Le parole scritte per l’addio a Gino Bartali

 

  Le parole scritte per Bartali quando morì
5 maggio 2000

 

  Io non ci voglio credere. Gino Bartali che si congeda dal mondo, a 86 anni. L’ultima volta che gli ho parlato tranquillamente è stato a Ponte a Ema, nella sede dell’assicurazione che il figliolo suo gestiva. La voce era roca per le troppe sigarette. “Allora, mi spiegò, qui c’era una strada di polvere, un boschetto di ciliegi, sì, di ciliegi: e manco una motoretta rompiscatole: e noi, in bicicletta, ragazzi, che si andava su e giù. Mio padre si chiamava Torello: mia madre era per tutti la sora Giulia: le mi’ sorelle Anita e Natalina facevano lavori di ricamo. Io e Giulio andammo a scuola, a Firenze e poi al lavoro, a Ponte a Ema. Eravamo poveri e ci volevamo bene. I primi soldini per comprarmi la bicicletta, li ho guadagnati che ancora portavo la cartella a tracolla, scegliendo con pazienza da grandi mucchi i fili di rafia di diverso colore, che per quattro danari, consegnavo agli artigiani della paglia. Se Anita e Natalina non avessero levato dal gruzzoletto della dote il denaro che mancava: e mio padre non avesse completato il resto, alla bicicletta e alle corse non sarei mai giunto”. Collaborava con Gianni Brera e con me, a Il Giorno. Non sapeva darsi pace della scomparsa di Fausto. Lo rimproverava di averlo lasciato solo. Eravamo divenuti veramente amici. Un giorno, a Firenze, in un convegno sportivo, incontrò Gianni Brera. “Alè, Gino – gli disse Brera – facciamoci un altro gotto. Al traguardo arriviamo lo stesso”.
di mario fossati, la Repubblica

 

  «Ti vorrei raccontare un episodio tra me e Fausto. Una cosa segreta, che non conosce nessuno». Dieci giorni fa. Il mio ultimo Bartali è questo. Ora sento che è morto un amore. Non so quale segreto Gino volesse rivelarmi. Credo che in quella promessa ci fosse soltanto l’estrema confessione di un sodalizio umano inscindibile. Era come se Bartali sussurrasse per l’ultima volta: «Dal giorno in cui morì Coppi, ho vissuto da orfano». Mi è capitato più volte di dirlo: io, tifoso di Coppi, mi sono innamorato di Bartali. Del Bartali, diciamo così, vecchio, che guidava la sua macchina, facendo migliaia di chilometri, «perché l’è meglio il suicidio che farsi ammazzare da qualcun altro», e dovunque si fermasse, a Belluno o a Capo Passero, creava un magico convegno: «C’è Bartali, c’è Bartali». Dopo Sandro Pertini, non c’è stato un italiano popolare e amato come Gino. Spero che il Parlamento non se ne scordi e gli renda gli onori che merita. Scriverei per delle ore di lui, senza accorgermene. Ho conosciuto pochissimi uomini di così profonda spiritualità, toccati da una religione senza retorica, fieri e onesti dinanzi ai tanti dolori della vita. Adesso devo correggere la mia prima sensazione: è morto Gino, ma non l’amore. Quello non si ferma, continua a scalare le montagne.
di candido cannavò, la Gazzetta dello sport

 

  Ero un bambino bartaliano perché tutti erano coppiani, nel paese dove vivevo. Bartali era una biglia come Astrua e Hassenforder, Deledda, Impanis, Coletto. Quando per me da biglia è diventato uomo, ero un giovane giornalista e mi piaceva sentir raccontare delle storie passate, anche se per lavoro dovevo raccontare quelle del presente. È un pezzo di Far West nostrano che se ne va con Bartali. Restano i ricordi e una canzone famosa, quella di Paolo Conte. “Ti piace?” gli chiesi appena uscì. “Bella, ma poteva risparmiarsi quella parolaccia, nelle canzoni non stanno bene”. La parolaccia, come avrete capito, è “s’incazzano”. Dove sto scrivendo, manco a farlo apposta, c’è un po’ di vento e abbaia la campagna. Bartali non c’è più, è tutto sbagliato e non si si può rifare nulla. Ma restiamo oltre la curva ad aspettare Bartali, arriverà, arriverà lui o uno come lui, uno spigoloso eroe del quotidiano, (Malaparte scrisse che Coppi aveva benzina nelle vene, Bartali solo sangue), un uomo ruvido dal cuore grande, uno così. 
di gianni mura, la Repubblica

 

  Per la sua interpretazione spinta del concetto di onestà, escludente il concetto della diplomazia, della furbizia, del savoir vivre, il grande caro Gino è riuscito a non diventare ricco. La scoperta del denaro facile è giunta per lui negli ultimi anni di vita: quando si è reso conto, scandalizzato ma divertito, che spostando per l’Italia, sull’auto che lui sempre guidava personalmente, la propria celebrità, poteva anche avere in una sera mezzo stipendio mensile di un operaio. Grand’uomo modesto, capace di rifiutare ogni comodità, dalla gestione marpiona o gaglioffa del suo personaggio alla provvida sistemazione in qualche ente voglioso della sua luce riflessa (il Coni, la Rai), Ginettaccio ha sempre voluto avere qualche motivo per arrabbiarsi, per sentirsi creditore verso il mondo. Gino Bartali è riuscito a essere ricco di una dignità colossale, a essere sempre eguale all’uomo che in corsa pisciava sangue e mandava i medici a farsi benedire. 
di gian paolo ormezzano, la Stampa

 

«Che faccio, se vado in Paradiso e incontro Coppi?». Bartali aveva chiodato quella domanda nel pomeriggio del 1° giugno 1995, mentre il Giro andava verso Briançon. E si era dato la risposta: «Non so se vado in Paradiso. Meglio il Purgatorio. C’è più salita». A 80 anni brandiva il volante come fosse un’ascia di guerra. Anche in quel Giro ci era toccato il privilegio di seguire una tappa con lui. Guardavamo il torrente che spumeggiava in fondo al burrone e le mani di Bartali, che, battagliando con i ricordi, si staccavano continuamente dal volante.La memoria di Bartali era infinita come la strada. E a noi pareva di essere sul cocchio di Omero.
di claudio gregori, la Gazzetta dello sport

 

Alla notizia dell’attentato a Togliatti, Torino era stata bloccata dallo sciopero generale. Per via Garibaldi, la strada che porta al centro della città, passavano solo i camion della Fiat requisiti dai rivoltosi. Con un collega della Gazzetta e uno dell’Unità stavamo chiusi in casa. Ogni tanto il collega dell’Unità usciva per andare al giornale a cercar notizie. Noi lo aspettavamo giocando a ramino. C’era con noi anche un vecchio mite correttore di bozze, che non parlava mai. Ma alla notizia che Valletta, il “boss” della Fiat, era stato bloccato, disse laconico: “Cul li venta scurcielu”, quello lì bisogna liquidarlo. Un vecchio mite correttore di bozze: gli imprevisti delle rivoluzioni. Giocammo a ramino per due giorni, poi la radio diede la notizia che Bartali aveva vinto il tappone delle Alpi al Tour e che era maglia gialla. La città sembrò uscire dal silenzio della paura. Si udirono delle voci, dei clacson, si sentì il rumore allegro delle finestre che si aprivano, della gente che si chiamava da un balcone all’altro. Uscimmo senza aspettare altre notizie. Il bar di via Garibaldi, vicino alla Gazzetta era aperto. Il parrucchiere tifoso del Torino tirava su le saracinesche. Non è vero che la “rivoluzione” rientrò per la vittoria di Ginettaccio: l’ordine di abbandonare i blocchi e i presidi, di far sparire le armi, era già partito il giorno prima, Longo e Secchia avevano già deciso di salvar il salvabile. Ma è vero che l’Italia di colpo tornò quella di prima, come risvegliata da un brutto sogno: quella delle vacanze, delle serate ai bar sport, quella divisa non fra Togliatti e De Gasperi ma fra Bartali e Coppi. 
di giorgio bocca, la Repubblica

 

di forattini, la Stampa

 

Tutto in lui trasmetteva una straordinaria sensazione di forza. Il volto da pugile costruito attorno a un naso imponente come un promontorio roccioso, il vocione roco nel quale galleggiavano quantità spropositate di testosterone, il fisico contenuto ma compatto da cui l’energia fluiva come una dinamo. Un Braccio di Ferro che non aveva bisogno di spinaci. … Difficile capire oggi quanto rappresentò Gino Bartali per l’Italia del dopoguerra. Nelle grandi città c’erano mozziconi di case in ogni strada; per gran parte della popolazione mettere un po’ di cibo in tavola era un problema quotidiano e drammatico: di gente grassa in giro non se ne vedeva. Si andava vestiti alla meno peggio: abiti e libri di scuola passavano di fratello in fratello. Si poteva giocare al pallone in strada: passava (io vissi a Genova e a Torino) una macchina ogni dieci minuti. Sole le famiglie ricche possedevano la radio.Per quelle generazioni Coppi e Bartali furono l’epica e il sogno, il modello e la rivincita. Gli eroi di un duello raccontato, puntata dopo puntata, a una popolazione assetata di favole. 
di giorgio tosatti, Corriere della sera

 

C’era una volta un’Italia che guardava i cinegiornali, non aveva una lira, volle fare la guerra ai potenti, la perse e si ritrovò percorsa da ladri di biciclette. Le strade erano piene di buche con sassi, la ruota dentata dei metalmeccanici bastò a fare da simbolo alla Repubblica. Il lusso erano la brillantina e un bicchiere di spuma al bar a parlare di Fausto e di Gino. Fausto era come Mozart. Gino era come Verdi, la fatica della rinascita, il sudore: una bicicletta da manovale rubata. Gino Bartali era un pezzo d’identità italiana. In tanti lo piangono oggi nel cuore, perché in tanti sappiamo che furono anche quei campioni, grandi ed ingenui, a riportarci sulla prima pagina del mondo, con la loro forza e decenza.
di gianni riotta, la Stampa

 

Bartali è stato un uomo semplice che per resistere alla classe e alla complessità psicologica di Coppi ha dovuto dotarsi di una corazza che lo ha reso più archeologico del dovuto, faticare a interpretare il ruolo del “De Gasperi del ciclismo” come scrisse Indro Montanelli. AL punto da apparire, oggi, il più duro dei due, il più politicamente scorretto, il più critico. La gloria sportiva di Bartali ha avuto bisogno di tanto tempo per crescere; speriamo impieghi lungo tempo per essere dimenticata.
di aldo grasso, Corriere della sera

 

Nevicava quella sera in cui trovammo rifugio in un alberghetto dell’Aprica e io gli confessai: lo sai che sono stato un tifoso di Coppi? Lui mi sorrise, quasi volesse rendere omaggio alla memoria di Fausto e venne fuori con una battuta che i vecchi cronisti de l’Unità si sono sentiti ripetere per anni e anni. «Sei un bravo ragazzo. Ti stimo, peccato che tu sia comunista…». Perché peccato? Tanta gente di sinistra ti vuole bene. «E io voglio bene loro. Bisogna voler bene. Le mie preghiere del mattino non fanno distinzioni». Lui comunista non era per niente, ma nemmeno voleva sentirsi dire che era un accanito democristiano. Si calcola che «l’uomo di ferro» abbia pedalato per 154.000 chilometri nonostante sia stato bloccato dall’inattività dovuta alla seconda guerra mondiale, ma quanti chilometri ha poi fatto Bartali in qualità di pilota, vuoi per lavoro, vuoi per recarsi dov’era richiesto, vuoi per seguire gare di tutte le categorie?
di gino sala, l’Unità

 

Cominciarono a definirlo il fante, il ruminatore testardo, il baritono, l’atleta di bronzo, il gallo cedrone, mentre l’altro, Fausto, era l’abulico capace di prodigi, il depresso dalle fulminanti baldanze, l’atleta d’argento, l’airone, il tenore. “Quando vinceva Bartali”, mi disse in una lontana intervista Paolo Volponi, “vinceva la vittoria tradizionale, la vittoria dei monumenti, la vittoria alata insomma. Quando vinceva Coppi, vinceva uno che riusciva a strappare qualcosa alla vita e alla propria vulnerabilità psicologica, perdendo quasi se stesso”. L’Italia li voleva rivali.
di guido vergani, Corriere della sera

 

  Alfredo Martini: «È come se mi avessero strappato una bandiera dalle mani».
Jacques Goddet: «È stato il campione della virtù».
Faustino Coppi: «Se n’è andata l’ultima parte dei ricordi di papà».
Raphael Geminiani: «Sapeva vivere».

 

 

 

Ogni mattina, nella tua casella di posta, una selezione ragionata dei temi e dei protagonisti del giorno, con contenuti originali o rielaborati, con brevi estratti degli articoli più interessanti usciti sui quotidiani italiani e stranieri, i siti, i blog, le newsletter e le riviste specializzate, con materiale d’archivio, brani di libri e biografie. Una guida e un invito alla lettura e all’approfondimento.
Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto.
*
Per supporto tecnico: digital@loslalom.it
Per segnalazioni sui contenuti e per suggerimenti: angelo.carotenuto@loslalom.it

1 commento su “Le parole scritte per l’addio a Gino Bartali

  1. Antonio Ieracà Rispondi

    Fausto Coppi e Gino Bartali erano uniti da una stessa tragedia ..la morte di un fratello : Serse ,fratello di Coppi e Giulio fratello di Bartali ! (promettente corridore) Quando ero bambino ,comunello, naturalmente parteggiavo per coppi che passava per compagno ma non potevo essere ostile verso Bartali quantunque giudicato ‘paucciano’ (cattolico di sacrestia ) così come non mi riusciva ad essere ostile verso magni il repubblichino salvato dal partigiano lo stimato martini ! Erano tutti eccezionali ! Se Coppi aveva vinto giro/tour lo stesso anno voglio ricordare che fu Bartali a vincere il giro e il tour sebbene non nella stessa annata !

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.