La mia estate per non morire

  IL TOUR DE FRANCE  DI JACQUES SEDENTEUR | 

 

25 agosto

Meno quattro al via

 

La mia estate per non morire

 

Per molti anni sono andato a letto tardi. Desideravo il mio desiderio, e l’essere amato non era che un suo risvolto, una piega, un cuscino caldo di guancia. Invecchiando sono diventato pigro. Mi sono ritirato in Provenza per paura di prendere gli aerei. Non ci salirei neppure se ci fosse da andare in America a bere un bicchiere con Lauren Bacall. La vita un tempo sorrideva. A trent’anni è un dono, a sessanta è una difesa, a settanta una conquista. A ottanta, che è la mia età, ottant’anni il 21 settembre, è tutta attesa – l’attesa di un ricordo o di svegliarsi ancora domani. 

Mia nonna ha fatto da balia a Vincenzo Ungaretti. Quando ogni tanto tornava in Francia, lui passava a salutarla. Un giorno gli domandai cosa dovessi fare per imparare l’italiano. Qualunque cosa, mi rispose, tranne leggere le mie poesie. Sono così brevi che conosceresti pochi vocaboli. Ho imparato ascoltando le canzoni di Fred Bongusto. Sono piene d’estate, di impronte lasciate, di specchi, di abbracci, di posti lontani dove tornare, di cose sbagliate da riscoprire. D’estate la gente si sdraia sulla sabbia, come se volesse allenarsi a morire. Io d’estate ho molto vissuto. Andando al Tour de France. 

Ho cominciato nel 1969. Ero rimasto affascinato l’anno prima dalla vittoria del primo ciclista con gli occhiali, Jan Janssen, un olandese. Succedeva 12 mesi dopo la morte di Simpson e mi pareva simbolico, di cosa ancora non lo so. Ho smesso nel 2012, quando decisero di beccare il Texano e di fargliela pagare. Ho coperto 44 Tour, dall’anno di un Armstrong che andava sulla Luna a quello di un Armstrong che tornava sulla Terra. Quando questo giornale – non saprei come chiamarlo questo coso, non so, Fred Bongusto qui non mi aiuta, ma per me la scrittura implica l’esistenza di un giornale – quando questo coso mi ha chiesto se avessi la forza e la voglia di seguire il Tour, di tornare sulla strada per raccontarne ancora uno, mi sono detto che era il momento di smettere di bastarsi, che sarebbe stato bello tornare a scavare dentro le parole, le poche mie rimaste in canna, le tante degli amici italiani incontrati sulla strada e ai quali ne ho rubate, le rubo, le ruberò

Per loro – dico per Mario, Gianni, Gian Paolo, Rino, Sergio, Claudio, Marco – ho provato ammirazione e angoscia

Sono i sentimenti contraddittori che hanno abitato e ancora abitano il Tour, questa corsa che è una rivolta contro l’ingiustizia del destino e contro la rassegnazione. Sfiora boschi e vigne, raggiunge laghi che sono come acquerelli, l’Oceano, a volte il Mediterraneo di raso. La accolgono i francesi in vacanza, quelli che hanno iniziato ad amare il Tour quando erano ragazzi, gente che in attesa del passaggio trasforma il suo Paese in un gigantesco pic-nic.

Andiamo, mi sono detto allora. Andiamo a vedere che cosa è diventato. Pescare, andare a funghi, giocare a carte con gli amici, passeggiare in salita con una donna, alla fine la vita è questa, e assomiglia al Tour de France. 

 

 

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