importante gara, oltre che dell’omicidio del suo allenatore. Holmes e Watson vanno in treno a Dartmoor per investigare e si imbatteranno nello strano caso del cane da guardia che non ha abbaiato.
«Temo assai, Watson, di dovervi lasciare — disse Holmes, un mattino in cui facevamo assieme colazione».
«E dove andate?»
«A Dartmoor, a King’s Pyland!».
La notizia non mi sorprese. Anzi mi stupivo come il mio camerata non fosse stato ancor chiamato per istruire quel caso straordinario, il grande argomento delle conversazioni in tutto il Regno-Unito.
Durante tutta la giornata precedente, il mio compagno non aveva fatto che agitarsi e andare e venire per la casa, accarezzandosi il mento, corrugando le ciglia, colmando ed esaurendo la sua pipa, assolutamente sordo alle mie domande ed osservazioni. Man mano che comparivano gli erano stati spediti tutti i giornali, ma non vi aveva gettato che un’occhiata. E tuttavia a dispetto del suo mutismo sapevo benissimo ciò che egli ruminava. Non v’era in quel momento che un’interrogazione soltanto per tutti, ed era tale da eccitare le di lui facoltà analitiche.
Quel problema, era la strana scomparsa del famoso stallone, il favorito della Corsa di Vessex e la fine tragica del suo conduttore.
Quando dunque lo udii annunciare ch’egli partiva pel teatro del dramma, non ne fui affatto stupito.
«Verrei molto volentieri con voi — dissi — «se non ci vedeste inconveniente alcuno».
«Mio caro Watson, voi mi fareste un grande favore, e credo non sarebbe tempo perduto. Vi sono in questo affare delle particolarità straordinarie. Si tratta forse di un caso unico. Non abbiamo credo che il tempo necessario per giungere al nostro treno a Paddington. Durante il tragitto potrò meditare ancora sul fatto. Fareste bene a munirvi delle vostre eccellenti fumelles di campagna».
E fu così che circa un’ora dopo, noi eravamo, Holmes ed io, seduti in uno scompartimento di prima classe, in cammino per Exeter. Holmes era immerso nella lettura rapida di un carico di giornali presi alla stazione. Avevamo passato la stazione di Reading quando egli gettò sul sedile l’ultima gazzetta, e mi offrì il suo porta sigari.
di arthur conan doyle, Il cavallo di corsa
Arthur Conan Doyle è morto il 7 luglio del 1930. Stavano per cominciare i primi Mondiali di calcio della storia. L’Inghilterra aveva vinto il Cinque Nazioni di rugby ma stava per perdere The Ashes nel cricket con l’Australia. Bobby Jones era sul punto di fare il Grande Slam nel golf. Il cavallo francese Motrico avrebbe vinto tre mesi dopo quella corsa piatta che chiamano Prix de l’Arc de Triomphe. Dorando Pietri viveva a Sanremo, doveva aveva aperto un’autorimessa.01