IL TOUR DE FRANCE DI JACQUES SEDENTEUR |
27 agosto
Meno due al via
Io e Geraldine
La mail dell’organizzazione diceva che sarebbe passato un autista a prendermi alle cinque della sera. Faceva molto Garcia Lorca ma c’era un errore. Mancava un apostrofo. Il mio autista al Tour de France è un’autista, si chiama Geraldine Keplero, staremo insieme per 3 mila e 470 chilometri, da oggi fino al 21 settembre, e lei non parla. Non so quale sia il termine corretto, politicamente dico, ai miei tempi non c’erano queste preoccupazioni, so che mi ha messo un bigliettino tra le mani con il suo nome e con la scritta Je suis muette. Sono muta. Ho annuito come un cretino, come a darle la mia autorizzazione. Ho caricato la valigia in macchina, i libri, i CD di Fred Bongusto e mi è passata dentro gli occhi Dalida.
C’è stato un tempo nel quale una donna dentro la carovana portava male. I più vecchi raccontavano di quella volta che in pieno proibizionismo, mi pare fosse il ’64, Dalida volle vedere di persona cosa fosse questo Tour, dal vivo, dalla macchina numero 101 di Antoine Blondin al quale in quel momento era legata. Legò i capelli, mise un paio di baffi finti, o meglio si diceva che avesse sporcato il viso sotto il naso con un tappo bruciacchiato, visto che Antoine i tappi li collezionava. Jacques Goddet faceva finta di non vedere e tirarono avanti così fino alla tappa di Puy-de-Dome, al giorno del duello tra Anquetil e Poulidor. A Point-de-Couze il camion cisterna che riforniva di benzina l’elicottero della gendarmeria, finì sulla folla e travolse otto persone. Dalida ne provò orrore e scappò via, il suo gioco era finito nel dramma, come tre anni dopo, la sera della grappa di pere e del Pronox di Tenco, in quell’hotel di Sanremo che non voglio nemmeno nominare, la camera 219, nessuno che fece il guanto di paraffina né a lei che amava clandestina Tenco, né a suo marito Lucien Meurisse.
Quando Geraldine guarda dentro lo specchietto, a me pare che abbia qualcosa di Jeanne Moreau, forse il taglio degli occhi. Mi ricorda che ho troppi anni per essere sia Jules sia Jim. La donna più potente della carovana che riesco a pescare dai ricordi è stata Claudy Lévitan, la figlia di Félix, ebbe il compito tra il 1976 e il 1987 di cercare nuovi sponsor. Aveva lavorato a l’Équipe e poi al Parisien. Cambiò faccia al gran serpentone che precede i corridori, convinse a investire giganti come la Total e il Crédit Lyonnais. Al posto di Perrier, la bottiglia d’acqua che Bartali passò a Coppi o viceversa, portò la Coca Cola, ne fece lo sponsor della maglia gialla. Volle che fosse una donna a guidare la moto speciale per il servizio di soccorso d’emergenza.
Questo mi piace del ciclismo. Ti dà sempre da raccontare qualcosa in più di una vittoria, la certezza che c’è memoria, non tutto si trita e si consuma, si annulla, si perde. Geraldine guida bene. Spero abbia fatto almeno una volta in vita sua una discesa dai Pirenei. A gesti mi ha chiesto se voglio mettere musica. Non so perché le ho detto no, muovendo un po’ la testa. È spiritosa. Dopo un’oretta di silenzio mi ha passato un secondo bigliettino. Je ne suis pas sourd. Non sono sorda. Allora ho azzardato. L’importante è che tu ci veda bene. Ha riso, abbiamo riso e siamo arrivati a Nizza.