Il tabellone di Wimbledon che non cambia. I canestri smontati a New York. Kipchoge maratoneta seduto: tre immagini dello sport nei giorni della fissità

 Io cerco il vuoto, che è la fine di ogni arte, 
di ogni storia, di ogni mondo
Carmelo Bene

 

racconti
La stagione del vuoto e dell’assenza
Tre immagini dallo sport perduto

 

Oggi è quarantena anche in senso letterale. Sono 40 giorni dalle partite di Serie A rinviate il 23 febbraio, quando ancora si discuteva: giusto, non giusto, forse si, forse no. È cambiato il mondo in questi 40 giorni. Nel dramma e nei lutti, insieme a tutte le altre attività sociali, lo sport si è fermato. Attraverso tre immagini di fissità raccontiamo questa stagione nuova del vuoto e dell’assenza. 

 

I canestri smontati di New York

 

Come si tengono insieme il distanziamento sociale e l’uno contro uno? Cosa c’entra un pick ‘n roll con il metro, e forse due, che dobbiamo mettere tra noi e gli altri? Niente c’entra, s’è detto Bill de Blasio, sindaco di New York. Così ha mandato i funzionari del Dipartimento Parchi in giro per i playground della città con l’ordine di rimuovere i canestri.
Hanno svitato più di 1.700 anelli dai tabelloni, compreso in campi iconici come il Rucker Park di Harlem dove hanno giocato Jabbar e LeBron, il Cage, il McCarren Park, il Dyckman Park, campetti su cui molte stelle NBA ancora adesso si ritrovano a fare due tiri quando sono in vacanza, e dove trovi sempre qualcuno disposto a raccontarti la storia leggendaria di un improbabile campione mai esploso. “È una terra sacra dove ora vanno pochi fedeli”, ha scritto Nacho Duque su Marca.

 

le foto da New York sono sul sito di Marca >>> qui

 

L’idea è piaciuta pure fuori New York e hanno smontato canestri a Baltimora, a Memphis, a Philadelphia, a Charlotte. A Chicago, è stato deciso di coprirli con dei teli neri.
José Manuel Calderón, campione del mondo con la Spagna e per 14 anni in NBA, impiegato presso la NBA Players Union di New York dopo il ritiro a novembre, ha detto a Marca che «le misure in America non sono così rigorose come in Spagna. I bambini non vanno a scuola da due settimane, ma si può comunque uscire, andare al parco, da soli o con la famiglia, senza unirsi a nessuno, fare una passeggiata o portare fuori il cane». Secondo Calderón, «il problema è che New York è un posto molto grande dove vivono più di otto milioni di persone. È impossibile uscire e non stare insieme o a contatto con qualcuno». Al playground senza il canestro che ci vai a fare. 

 

Il maratoneta fermo con le scarpe di lusso

 

Un maratoneta è un samurai senza spada. Questa è di Mauro Covacich. Ma un maratoneta senza maratona chi è? Bikila Abebe era una guardia del corpo dell’imperatore d’Etiopia. Spyridōn Louīs un pastore. Dorando Pietri un garzone di pasticceria. Ma Paul Tergat niente, niente Haile Gebrselassie, niente Eliud Kipchoge. La contemporaneità esige maratoneti che lo siano anche senza una maratona. Perciò colpisce due volte quello che se ne sta seduto, in posa, davanti all’obiettivo di una tra le giovani fotografe più apprezzate, Fanny Latour-Lambert, prima reflex tra le mani a 15 anni e tecnica imparata googlando domande su internet. “Quello che preferisco – ha detto – sono le immagini senza tempo. Quelle che potrebbero essere state scattate oggi come negli anni passati”.

 

Il servizio fotografico di GQ su Kipchoge >>> qui

 

Ma il Kipchoge che la guarda dritto, seduto su una sedia di quei bar che si trovano d’estate in villeggiatura, ha un tempo solo, questo, il tempo dell’assenza, del vuoto e della fissità. L’uomo che per primo ha corso una maratona sotto le due ore, sta. Riposa. Non ha i piedi nudi di Bikila e non ha neppure le scarpe magiche che la Nike ha creato perché volasse. Come un anti-eroe pasoliniano all’improvviso fuori ruolo, calza un modello di lusso da 900 e passa euro mentre a Knox Robinson, scrittore e runner americano che per GQ è andato a trovarlo in Kenya, dice che “per correre velocemente a un atleta si chiede soprattutto una cosa: coerenza”. La dedizione per diventare grandi, scrive GQ
Tra una ventina di giorni Kipchoge avrebbe dovuto sfidare Kenenisa Bekele a Londra, una cosa “equivalente ad Ali contro Frazier nella boxe” azzarda Robinson. Forse perché furono due che a Manila se le diedero. Kipchoge dice: “Voglio che tutti in questo mondo trattino la corsa come uno stile di vita. Voglio che la gente pensi che alle cinque deve correre per 30 minuti. Se ci arrivo, allora sarò un uomo soddisfatto”. Solo che adesso deve dirlo da una sedia. 

 

Il punteggio di Wimbledon

 

di MARCO CIRIELLO 

 

  Marco Ciriello, scrittore, è stato selezionato per il Premio Strega con il romanzo “Un giorno di questi” (Rubbettino, 2018). Il suo ultimo libro è “Maradona è amico mio” (66thand2nd). Questo pezzo è stato scritto per [S]lalom, e di ciò lo ringraziamo. 

 

Molti anni dopo, Roger Federer, si sarebbe ricordato della sconfitta più lunga della sua carriera scoprendo il buio tra le luci della bacheca di casa.
Potrebbe cominciare così Il punteggio di Wimbledon, ipotetico romanzo nell’anno del Covid-19. In pochi sanno che, tra i tanti riti del torneo, il punteggio dell’ultima partita di Wimbledon viene cambiato solo quando comincia la prima gara del nuovo anno, e, siccome quest’anno non ci saranno partite, quel punteggio si dilaterà: divenendo doppio, e Federer – che fino all’altro giorno si allenava anche sotto la neve, auspicando il riscatto su Novak Djokovic – vedrà raddoppiata la sua agonia di sconfitto

 

il punteggio della finale 2019 sul Centrale di Wimbledon
da Google Maps

 

Questo rito, come sanno i devoti – in questo caso delle religioni –, diventa un appiglio di speranza, una certezza assoluta avrebbe detto Elsa Morante nella sua grammatica arturesca, così dove gli altri sport hanno punteggi-mandala che si consumano – per rigenerarsi – una volta registrati da gazzette ed almanacchi, Wimbledon assurge ancora di più a tempio e fissità, scolpendosi nella memoria – soprattutto quella di Federer con i match point sprecati l’ultima volta –  duplicando la sospensione che già gli apparteneva fino a farsi simbolo assoluto dello sport messo forzatamente a riposo. Involontariamente: il rito, la separazione, l’attesa del campo escono e vengono a prenderci, ci parlano, perché divenuti nostri; è nella perdita che scopriamo la distanza, e nella distanza capiamo l’amore, come ci avrebbe detto anche Oscar Wilde, che avrebbe tenuto per Vitas Gerulaitis. L’ipotetico romanzo dovrebbe tener conto della sconfitta assoluta perché quel tempo sospeso che a noi sembra infinito per Federer è due volte infinito e la sua quarantena di lusso diventa tormento d’attesa. Nella sua lontananza da quel campo da tennis e dalla fissità di quel tabellone che lo condanna alla sconfitta c’è la nostra dalla vita; ma come per la fiaccola olimpica accesa a Tokyo, c’è anche la speranza che ci sarà un nuovo torneo di Wimbledon, come nuove Olimpiadi, solo con un anno di più, come quando da bambini si perdeva la pallina e bisognava cercarla prima di riprendere a giocare. Ecco, Federer sta cercando quella pallina con noi. 

 

Credit  grazie a Giorgia Mecca per i suggerimenti e per le ricerche

 

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Orson Welles diceva: il montaggio è tutto.
A cura di Angelo Carotenuto e Massimiliano Gallo.
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